lunedì 14 novembre 2022
Alcune verità storiche.
1. Mussolini non ha creato le pensioni, la previdenza sociale nasce nel 1898 con la fondazione della "Cassa nazionale di previdenza per l’invalidità e la vecchiaia degli operai", all'epoca Mussolini aveva 15 anni. Nel 1933 venne rinominata INPS. La pensione sociale viene introdotta solo nel 1969, Mussolini in quella data è morto da 24 anni.
2. Mussolini non ha istituito la cassa integrazione, La Cassa Integrazione Guadagni, nella sua struttura è stata costituita solo il 12 agosto 1947 con DLPSC numero 869, misura finalizzata al sostegno dei lavoratori dipendenti da aziende che durante la guerra erano state colpite e non erano in grado di riprendere normalmente l’attività.
3. Mussolini non ha istituito l'indennità di malattia, L’indennità di malattia è stata istituita con decreto legislativo del Capo provvisorio dello stato nr.435 del 13 maggio 1947. Nel 1968 viene estesa a tutti i lavoratori, anche coloro che dipendevano da imprese private. E nel 1978, con Legge 23 dicembre 1978, nr. 883, veniva estesa, oltre che l’indennità retributiva in caso di malattia, anche il diritto all’assistenza medica con la costituzione del Servizio Sanitario Nazionale.
4. Mussolini non istituì la tredicesima mensilità per tutti. venne istituita soltanto per i lavoratori dell'industria pesante e soltanto DOPO la caduta del fascismo che le mensilità aggiuntive come noi le conosciamo divennero appannaggio di tutti i lavoratori e non solo di pochi fortunati, rispettivamente con l’accordo interconfederale per l’industria del 27 ottobre 1946 e per tutti i lavoratori dipendenti a decorrere dal D.P.R. 28 luglio 1960 n. 1070: testi, evidentemente, di molto successivi alla morte di Mussolini.
5. Mussolini non diede il voto alle donne, le donne erano ammesse alle votazioni solo per piccoli referendum locali mentre erano escluse al voto per le elezioni politiche. La prima volta che le donne furono ammesse al voto fu al referendum del 1946.
6. Con Mussolini i treni non erano puntuali, il giornalista George Seldes nel 1936 commentò: "E' vero la maggioranza degli espressi su cui salgono i turisti stranieri sono in genere in orario, ma sulle linee minori i ritardi sono frequenti". L'inglese Elisabeth Wiskemann. sempre nel 1936: "Ho preso molte volte il treno e spesso sono arrivata in ritardo". Lo storico Denis Mack Smith sostenne che la puntualità dei treni durante il periodo fascista e' uno dei "miti accettati del fascismo", ma in effetti tra le due guerre l' Italia possedeva una rete ferroviaria inadeguata e arretrata.
Un esempio pratico sulla necessità che l'organizzazione sindacale sia diretta dai lavoratori per i lavoratori.
Un esempio pratico di come sia necessario che l'organizzazione dei lavoratori sia diretta dagli stessi lavoratori e non da rappresentatnti di altre classi.
" E'giusto che in Italia, mentre i grandi monopoli continuano a moltiplicare i profitti e le loro ricchezze, ai lavoratori non rimangano le briciole? E' giusto che il salario dei lavoratori sia al di sotto dei bisogni vitali dei lavoratori stessi e delle loro famiglie, delle loro creature? E' giusto questo? Di questo dobbiamo parlare, perchè questo è il compito del sindacato."
Giuseppe Di Vittorio
Il fatto quotidiano
Il segretario regionale Uil in Veneto affitta due immobili al suo sindacato. E scoppia il caso
di Giuseppe Pietrobelli | 14 NOVEMBRE 2022
Un sindacalista, per la precisione il segretario regionale della Uil del Veneto, proprietario di due immobili, li affitta alla stessa Uil da cui percepisce l’affitto con un regolare contratto. Lecito? Opportuno? Oppure, una commistione scorretta tra interessi privati e ruolo sindacale? È bastato che la vicenda diventasse di pubblico dominio perché all’interno dell’organizzazione dei lavoratori si scatenasse, in Veneto e non solo, un putiferio. Per il momento è rimasta circoscritta in ambito locale, ma adesso una decina di attivisti hanno coinvolto la segreteria nazionale della Uil, che in Italia raccoglie complessivamente 2 milioni e 300mila tra lavoratori e pensionati, e la segreteria nazionale Uilm, che si occupa del comparto metalmeccanico.
“Cari amici e cari compagni – scrivono in una lettera – siamo legati alla Uil da una vita di impegno sindacale. Abbiamo ricoperto cariche, siamo stati eletti dagli organismi democratici, ma abbiamo ancora da dare da attivisti per il bene della nostra Uil. Ci è stato insegnato che ruoli sindacali e attività private, seppur legittime, vadano rigorosamente separate per non esporre il sindacato a critiche interne o esterne”. Questa la premessa, poi l’affondo: “Abbiamo appreso di una situazione che riguarda la locazione di due sedi sindacali a Feltre e Verona da una società immobiliare che appartiene al segretario generale del Veneto, Roberto Toigo, quale socio unico. Riteniamo che vadano valutate con grande attenzione ragioni di opportunità, a tutela della nostra organizzazione”. Tra le firme spicca quella di Gerardo Colamarco, predecessore di Toigo.
La presa di posizione non ha registrato finora risposte da parte del segretario Pierpaolo Bombardieri. Chi invece ha contribuito ad attizzare la polemica è stato lo stesso Toigo, bellunese di origine, ex operaio dell’Electrolux, che ha fatto una notevole carriera diventando nel 2008 segretario organizzativo e amministrativo nazionale della Uilm. Sui giornali locali ha replicato all’accusa di aver coltivato interessi personali nella vicenda, grazie alla società MT2000, di cui è socio unico, e che ha come amministratore il commercialista Riccardo Modiano. Nei due contratti d’affitto è Modiano che concede gli immobili in locazione alla Uil nella persona del segretario Toigo, che mette la firma. La sede di Feltre (65 metri quadrati) ha un canone annuo di 5.400 euro, ma la Uil si è fatta carico di tutte le spese di sistemazione degli impianti. MT2000 ha registrato nel bilancio 2019 proventi da imprese collegate per 500 mila euro, con un utile d’esercizio di 467 mila euro.
Toigo ha dichiarato: “I due contratti sono regolari, alla luce del sole. È una soluzione adottata per superare il dissesto finanziario. Chi pensa di ricattare questo gruppo dirigente ha sbagliato bersaglio”. Adombrando una guerra di potere, ha buttato benzina sul fuoco: “Ho trovato una situazione economica e strutturale disastrosa, debiti, buchi di bilancio e banche che non volevano più sentire parlare di Uil Veneto, di concederci mutui o finanziamenti. In accordo con gli organi e le categorie regionali abbiamo cercato di aggirare l’ostacolo in questo modo”. E i bilanci? “In due anni abbiamo messo in ordine quasi la metà delle nostre 56 sedi, le abbiamo rese più sicure, a norma, dignitose. Abbiamo messo i conti sotto controllo e risolto gran parte delle criticità”.
Chi non ha gradito è l’ex segretario Colamarco, che replica a muso duro. “Sotto la mia gestione, durata 15 anni, i bilanci erano in attivo e non c’era nessun dissesto finanziario. Anzi io avevo progressivamente risanato la situazione. Non so a quali dissesti faccia riferimento Toigo. Ci sono alcune società della UIL regionale che hanno problemi, una a Padova e una a Vicenza, e in quest’ultimo caso la situazione è drammatica. Ma su questo il sottoscritto non c’entra nulla”. E rincara. “Toigo ha comunque ammesso di avere acquistato le sedi di Feltre e Verona con una sua società per poi concederle in affitto. Non mi risultano, visto che sono stato segretario regionale fino al settembre 2020, deliberazioni o autorizzazioni per l’intera operazione da parte della Uil del Veneto, come lui dice”. In casa Uil, quindi, volano gli stracci. Soltanto una sensibilità generazionale diversa o sotto c’è dell’altro? Di sicuro Toigo, 51 anni, dimostra di avere capacità imprenditoriali e una buona disponibilità economica. Addirittura nel 2018, come riferirono le cronache, aveva pagato con 40 mila euro cash una Bmw serie 5, salvo aver poi avuto l’amara sorpresa di scoprire che la concessionaria era in procedura fallimentare.
Lo scorso ottobre, inoltre, il segretario Uil è stato nominato presidente di Fondapi, il fondo nazionale pensione complementare per i lavoratori delle piccole e medie imprese. È una struttura importante, con un attivo gestito di un miliardo di euro, suddiviso su 90.000 aderenti e circa 13.000 aziende.
venerdì 11 novembre 2022
Tassa piatta e stralcio cartelle: chi ci guadagna?
La Stampa 11.11.22
Flat tax e stralcio delle cartelle esattoriali: ecco chi ci guadagnerà di più e come cambieranno gli stipendi
Le simulazioni caso per caso per partite Iva, dipendenti pubblici e privati
PAOLO RUSSO
11 Novembre 2022Aggiornato alle 10:01
(ansa)
Maxi sconti fiscali per gli autonomi e formato mini per quei pochi dipendenti che di questi tempi possono dire di aver guadagnato di più rispetto agli ultimi tre, quattro anni. Il tutto con un premio agli evasori che potranno saldare cartelle esattoriali da 50mila euro con un risparmio di oltre 22mila euro. Sono gli effetti della manovra fiscale che il governo si appresta a varare con la legge di bilancio.
I vantaggi per gli autonomi
La flat tax estesa da 65 a 85mila euro di reddito per il popolo delle partite Iva molto probabilmente si farà, perché a dirlo ora non è più solo la Lega, da sempre primo sponsor della “tassa piatta”, ma anche un esponente di punta di FdI, come il vice-ministro dell’Economia, Maurizio Leo, responsabile economico del partito di Giorgia Meloni. La misura dell'incremento della Flat tax da 65 mila a 85 mila euro «non dovrebbe costare cifre elevate. È una misura che è condivisa anche a livello europeo, che stimola la crescita e contrasta l'evasione fiscale», ha detto anticipandone il via libera, sia pura in misura ridotta rispetto all’applicazione fino a 100mila euro di reddito promessa in campagna elettorale.
Così fino a 85mila euro di reddito si applicherebbe l’aliquota piatta del 15% e anziché portare in detrazione spese e Iva si entrerebbe nel regime forfettario che fa detrarre una quota fissa del 22% di quanto guadagnato da professionisti, artigiani e commercianti.
Con quali effetti lo ha calcolato per La Stampa lo Studio tributario Timpone, uno dei più noti della Capitale. Con un reddito di 75mila euro un geometra single oggi tra Irpef, addizionali regionali e comunali versa 27.917 euro di imposta. Con la flat tax al 15% l’importo si riduce invece a 8.775, calcolando che la detrazione forfettaria delle spese è di 16.500. Il risparmio è quindi di 19.142 euro. Che paradossalmente scende a 14.992 euro se si ha un coniuge e un figlio a carico, visto che al vantaggio dell’aliquota più bassa si contrappone la perdita di 1.150 euro di detrazione per il figlio e 3mila di oneri detraibili.
Ma poiché la flat tax non è progressiva, più si guadagna e più il fisco si mostra generoso. Ecco così che un artigiano che di euro ne ha guadagnati 85mila se single anziché versarne 32.586 di imposte se la caverà con 9.945 euro di tasse con un risparmio più che doppio, visto che in tasca del nostro libero professionista resterebbero ben 22.641 euro. Vantaggio che scende a 18.491 con coniuge e figlio a carico per gli stessi motivi esposti nel caso del geometra.
Quelli più modesti per i dipendenti
Va comunque decisamente peggio per i dipendenti, ai quali la flat tax verrebbe applicata solo sulla eventuale quota di maggior reddito rispetto al massimo guadagnato negli ultimi tre, se non quattro anni. Nella maggioranza dei casi, viste le cattive acque in cui versa la maggior parte delle imprese e gli stipendi bloccati dei dipendenti pubblici, pochi saranno coloro che brinderanno ad aumenti sostanziosi. Ma mettiamo il caso di un dipendente che tra promozione, straordinari e benefit balzi da 30mila a 50mila euro di reddito. Oggi con la tassazione ordinaria verserebbe 14.400 euro, un domani con la “flat tax incrementale” cara alla Meloni se la caverebbe con 9.700, pari a un risparmio di 4.700 euro, non da buttare, ma che resta poca cosa rispetto al fisco amico degli autonomi. «Fermo restando -spiega Gianluca Timpone- che sarebbe utile fissare un tetto massimo allo stipendio di chi può avvantaggiarsi della flat tax incrementale perché sarebbe forse eccessivo premiare oltremisura manager che magari incamerano aumenti anche di qualche centinaia di migliaia di euro».
Ma se la flat tax incrementale fosse estesa anche agli autonomi, ad avvantaggiarsene potrebbe essere il popolo dei commercianti, che per abbattere gli utili di impresa e la relativa tassazione, spesso si auto attribuiscono uno stipendio in qualità di amministratori. Che potrebbero avere la tentazione di aumentare in misura più che robusta, sapendo di dover pagare sulla quota incrementale solo il 15%, alleggerendo però nello stesso tempo il resto della tassazione sull’impresa commerciale.
I vantaggi della sanatoria fiscale
Con la sanatoria fiscale la manovra sembra poi voler tendere un’altra volta la mano agli autonomi, i quali sicuramente in maggior misura dei dipendenti, che le tasse le pagano alla fonte, possiedono una quota consistente dei quei 23milioni di cartelle esattoriali pronte a partire da qui a fine anno verso i contribuenti infedeli. Qui le ipotesi allo studio in vista della manovra partono da una sanatoria per le cartelle entro 2.500 euro di valore dietro il versamento di un modesto 20% dell’importo dovuto, interessi e sanzioni compresi. Secondo i calcoli dello Studio Timpone una cartella da 1.500 euro, che lievita a 2.050 con interessi e sanzioni, si ridurrebbe invece a 1.260 euro, con un risparmio di 790 euro, calcolando che una quota per gli interessi, sia pur minima, sarebbe comunque dovuta.
Per le cartelle di importo superiore a 2.500 euro si applicherebbe invece il “saldo e stralcio” che in questo caso consentirebbe di cavarsela pagando per intero l’imposta dovuta, ma con una maggiorazione del solo 5% in sostituzione di interessi e sanzioni, «che mediamente pesano un buon 40%», spiega Gianluca Timpone. Ecco allora che l’esborso per 50mila euro di tasse non pagate, che oggi lievitano a 75mila euro, scenderebbe a 52.500, con un risparmio di 22.500 euro da pagare in comode rate quinquennali da 729 euro mensili.
Anche se, secondo il tributarista, «Il meccanismo così come concepito per avere più appeal dovrebbe prevedere l’abbattimento dell’80% degli importi anche per cartelle di valore superiore, magari fissando un limite Isee che tenda la mano a chi è effettivamente in difficoltà».
La tassa piatta premia le partite iva e penalizza dipendenti e pensionati.
La repubblica 11.11.2022
Così la flat tax penalizza dipendenti e pensionati e premia le partite Iva
di Valentina Conte
Anche una tassa piatta limitata agli incrementi di reddito porterebbe solo vantaggi minimi alle buste paga. Ecco tutte le simulazioni
ROMA - Dipendenti e pensionati pagano un'Irpef tre o anche quattro volte più alta degli autonomi, agevolati dalla flat tax al 15%. E la distanza aumenta all'aumentare del reddito, perché la tassa piatta non è progressiva e premia i più ricchi. Sarà per questo, per compensare, che il governo pensa di introdurre in legge di bilancio anche la "flat tax incrementale" per i lavoratori dipendenti e forse anche per i pensionati. Ma il vantaggio sarebbe davvero minimo, tra lo zero virgola e l'1%, perché i salari in Italia non crescono da anni. E le pensioni salgono solo quando c'è l'inflazione, registrata però l'anno dopo (+7,3% nel 2023).
La flat tax al 15%
Vediamo dunque cosa succederà con la doppia flat tax: quella della Lega e l'incrementale spinta da FdI e dalla premier Meloni. Per la prima, la tassa piatta al 15%, l'intento del governo è ampliare la platea dei beneficiari: non più solo redditi da lavoro autonomo fino a 65 mila euro come ora, ma fino a 85 mila o anche 100 mila (la soglia ancora non è stata decisa). A parità di reddito annuo lordo, c'è un abisso tra le tasse pagate da un lavoratore dipendente, un pensionato e un autonomo "piatto".
Premessa per una corretta lettura delle tabelle: in tutti e tre i casi considerati (lavoratore dipendente, pensionato e autonomo) sono state anche considerate le detrazioni da lavoro che si calcolano con formule diverse nei tre casi.
Per la partita Iva in flat tax occorre tenere presente che il 15% di "tassa piatta" si paga sul 78% del fatturato (perché il 78% è considerato il "coefficiente di redditività" che di solito si prende in considerazione), al netto sia dei costi deducibili (22%) sia dei contributi previdenziali (pari al 25,98% versati alla gestione separata di Inps).
In tutte e tre le simulazioni va poi annotato che per semplicità non sono state considerate le tasse locali (addizionali Irpef comunali e regionali) che appesantiscono ancora di più il reddito del lavoratore dipendente e del pensionato.
Ebbene, a 30 mila euro di reddito, si va dai 2.600 euro annui di Irpef versati dalla partita Iva ai 6.700 euro del pensionato e a 4.500 del lavoratore. Più si sale di reddito e più la distanza si amplia, veleggiando tra il +200% e il +300%. A 60 mila euro di reddito, una partita Iva versa 5.200 euro di Irpef all'anno, il pensionato 18.700 euro, il lavoratore 16.300 euro. A 90 mila euro, si va dai 7.800 euro dell'autonomo ai 31.600 euro del pensionato e ai 28 mila euro del lavoratore.
Attenzione però, avverte smileconomy, società indipendente di consulenza, che ha realizzato queste simulazioni per Repubblica. Se consideriamo anche la quota di contributi previdenziali e di Tfr versati dall'azienda, la "ricchezza annua" del lavoratore dipendente sarà sempre superiore, di circa un terzo, rispetto a quella del lavoratore autonomo che paga da solo, nell'ipotesi fatta, il 25,98% di contributi all'Inps contro il 33% dei dipendenti (di cui il 23,81% a carico del datore). E che, se sceglie la flat tax, non può più dedurre e detrarre nulla - neanche l'Iva, le spese edilizie, sanitarie o per la previdenza integrativa - perché è una tassa tutto compreso.
Va anche detto che pensioni e Tfr sono un reddito differito di cui il dipendente godrà solo a fine carriera e che dunque non vede qui e oggi in busta paga. E che l'Irpef è necessaria per sostenere le spese essenziali dello Stato, di cui tutti godono: sanità, scuola, università, giustizia, sicurezza. Qualcuno deve pagarla. E il tasso di evasione tra dipendenti e pensionati è zero, mentre tra gli autonomi il tax gap - il buco nelle tasse - è al massimo storico del 68,7%: mancano all'appello 27,65 miliardi.
La flat tax incrementale
Veniamo poi all'altra flat tax, quella incrementale, spinta da FdI. L'idea, spiegata ieri dal ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti, è di tassare al 15% una quota dell'incremento di reddito da lavoro e da impresa (ovvero le partite Iva che non hanno scelto la flat tax) registrato nel 2022 sul migliore dei tre anni precedenti. Si prende cioè il reddito più alto tra quelli dichiarati dal 2019 al 2021 e lo si confronta con quello del 2022. Se c'è un incremento, una quota di questo viene tassata al 15% anziché con l'aliquota marginale Irpef che, a seconda dei redditi, può essere del 23%, 25%, 35% o 43%.
"Si tratterebbe, di fatto, di un quasi dimezzamento dell'aliquota marginale, quella che si applica agli incrementi di reddito", osserva l'economista Andrea Carbone, partner di smileconomy. "Se ad esempio ipotizziamo un incremento di reddito dal 2021 al 2022 di 2 mila euro e la detassazione al 15% di una metà di questo incremento, quindi mille euro, il vantaggio per un lavoratore varia dallo 0,4% all'1%: circa 200 euro netti extra all'anno che incidono di più sui redditi bassi". Molto poco per bilanciare una ben più generosa tassa piatta totale.
domenica 6 novembre 2022
"La guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi. La guerra non è dunque, solamente un atto politico, ma un vero strumento della politica, un seguito del procedimento politico, una sua continuazione con altri mezzi."
Karl von Clausewitz
Dichiarare di essere per la pace senza essere contro il sistema capitalistico, incubatore della guerra e sinonimo della stessa, è dar sfogo a speranze irrealistiche e irrealizzabili.
La Pace tra ogni essere umano può essere conquistata solo in una società di eguali, fraterni e liberi dove " ognuno dia secondo le sue capacità e abbia secondo le sue necessità."
" Mi sembra che dovunque vige la proprietà privata, dove misura tutte le cose la pecunia, sia alquanto difficile che mai si riesca ad attuare un regime politico basato sulla giustizia o sulla prosperità."
Tommaso Moro
Diogene di giorno cercava l'uomo con la lanterna senza mai trovarlo.
Cercare la pace nel capitalismo è seguire l' esempio del filosofo con lo stesso risultato.
Solo superando i rapporti di produzione e le classi, solo avendo tutto in comune, la terra, le fabbriche, il lavoro si potrà avere la pace, perché ogni essere umano avrà gli stessi interessi e i medesimi obiettivi di vita, emancipandosi dal senso unico dell' avere e inoltrandosi nella frontiera del condividere.
Questa è la vera soluzione del contrasto uomo natura, del conflitto tra esistenza e essenza, tra oggettivazione e affermazione soggettiva, tra libertà e necessità, tra individuo e genere.
domenica 25 settembre 2022
Stato e rivoluzione.
La società capitalistica, considerata nelle sue condizioni di sviluppo piú favorevoli, ci offre nella repubblica democratica una democrazia piú o meno completa. Ma questa democrazia è sempre compressa nel ristretto quadro dello sfruttamento capitalistico, e rimane sempre, in fondo, una democrazia per la minoranza, per le sole classi possidenti, per i soli ricchi La libertà, nella società capitalistica, rimane sempre, approssimativamente quella che fu nelle repubbliche dell'antica Grecia: la libertà per i proprietari di schiavi. Gli odierni schiavi salariati, in forza dello sfruttamento capitalistico, sono talmente soffocati dal bisogno e dalla miseria, che «hanno ben altro pel capo che la democrazia», «che la politica», sicché, nel corso ordinano e pacifico degli avvenimenti, la maggioranza della popolazione si trova tagliata fuori dalla vita politica e sociale. Democrazia per un'infima minoranza, democrazia per i ricchi: è questa la democrazia della società capitalistica. Se osserviamo piú da vicino il meccanismo della democrazia capitalistica, dovunque e sempre - sia nei «minuti», nei pretesi minuti particolari della legislazione elettorale… sia nel funzionamento delle istituzioni rappresentative, sia negli ostacoli che di fatto si frappongono al diritto di riunione (gli edifici pubblici non sono per i «poveri»!), sia nell'organizzazione puramente capitalistica della stampa quotidiana, ecc. vedremo restrizioni su restrizioni al democratismo. Queste restrizioni, eliminazioni, esclusioni, intralci per i poveri, sembrano minuti, soprattutto a coloro che non hanno mai conosciuto il bisogno e non hanno mai avvicinato le classi oppresse né la vita delle masse che le costituiscono (e sono i nove decimi, se non i novantanove centesimi dei pubblicisti e degli uomini politici borghesi), ma, sommate, queste restrizioni escludono i poveri dalla politica e dalla partecipazione attiva alla democrazia. Marx afferrò perfettamente questo tratto essenziale della democrazia capitalistica, quando, nella sua analisi della esperienza della Comune, disse: agli oppressi è permesso di decidere, una volta ogni qualche anno, quale fra i rappresentanti della classe dominante li rappresenterà e li opprimerà in Parlamento
Lenin, Stato e Rivoluzione.
sabato 24 settembre 2022
Falce e martello : la storia di un simbolo.
Falce e martello: la storia di un simbolo
[...] La falce e martello è un simbolo politico del movimento operaio. Dapprima simbolo condiviso delle organizzazioni socialiste e comuniste, nel corso del Novecento la "falce e martello" è diventato il simbolo del comunismo per eccellenza, divenendo emblema classico dei partiti comunisti.
Sin dal medioevo il martello, spesso associato ad altri attrezzi, identificava negli stemmi le corporazioni artigianali. Le organizzazioni proletarie dell'Europa occidentale scelsero il martello come proprio simbolo di classe nella seconda metà del XIX secolo. Questi due emblemi del lavoro vennero adottati già dai partiti della seconda Internazionale, fondata a Parigi nel 1889, e si trovarono anche sulla copertina della prima edizione tedesca del Manifesto del Partito comunista di Marx ed Engels del 1848, ma apparvero per la prima volta in posizione "incrociata" nel 1917, durante la Rivoluzione d'Ottobre.
Alla vigilia della rivoluzione russa il martello era un simbolo della classe operaia diffuso e riconosciuto tra le file del movimento rivoluzionario russo, mentre nell'araldica russa dell'epoca la falce è frequente negli stemmi di molti villaggi e cittadine, a rappresentazione del raccolto e del lavoro agricolo. I due attrezzi vennero scelti come simboli (comunque non esclusivi) della classe lavoratrice e rappresentavano l'unità tra i lavoratori agricoli e industriali. Fu Lenin a decidere di sovrapporli nella maniera popolarmente conosciuta, mentre fu la vittoria della rivoluzione bolscevica a decretarne il successo. Fonti non del tutto accreditate riferiscono invece che la falce e martello fecero la loro prima comparsa nella storia come emblema del vessillo di un battaglione napoleonico, durante la battaglia di Austerlitz. Nella neonata Russia sovietica, il simbolo della falce e martello fu adottato per decisione governativa tra la fine di marzo e l'inizio di aprile del 1918 e ratificato nel V congresso dei Soviet il 10 giugno 1918.
La sua prima apparizione su un documento ufficiale è del 26 giugno 1918, su un documento del Sovnarkom della RSFSR.
Fino ai primi anni del Novecento il movimento operaio italiano era rappresentato da una molteplicità di simboli che facevano riferimento agli strumenti del lavoro manuale. La falce era già presente su molti vessilli delle leghe contadine ancor prima dell'utilizzo "ufficiale" nel simbolo sovietico. Dal 1919 anche il Partito Socialista Italiano adottò ufficialmente come simbolo quello ufficiale dei Soviet (falce e martello su sole nascente in corona di spighe), soprattutto a causa della riforma elettorale che consigliava l'unificazione dei simboli sul piano nazionale.
Il PSI successivamente mutò il proprio simbolo dopo la scissione del 1921 del Partito Comunista d'Italia (che mantenne il simbolo dei Soviet aggiungendoci una stella per affermare l'appartenenza alla III internazionale) apponendo sotto il simbolo della falce e martello un libro aperto [...]
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