Una luce nel labirinto.
Mai arrendersi...mai sottomettersi... il sogno si realizza.
domenica 1 marzo 2026
La legge Acerbo di mussoliniana memoria.
La legge Acerbo
Durante il ventennio fascista ci fu una sola tornata elettorale, quella del 6 aprile 1924, e due plebisciti, il 24 marzo 1929 e il 25 marzo 1934. I due plebisciti furono una farsa di regime ma la legge elettorale sulla cui base di tennero le elezioni del 1924 merita grande attenzione essenzialmente per due motivi. Il primo è che tale legge, conosciuta come legge Acerbo dal nome del suo redattore, era una legge di tipo maggioritario, imperniata sul premio di maggioranza, quindi come la "legge truffa" del 1953. Il secondo motivo è il "come" si giunse all'approvazione della legge Acerbo, cioè grazie alla progressiva capitolazione innanzitutto dei popolari, riformisti e liberali di allora.
La realizzazione del regime fascista avvenne, grazie alle suddette capitolazioni, gradualmente, attraverso una serie di tappe successive. Dal punto si vista elettorale, la tappa decisiva fu appunto la legge Acerbo che attraverso il controllo assoluto del parlamento, permise a Mussolini, in maniera formalmente "legale", di assicurarsi tutto il potere esecutivo attraverso una serie di leggi.
Tra queste vanno ricordate la legge del 1925 per la riforma dello Stato; quella del novembre del 1926 per la soppressione dei partiti politici e l'istituzione del Tribunale speciale per la difesa dello Stato; la trasformazione del Gran consiglio del fascismo in organo dello Stato nel 1928, per poi arrivare alla definitiva soppressione della camera dei deputati e l'istituzione in sua vece della camera dei Fasci e delle Corporazioni i cui componenti erano designati per legge tra i gerarchi del partito fascista e delle corporazioni.
Alle elezioni del 1921 i fascisti raccattarono 2 seggi, in proporzione lo 0,4%; alle elezioni successive, quelle del 1924, ottennero invece 374 seggi, il 69,9%. Questo sbalorditivo incremento fu l'amara conseguenza del clima di terrore e di intimidazione fasciste in cui si svolsero le elezioni del 1924, ma anche della legge elettorale che era stata approvata dal parlamento il 18 novembre 1923, n. 2444. Tale legge è conosciuta come legge Acerbo dal nome del sottosegretario alla presidenza del consiglio che la redasse su indicazione di Mussolini, cioè Giacomo Acerbo.
La legge Acerbo era imperniata su un meccanismo tanto semplice quanto antidemocratico e truffaldino, cioè l'assegnazione della maggioranza assoluta dei seggi al partito che otteneva la maggioranza relativa dei voti. In tal modo si stravolgeva e falsificava l'effettivo peso elettorale dei partiti, attribuendo a quello più forte elettoralmente la maggioranza assoluta dei seggi e quindi il predominio parlamentare e governativo. La legge Acerbo stabiliva che fossero assegnati ben due terzi del numero totale dei deputati al partito che avesse ottenuto il maggior numero di voti, comunque non meno del 25% dei voti validi. L'altro terzo dei deputati veniva ripartito tra le liste minoritarie in base alla percentuale dei voti ottenuti da ciascuna di esse. Era inoltre costituito un unico collegio nazionale, suddiviso in circoscrizioni elettorali regionali, che abbracciava l'intero territorio dello Stato. Era del tutto evidente che la legge Acerbo avrebbe permesso, come infatti avvenne, a Mussolini e ai fascisti di impadronirsi del parlamento e quindi di compiere un altro passo decisivo per la piena realizzazione del regime fascista.
Eppure vi fu un'infame capitolazione da parte degli altri partiti, in particolare dei popolari, i riformisti e i liberali. Del resto, allorché il re affidò a Mussolini la guida del governo - dopo le dimissioni del governo Fatta -, governo costituitosi il 31 ottobre 1922, accettarono di farne parte oltre ai fascisti e ai nazionalisti anche i liberali di destra e di sinistra, i democratici-sociali e i popolari, a dimostrazione che intorno al fascismo si erano già coagulate tutte le principali frazioni della borghesia. La capitolazione nei confronti della legge Acerbo non fu comunque immediata. Anzi, quando Mussolini la propose, non solo i socialisti e il PCI si opposero, ma anche i popolari. Mussolini allora, nel tentativo di aggirare l'ostacolo, propose che la legge Acerbo fosse discussa da una apposita commissione parlamentare composta da 18 rappresentanti di tutti i partiti. Accettare di far parte di quella commissione era già una capitolazione, significava accettare il terreno imposto da Mussolini, eppure nessuno si tirò indietro.
L'opposizione parlamentare capitolò
Ne fecero parte Giolitti, presidente; Orlando e Salandra, vicepresidenti; Falciani (democratico); Fera e Casertano (democratici sociali); Grassi (demoliberale); Paolucci e Terzaghi (fascisti); Orano (gruppo misto); Chiesa (repubblicano); Lanza di Scalea (partito agrario); De Gasperi e Micheli (popolari); le tre formazioni dei socialisti, con Turati (socialista unitario), Bonomi (riformista), Lazzari (massimalista) e persino il PCI con Graziadei.
I popolari proseguono la loro capitolazione con il loro leader De Gasperi, che prima afferma che il "no" dei popolari alla legge Acerbo non è pregiudiziale e poi, in commissione, avanza la proposta del suo partito: sì alla legge Acerbo purché il minimo di voti necessari per farla scattare sia portato da 25% a 40%.
Tale proposta sarà fatta propria anche dai socialisti e dal PCI, che insieme ai popolari l'avanzarono ufficialmente nella relazione di minoranza della commissione. Sarà ripetuta in parlamento dal popolare Gronchi nel dibattito sulla legge Acerbo che si apre alla Camera il 10 luglio 1923. Il 15 luglio interviene nel dibattito parlamentare Mussolini che, in un discorso nel quale alterna minacce a menzogne, irride la "proposta" di popolari, socialisti e PCI affermando: "I piccoli mercanti dei due quinti, dei tre quarti, o di qualche altra frazione di questa abbastanza complicata aritmetica elettorale, non mi interessano e non mi riguardano". Al termine dell'intervento di Mussolini i fascisti chiedono il voto. Iniziano nel frattempo le defezioni, con deputati che dal "no" alla legge Acerbo passano al sì, come Falciani (democratico), o come il socialista riformista Bonomi che dal "no" passa all'astensione. Mussolini pone allora il voto di fiducia al governo sia sulla decisione di passare alla discussione della legge che sulla legge stessa. I popolari, decidono di astenersi e con ciò danno il via libera a Mussolini. Alcuni deputati popolari, come Vassallo, dichiarano addirittura che voteranno a favore della legge. L'infausta marcia della legge Acerbo non incontrerà più ostacoli e verrà approvata definitivamente dalla Camera il 21 luglio 1923 con 223 voti contro 123, dal Senato il 13 novembre dello stesso anno con 165 voti contro 41 e trasformata in legge il 18 novembre, n. 2444.
I capitolazionisti tentarono di giustificare il loro infame comportamento sostenendo di aver voluto evitare la "guerra civile" che Mussolini avrebbe scatenato nel Paese se la legge Acerbo non fosse passata. Cosicché, anziché combattere, preferirono capitolare senza colpo ferire, macchiandosi di un indelebile crimine storico.
I nefasti effetti della legge Acerbo non mancarono di farsi sentire nelle elezioni del 6 aprile 1924. Mussolini presentò un "listone" governativo con dentro noti esponenti liberali come Orlando e Salandra, ex popolari e numerosi industriali fra cui lo stesso presidente della Confindustria, Benni. Questo blocco elettorale ricevette il sostegno di tutti i centri decisivi della vita italiana: dall'esercito ai giornali della borghesia, dal Vaticano alla Casa Savoia. Del "listone" furono eletti 356 membri, dei quali due terzi esponenti fascisti e un terzo fiancheggiatori. A questi vanno aggiunti gli eletti delle "liste bis" che i fascisti avevano creato per disturbare le opposizioni. In tutto il 56,54% dei voti. Scattò allora il "premio" previsto dalla legge Acerbo e i fascisti ottennero il 69,9% dei seggi, dunque il totale controllo del parlamento in attesa di sopprimerlo totalmente nel 1938.
venerdì 27 febbraio 2026
Muove con noi la nuova era.
I principi sociali del cristianesimo
“I principi sociali del cristianesimo hanno ormai avuto il tempo di svilupparsi per milleottocento anni, e non hanno bisogno di nessuno sviluppo ulteriore ad opera di consiglieri concistoriali prussiani.
I principi sociali del cristianesimo hanno giustificato la schiavitù antica, magnificato la servitù della gleba medievale, e in caso di necessità sanno anche difendere l’oppressione del proletariato, sia pure con una smorfia di compassione.
I principi sociali del cristianesimo predicano la necessità di una classe dominante e di una classe oppressa, e per quest’ultima non hanno che il pio desiderio che l’altra sia benefica.
I principi sociali del cristianesimo pongono in cielo il concistoriale compenso per tutte le infamie, e giustificano così la prosecuzione di queste infamie sulla terra.
I principi sociali del cristianesimo spiegano tutte le indegnità perpetrate dagli oppressori contro gli oppressi o come la giusta punizione per il peccato originale e per i peccati di ciascuno, o come prove a cui il Signore, secondo la sua sapienza, condanna gli eletti.
I principi sociali del cristianesimo predicano la vigliaccheria, il disprezzo di se stessi, l’avvilimento, la sottomissione, l’umiltà, insomma tutte le caratteristiche della canaglia, e il proletariato, che non vuole lasciarsi trattare da canaglia, ha bisogno del suo coraggio, del suo orgoglio, della sua consapevolezza e della sua indipendenza, ancor più del suo pane. I principi sociali del cristianesimo sono ipocriti.”
Vita di Marx
F. Mehring
Questo scritto, nella sua attualità, mostra come la chiesa sia stata sempre al servizio del potere temporale, oltre ad essere stata ed essere, essa stessa potere temporale.
L’umanità deve ricercare invece la liberazione da ogni potere e costruire un mondo nuovo in cui soddisfare i bisogni materiali e spirituali, base per una società di esseri umani liberi e per una società civile.
Non vi può essere civiltà e quindi società civile senza il presupposto della libertà materiale e spirituale!
La nuova stagione e la nuova frontiera dell’umanità passano per una dimensione sociale dove vi sia la soddisfazione dei bisogni e la condivisione degli interessi.
Il futuro dovrà vedere necessariamente una società di esseri umani uguali nel rapporto con la produzione e la distribuzione dei beni.
Solo allora l’umanità supererà le barbarie e assaporerà il dolce sapore della civiltà!
Il canto del cigno del capitalismo è ormai prossimo!
Certo i soloni presunti del sistema negano la fine prossima di un sistema, ormai vicino ad essere gettato nella spazzatura della storia.
Ma come fidarsi di coloro che in campo economico non ne azzeccano una?
Come fidarsi di coloro che inventano fondi finanziari basati sul nulla, pensando di essere furbi, ma che vengono poi travolti dalle dure leggi dell’economia?
Come fidarsi di coloro che dicono sempre che con le loro ricette miracolistiche si starà meglio ed invece si sta sempre peggio?
Come fidarsi di coloro che predicano pace e fanno le guerre?
Come fidarsi di coloro che criticano il nazismo del secolo scorso e inneggiano ai nuovi nazismi dell’attuale epoca?
Il capitalismo è transitorio nella storia, come lo sono state altre forme socio-economiche.
La realtà economica e sociale , come la materia, è dinamica, non è statica.
L’attuale sistema non è il miglior involucro per le esigenze umane, ma solo per il profitto, da cui derivano guerre, sottomissioni, sfruttamento, povertà, miseria, fame.
L’umanità per esprimersi in tutte le sue potenzialità e la sua bellezza ha bisogno di un mondo in cui al centro dell’attività economica, sociale, politica, ci sia la persona, non il denaro.
Se lo e’ prudente per chi non sia esperto in materia economica e sociale esprimere opinioni sul problema del socialismo? Per un complesso di ragioni penso di si.
Consideriamo dapprima la questione dal punto di vista della conoscenza scientifica. Potrebbe sembrare che non vi siano essenziali differenze di metodo tra l’astronomia e l’economia: in entrambi i campi gli scienziati tentano di scoprire leggi generalmente accettabili per un gruppo circoscritto di fenomeni, allo scopo di rendere il più possibile comprensibili le connessioni tra questi stessi fenomeni. Ma in realtà tali differenze di metodo esistono.
La scoperta di leggi generali nel campo economico è resa difficile dal fatto che i fenomeni economici risultano spesso influenzati da molti fattori difficilmente valutabili separatamente. Inoltre l’esperienza accumulata dal principio del cosiddetto periodo civile della storia umana è stata, come ben si sa, largamente influenzata e limitata da cause che non sono di natura esclusivamente economica. Molti dei maggiori Stati, per esempio, dovettero la loro esistenza a conquiste. I conquistatori si stabilirono, giuridicamente ed economicamente, come classe privilegiata nel Paese conquistato. Essi si presero il monopolio della proprietà terriera e formarono un sacerdozio con uomini della loro classe. I preti, avendo il controllo dell’educazione, trasformarono la divisione in classi della società in istituzione permanente e crearono un sistema di valori dal quale, da allora in poi, il popolo si lasciò in gran parte inconsciamente guidare nella sua condotta sociale.
Ma la tradizione storica è, per così dire, di ieri, noi oggi abbiamo realmente superato quella che Thorstein Veblen chiamò « fase predatoria » dello sviluppo umano. I fatti economici osservabili appartengono a quella fase e anche le leggi che noi possiamo ricavare non sono applicabili alle altre fasi. Poiché il vero scopo del socialismo è precisamente quello di superare e andare al di là della fase predatoria dello sviluppo umano, la scienza economica nelle sue attuali condizioni può gettare ben poca luce sulla società socialista del futuro.
In secondo luogo, il socialismo mira ad un fine etico-sociale. La scienza, viceversa, non può creare fini, e ancor meno imporli agli esseri umani, essa, al massimo, può fornire i mezzi con cui raggiungere certi fini. Questi sono concepiti da persone con alti ideali etici e se non sono sterili, ma vitali e forti, sono assunti e portati avanti da quella larga parte dell’umanità che, per metà inconsciamente, determina la lenta evoluzione della società.
Per queste ragioni, noi dovremmo guardarci dal sopravvalutare la scienza e i metodi scientifici quando si tratta di problemi umani, e non dovremmo presumere che gli esperti siano i soli che hanno il diritto di esprimersi su questioni che concernono l’organizzazione della società.
Da un po’ di tempo innumerevoli voci asseriscono che la società sta attraversando una crisi, che la sua stabilità è stata gravemente scossa. Caratteristica di questa situazione è che gli individui si sentano indifferenti e persino ostili al gruppo, sia esso grande o piccolo, cui appartengono. Per illuminare questo concetto, ricorderò un’esperienza personale. Recentemente discutevo con un uomo intelligente e di larghe vedute sulla minaccia di una nuova guerra che, a mio giudizio, poterebbe gravi danni all’esistenza del genero umano, e facevo notare che solo un’organizzazione internazionale potrebbe proteggerci da questo pericolo. Allora il mio interlocutore, con molta calma e freddezza mi disse « Perché siete così profondamente contrario alla scomparsa della razza umana? ». Io sono sicuro che solo un secolo fa nessuno avrebbe fatto con tanta leggerezza una dichiarazione di questo genere. È la dichiarazione di un uomo che si è sforzato di raggiungere il suo equilibrio interno e ha più o meno perduto la speranza di riuscirvi. È l’espressione di una penosa solitudine e di un isolamento di cui molti soffrono. Quale ne è il motivo? C’è una via d’uscita? È facile sollevare queste questioni, ma è difficile rispondervi con un certo grado di sicurezza. Tenterò tuttavia, come meglio posso, sebbene sappia che i nostri sentimenti e i nostri sforzi siano spessi contraddittori e oscuri e non possono essere espressi in formule semplici e chiare.
L’uomo è, nello stesso tempo, un essere solitario e sociale. Come essere solitario, egli tenta di proteggere la sua esistenza e quella di coloro che gli sono vicini, di soddisfare i suoi desideri personali e di sviluppare le sue innate capacità. Come essere sociale, egli cerca di guadagnarsi la stima e l’affetto degli altri esseri umani, di partecipare alle loro gioie, di confortarli nei loro dolori e di migliorare le loro condizioni di vita. Solo l’esistenza di questi vari e contradditori sforzi dà ragione del particolare carattere di un uomo, e le loro speciali combinazioni determinano in quale grado un individuo possa raggiungere un equilibrio profondo e contribuire al benessere della società. È possibile che la relativa forza di questi due indirizzi sia di gran lunga determinata dall’eredità. Ma la personalità che emerge alla fine è largamente formata dall’ambiente nel quale accade che l’uomo si trovi durante il suo sviluppo, dalla struttura sociale in cui cresce, dalle tradizioni di quella società e dal suo giudizio sui particolari tipi di comportamento. L’astratto concetto di « società » significa per l’essere umano individuale la somma totale dei suoi rapporti diretti e indiretti con i suoi contemporanei e con tutti gli uomini delle precedenti generazioni.
L’individuo è in grado di pensare, sentire, lottare da solo; ma è tale la sua dipendenza dalla società, nella sua esistenza fisica, intellettuale ed emotiva, che è impossibile pensare a lui o comprenderlo fuori dalla struttura della società. È la « società » che provvede l’uomo del cibo, dei vestiti, della casa, degli strumenti di lavoro, della lingua, delle forme di pensiero e della maggior parte dei contenuti del pensiero; la sua vita è resa possibile dal lavoro e dalle realizzazioni dei molti milioni di uomini, passati e presenti, che si nascondono dietro la piccola parola « società ».
È evidente perciò che la dipendenza dell’individuo dalla società è un fatto di natura che non può essere abolito; proprio come nel caso delle formiche e delle api. Tuttavia, mentre l’intero processo della vita delle formiche e delle api è fissato fin nei piccoli dettagli dai rigidi istinti ereditari, il modello sociale e le relazioni tra gli esseri sociali sono molto variabili e suscettibili di mutamenti. La memoria, la capacità di nuove combinazioni, il dono della comunicazione verbale hanno reso possibili tra gli esseri umani sviluppi che non sono dettati da necessità fisiologiche. Tali sviluppi si manifestano in tradizioni, istituzioni e organizzazioni, nella letteratura, nel perfezionamento scientifico e costruttivo, in opere d’arte. Questo spiega come accade che, in un certo senso, l’uomo possa influenzare la propria vita con la sua condotta, e che in quel processo possono avere una parte il pensiero e la volontà consapevoli.
L’uomo acquista dalla nascita, per eredità, una costituzione biologica che dobbiamo considerare inalterabile e fissa, che contiene gli impulsi naturali caratteristici della specie umana. Inoltre, nel corso della sua vita, egli acquista un abito culturale che riceve dalla società per mezzo di un complesso di rapporti e di molte altre specie di influenze. Questo abito culturale, col passare del tempo, è soggetto a mutamento e determina in grado molto elevato le relazioni tra l’individuo e la società. Su questo possono poggiare le loro speranze coloro che lottano per migliorare il destino dell’uomo; gli esseri umani non sono condannati, a causa della loro costituzione biologica, ad annientarsi l’un l’altro o a essere alla mercé di un destino crudele.
Se ci domandiamo come la struttura della società e l’atteggiamento culturale dell’uomo dovrebbero essere modificati al fine di rendere la vita umana quanto più possibile soddisfacente, dobbiamo essere costantemente consci che vi sono certe condizioni che non possono essere modificate. Come ho già detto, la natura biologica dell’uomo non è soggetta a mutamenti, almeno praticamente. Inoltre gli sviluppi tecnologici e demografici degli ultimi secoli hanno creato condizioni destinate a durare. In popolazioni stabili e di densità relativamente elevata, con i beni indispensabili alla loro esistenza, sono assolutamente necessari un’estrema divisione del lavoro e un sistema produttivo altamente centralizzato. Il tempo, ai nostri occhi così idillico, in cui gli individui o gruppi relativamente piccoli potevano essere completamente autosufficienti, è passato per sempre. È appena una lieve esagerazione affermare che il genero umano costituisce fin d’ora una comunità planetaria di produzione e consumo.
Eccomi giunto al punto in cui mi è possibile indicare brevemente che cosa per me costituisca l’essenza della crisi del nostro tempo. L’individuo è diventato più che mai consapevole della sua dipendenza dalla società. Questa dipendenza però egli non la sente come positiva, come un legame organico, come un fatto produttivo, ma piuttosto come una minaccia ai suoi diritti naturali o anche alla sua esistenza economica. Inoltre la sua posizione nella società è tale che gli impulsi egoistici del suo carattere vanno costantemente aumentando, mentre i suoi impulsi sociali, che sono per natura più deboli, vengono di mano in mano deteriorandosi. Tutti gli esseri umani, qualunque sia la loro posizione nella società, sono danneggiati da questo processo di deterioramento. Inconsciamente prigionieri del loro egoismo, essi si sentono malsicuri, soli e privi dell’ingenua, semplice e non sofisticata gioia della vita. L’uomo può trovare un significato alla vita, breve e pericolosa com’è, solo votandosi alla società.
L’anarchia economica della società capitalistica, quale esiste oggi, è secondo me la vera fonte del male. Vediamo di fronte a noi un’enorme comunità di produttori, i cui membri lottano incessantemente per privarsi reciprocamente dei frutti del loro lavoro collettivo, non con la forza ma, complessivamente, in fedele complicità con gli ordinamenti legali. Sotto questo punto di vista è importante comprendere che i mezzi di produzione – vale a dire tutta la capacità produttiva che è necessaria sia per produrre beni di consumo quanto per produrre capitale addizionale – può essere legalmente, e per la maggior parte dei casi è, proprietà dei singoli individui.
Per semplicità, nella discussione che segue, io chiamerò « lavoratori » tutti coloro che non partecipano alla proprietà dei mezzi di produzione, sebbene ciò non corrisponda all’uso attuale del termine. Il proprietario dei mezzi di produzione è in grado di comperare la forza-lavoro del lavoratore. Usando i mezzi di produzione, il lavoratore produce nuove merci che divengono proprietà del capitalista. Il punto essenziale di questo processo è la relazione tra ciò che il lavoratore produce e la misura in cui viene pagato, misurando entrambe le cose in termini di valore reale. Dal momento che il contratto di lavoro è «libero», ciò che il lavoratore percepisce è determinato non dal valore delle merci che produce, ma dalle sue esigenze minime e dalla richiesta capitalistica di forza-lavoro, in relazione al numero dei lavoratori che sono in concorrenza tra di loro per i posti di lavoro. È importante comprendere che anche in teoria il pagamento del lavoratore non è determinato dal valore del suo prodotto.
Il capitale privato tende a essere concentrato nelle mani di una minoranza, in parte a causa della concorrenza tra i capitalisti e in parte per il fatto che lo sviluppo tecnologico e la crescente divisione del lavoro incoraggiano la formazione di più larghe unità di produzione a spese delle più piccole. Il risultato di questo sviluppo è un’oligarchia del capitale privato, il cui enorme potere non può essere effettivamente arrestato nemmeno da una società politica democraticamente organizzata. Ciò è vero dal momento che i membri dei corpi legislativi sono scelti dai partiti politici, largamente finanziati o altrimenti influenzati dai privati capitalisti che, a tutti gli effetti pratici, separano l’elettorato dalla legislatura. La conseguenza è che di fatto i rappresentanti del popolo non proteggono sufficientemente gli interessi degli strati meno privilegiati della popolazione. Inoltre, nelle condizioni esistenti, i capitalisti privati controllano inevitabilmente, in modo diretto o indiretto, le principali fonti d’informazione (stampa, radio, insegnamento). Così è estremamente difficile, e in realtà nelle maggior parte dei casi del tutto impossibile, che il cittadino privato giunga a oggettive conclusioni e a fare un uso intelligente dei suoi diritti politici.
L’aspetto dominante, in una economia fondata sulla proprietà privata del capitale, è caratterizzato da due principi basilari: primo i mezzi di produzione (il capitale) sono posseduti da privati e i proprietari ne dispongono come meglio credono; secondo, il contratto di lavoro è «libero». Naturalmente una società capitalistica pura, in questo senso non esiste. In particolare si dovrebbe notare che i lavoratori, attraverso lunghe e dure lotte politiche, sono riusciti ad assicurare per certe loro categorie una forma alquanto migliorata di «libero contratto di lavoro». Ma presa nell’insieme, l’economia odierna non differisce dal puro capitalismo.
Si produce per il profitto, non già per l’uso. Non esiste nessun provvedimento per garantire che tutti coloro che sono atti e desiderosi di lavorare siano sempre in condizioni di trovare un impiego; un «esercito di disoccupati» esiste quasi in permanenza. Il lavoratore vive nel costante timore di perdere il suo impiego. Poiché i disoccupati e i lavoratori mal retribuiti non rappresentano un mercato vantaggioso, la produzione delle merci per il consumo è limitata, con conseguente grave danno. Il progresso tecnico spesso si risolve in maggiore disoccupazione, piuttosto che in un alleggerimento del lavoro per tutti. Il movente del profitto, il processo di accumulazione del capitale e della sua utilizzazione e insieme con la concorrenza tra i capitalisti, sono i responsabili delle crisi sempre più gravi. Una concorrenza illimitata porta a un enorme spreco di lavoro e a quel deterioramento della coscienza sociale degli individui cui ho prima accennato. Questo avvilimento dell’individuo io lo considero il maggior male del capitalismo. Tutto il nostro sistema educativo ne è danneggiato. Un’attitudine competitiva esagerata viene inculcata allo studente, così condotto, come preparazione alla sua futura carriera, ad adorare il successo.
Sono convinto che vi sia un sol modo per eliminare questi gravi mali: la creazione di una economia socialista, accompagnata da un sistema educativo volto a fini sociali. In una tale economia i mezzi di produzione sono di proprietà della società e vengono utilizzati secondo un piano. Un’economia pianificata che adatti la produzione alle necessità della comunità, distribuirebbe il lavoro tra tutti gli abili al lavoro e garantirebbe i mezzi di sussistenza a ogni uomo, donna e bambino. L’educazione dell’individuo, oltre che incoraggiare le sue innate qualità, dovrebbe proporsi di sviluppare il senso di responsabilità verso i suoi simili, invece dell’esaltazione del potere e del successo che è praticata dalla nostra attuale società.
È tuttavia necessario ricordare che un’economia pianificata non è ancora socialismo. Un’economia pianificata come questa può essere accompagnata dal completo asservimento dell’individuo. Il raggiungimento del socialismo richiede la soluzione di alcuni problemi politico-sociali estremamente difficili: come è possibile in vista di una centralizzazione di vasta portata del potere politico ed economico, impedire che la burocrazia divenga potente e prepotente? Come possono essere protetti i diritti dell’individuo ed essere con ciò assicurato un contrappeso democratico alla potenza della burocrazia?
A. Einstein, Perché il socialismo
Se lo vogliamo, possiamo sognare!
mercoledì 25 febbraio 2026
Il manifesto del partito comunista, scritto da Karl Marx e Friedrich Engels, visto da Umberto Eco.
IL MANIFESTO DEL PARTITO COMUNISTA VISTO DA UMBERTO ECO
"Non si può sostenere che alcune belle pagine possano da sole cambiare il mondo. L’intera opera di Dante non è servita a restituire un Sacro Romano Imperatore ai comuni italiani. Tuttavia, nel ricordare quel testo che fu il Manifesto del Partito Comunista del 1848, e che certamente ha largamente influito sulle vicende di due secoli, credo occorra rileggerlo dal punto di vista della sua qualità letteraria o almeno – anche a non leggerlo in tedesco – della sua straordinaria struttura retorico-argomentativa. Nel 1971 era apparso il libretto di un autore venezuelano, Ludovico Silva, Lo stile letterario di Marx, poi tradotto da Bompiani nel 1973. Credo sia ormai introvabile e varrebbe la pena di ristamparlo. Rifacendo anche la storia della formazione letteraria di Marx (pochi sanno che aveva scritto anche delle poesie ancorché, a detta di chi le ha lette, bruttissime), Silva andava ad analizzare minutamente tutta l’opera marxiana. Curiosamente dedicava solo poche righe al Manifesto, forse perché non era opera strettamente personale. È un peccato: si tratta di un testo formidabile che sa alternare toni apocalittici e ironia, slogan efficaci e spiegazioni chiare e (se proprio la società capitalistica intende vendicarsi dei fastidi che queste non molte pagine le hanno procurato) dovrebbe essere religiosamente analizzato ancora oggi nelle scuole per pubblicitari.
Inizia con un formidabile colpo di timpano, come la Quinta di Beethoven: «Uno spettro si aggira per l’Europa» (e non dimentichiamo che siamo ancora vicini al fiorire preromantico e romantico del romanzo gotico, e gli spettri sono entità da prendere sul serio). Segue subito dopo una storia a volo d’aquila sulle lotte sociali dalla Roma antica alla nascita e sviluppo della borghesia, e le pagine dedicate alle conquiste di questa nuova classe «rivoluzionaria» ne costituiscono il poema fondatore – ancora buono oggi, per i sostenitori del liberismo. Si vede (voglio proprio dire «si vede», in modo quasi cinematografico) questa nuova inarrestabile forza che, spinta dal bisogno di nuovi sbocchi per le proprie merci, percorre tutto l’orbe terraqueo (e secondo me qui il Marx ebreo e messianico sta pensando all’inizio del Genesi), sconvolge e trasforma paesi remoti perché i bassi prezzi dei suoi prodotti sono l’artiglieria pesante con la quale abbatte ogni muraglia cinese e fa capitolare i barbari più induriti nell’odio per lo straniero, instaura e sviluppa le città come segno e fondamento del proprio potere, si multinazionalizza, si globalizza, inventa persino una letteratura non più nazionale bensì mondiale.
È impressionante come il Manifesto avesse visto nascere, con un anticipo di centocinquant’anni, l’era della globalizzazione, e le forze alternative che essa avrebbe scatenato. Come a suggerirci che la globalizzazione non è un incidente avvenuto durante il percorso dell’espansione capitalistica (solo perché è caduto il muro ed è arrivato internet) ma il disegno fatale che la nuova classe emergente non poteva evitare di tracciare, anche se allora, per l’espansione dei mercati, la via più comoda (anche se più sanguinosa) si chiamava colonizzazione. È anche da rimeditare (e va consigliato non ai borghesi ma alle tute di ogni colore), l’avvertimento che ogni forza alternativa alla marcia della globalizzazione, all’inizio, si presenta divisa e confusa, tende al puro luddismo, e può venire usata dall’avversario per combattere i propri nemici. Alla fine di questo elogio (che conquista in quanto è sinceramente ammirato), ecco il capovolgimento drammatico: lo stregone si trova impotente a dominare le potenze sotterranee che ha evocato, il vincitore è soffocato dalla propria sovraproduzione, è obbligato a generare dal proprio seno, a far sbocciare dalle proprie viscere i suoi propri becchini, i proletari.
Entra ora in scena questa nuova forza che, dapprima divisa e confusa, si stempera nella distruzione delle macchine, viene usata dalla borghesia come massa d’urto costretta a combattere i nemici del proprio nemico (le monarchie assolute, la proprietà fondiaria, i piccoli borghesi), via via assorbe parte dei propri avversari che la grande borghesia proletarizza, come gli artigiani, i negozianti, i contadini proprietari, la sommossa diventa lotta organizzata, gli operai entrano in contatto reciproco a causa di un altro potere che i borghesi hanno sviluppato per il proprio tornaconto, le comunicazioni. E qui il Manifesto cita le vie ferrate, ma pensa anche alle nuove comunicazioni di massa (e non dimentichiamoci che Marx ed Engels nella Sacra famiglia avevano saputo usare la televisione dell’epoca, e cioè il romanzo di appendice, come modello dell’immaginario collettivo, e ne criticavano l’ideologia usando linguaggio e situazioni che esso aveva reso popolari).
A questo punto entrano in scena i comunisti. Prima di dire in modo programmatico che cosa essi sono e che cosa vogliono, il Manifesto (con mossa retorica superba) si pone dal punto di vista del borghese che li teme, e avanza alcune terrorizzate domande: ma voi volete abolire la proprietà? Volete la comunanza delle donne? Volete distruggere la religione, la patria, la famiglia? Qui il gioco si fa sottile, perché il Manifesto a tutte queste domande sembra rispondere in modo rassicurante, come per blandire l’avversario – poi, con una mossa improvvisa, lo colpisce sotto il plesso solare, e ottiene l’applauso del pubblico proletario... Vogliamo abolire la proprietà? Ma no, i rapporti di proprietà sono sempre stati soggetto di trasformazioni, la Rivoluzione francese non ha forse abolito la proprietà feudale in favore di quella borghese? Vogliamo abolire la proprietà privata? Ma che sciocchezza, non esiste, perché è la proprietà di un decimo della popolazione a sfavore dei nove decimi. Ci rimproverate allora di volere abolire la «vostra» proprietà? Eh sì, è esattamente quello che vogliamo fare.
La comunanza delle donne? Ma suvvia, noi vogliamo piuttosto togliere alla donna il carattere di strumento di produzione. Ma ci vedete mettere in comune le donne? La comunanza delle donne l’avete inventata voi, che oltre a usare le vostre mogli approfittate di quelle degli operai e come massimo spasso praticate l’arte di sedurre quelle dei vostri pari. Distruggere la patria? Ma come si può togliere agli operai quello che non hanno? Noi vogliamo anzi che trionfando si costituiscano in nazione... E così via, sino a quel capolavoro di reticenza che è la risposta sulla religione. Si intuisce che la risposta è «vogliamo distruggere questa religione», ma il testo non lo dice: mentre abborda un argomento così delicato sorvola, lascia capire che tutte le trasformazioni hanno un prezzo, ma insomma, non apriamo subito capitoli troppo scottanti.
Segue poi la parte più dottrinale, il programma del movimento, la critica dei vari socialismi, ma a questo punto il lettore è già sedotto dalle pagine precedenti. E se poi la parte programmatica fosse troppo difficile, ecco un colpo di coda finale, due slogan da levare il fiato, facili, memorizzabili, destinati (mi pare) a una fortuna strepitosa: «I proletari non hanno da perdere che le loro catene» e «Proletari di tutto il mondo unitevi». A parte la capacità certamente poetica di inventare metafore memorabili, il Manifesto rimane un capolavoro di oratoria politica (e non solo) e dovrebbe essere studiato a scuola insieme alle Catilinarie e al discorso shakespeariano di Marco Antonio sul cadavere di Cesare. Anche perché, data la buona cultura classica di Marx, non è da escludere che proprio questi testi egli avesse presenti."
Umberto Eco, da «La filosofia e le sue storie L’età contemporanea», a cura di Umberto Eco & Riccardo Fedriga.
martedì 24 febbraio 2026
Il fondamento della critica alla religione.
Il fondamento della critica alla religione é: è l’uomo che fa la religione, e non è la religione che fa l’uomo. Infatti, la religione è la coscienza di sè e il sentimento di sè dell’uomo che non ha ancora conquistato o ha già di nuovo perduto se stesso. Ma l’uomo non è un'entità astratta posta fuori del mondo. L’uomo è il mondo dell’uomo, lo Stato, la società. Questo Stato, questa società producono la religione, una coscienza capovolta del mondo, poiché essi sono un mondo capovolto. La religione è la teoria generale di questo mondo, il suo compendio enciclopedico, la sua logica in forma popolare, il suo punto d’onore spiritualistico, il suo entusiasmo, la sua sanzione morale, il suo solenne completamento, il suo universale fondamento di consolazione e di giustificazione. Essa è la realizzazione fantastica dell’essenza umana, poiché l’essenza umana non possiede una realtà vera. La lotta contro la religione è dunque, mediatamente, la lotta contro quel mondo, del quale la religione è l’aroma spirituale. La religione è il sospiro della creatura oppressa, è l'anima di un mondo senza cuore, di un mondo che è lo spirito di una condizione senza spirito. Essa è l'oppio del popolo. Eliminare la religione in quanto illusoria felicità del popolo vuol dire esigere la felicità reale. L’esigenza di abbandonare le illusioni sulla sua condizione è l’esigenza di abbandonare una condizione che ha bisogno di illusioni. La critica della religione, dunque, è, in germe, la critica della valle di lacrime, di cui la religione è l'aureola. La critica ha strappato dalla catena i fiori immaginari, non perché l'uomo porti la catena spoglia e sconfortante, ma affinché egli getti via la catena e colga i fiori vivi. La critica della religione disinganna l'uomo affinché egli pensi, operi, dia forma alla sua realtà come un uomo disincantato e giunto alla ragione, affinché egli si muova intorno a se stesso e, perciò, intorno al suo sole reale. La religione è soltanto il sole illusorio che si muove intorno all'uomo, fino a che questi non si muove intorno a se stesso. E' dunque compito della storia, una volta scomparso l'al di la della verità, quello di ristabilire la verità dell'al di qua. E innanzi tutto è compito della filosofia, la quale sta al servizio della storia, una volta smascherata la figura sacra dell'autoestraneazione umana, smascherare l'autoestraneazione nelle sue figure profane. La critica del cielo si trasforma così nella critica della terra, la critica della religione nella critica del diritto, la critica della teologia nella critica della politica. La critica della religione approda alla teoria che l'uomo è per l'uomo l'essere supremo. (MARX, Critica alla filosofia hegeliana del diritto pubblico)
giovedì 12 febbraio 2026
Il comunismo: una necessità.
Il comunismo: una necessità.
Uno degli argomenti , cementato in vari luoghi comuni, che la borghesia e l’opportunismo portano avanti, è che la realtà economico-sociale è complessa, che non esistono classi, ma il bene comune, che vi sono borghesi “progressisti” e borghesi “reazionari”, i ceti medi, la politica delle alleanze, che le “crisi” si superano insieme, unendo e non dividendo. La società è davvero complicata, ma la complessità dei fenomeni economici e sociali non elimina il nocciolo della questione, che il marxismo ha messo in evidenza e che per la classe operaia era ed è molto semplice: la società è divisa in classi e che gl’interessi sono conflittuali tra chi sfrutta e chi è sfruttato. Non si può essere per il proletariato e per la borghesia. O si è da una parte o dall’altra! Chi propaganda sulle possibilità e necessità di unione tra borghesia e proletariato ha un solo scopo: difendere il profitto ed il capitale.
“I democratici piccolo-borghesi, questi sedicenti socialisti che hanno sostituito alla lotta di classe le loro fantasticherie sull’intesa tra le classi hanno fatto della trasformazione socialista una specie di sogno; non si tratta per essi di abbattere il dominio della classe sfruttatrice, ma di sottomettere pacificamente la maggioranza alla minoranza cosciente dei suoi compiti. Quest’utopia del piccolo borghese, indissolubilmente legata all’ipotesi di uno stato al di sopra delle classi non ha portato ad altro che al tradimento de gl’interessi delle classi lavoratrici.”
Lenin
Lo Stato non è un organismo al di sopra delle classi. Lo Stato è sorto proprio dall’inconciliabilità degl’interessi delle classi, come strumento di dominio di una classe sull’altra. La democrazia è una forma di potere con il quale la borghesia tiene sottomessi i lavoratori. Il suffragio universale porrebbe, secondo borghesi ed opportunisti, alla pari borghese e proletario. La democrazia delle schede elettorali non tocca il potere reale dei capitalisti, liberi di sfruttare e di condizionare le elezioni con il potere dei mass-media. Le elezioni libere, eguali, democratiche, universali servono ad occultare il fatto che la proprietà dei mezzi di produzione ed il potere politico rimangono nelle mani degli sfruttatori e che quindi è impossibile parlare di vera libertà e di effettiva uguaglianza per la stragrande maggioranza della popolazione. Il vero potere nella democrazia non è nelle urne, ma nelle banche, nei consigli di amministrazione.
“Essi parlano di “maggioranza” pensando che l’uguaglianza delle schede elettorali significhi l’uguaglianza tra lo sfruttato e lo sfruttatore, tra l’operaio ed il capitalista, tra il povero ed il riccone, tra l’affamato e chi ha la pancia piena. Secondo loro i miti, nobili, pacifici capitalisti non impiegherebbero mai la forza della ricchezza, la forza del denaro, la potenza del capitale, il giogo della burocrazia e della dittatura militare, ma risolverebbero effettivamente gli affari secondo “la maggioranza…” In realtà proprio la borghesia è sempre stata ipocrita chiamando democrazia un’uguaglianza formale, mentre di fatto violentava i poveri, i lavoratori, i piccoli contadini, gli operai con infinite forme d’inganno e di oppressione.”
Lenin
I fatti degli ultimi anni sono emblematici. Con varie forme d’inganno dialettico hanno tolto diritti, ridotto i salari, aumentato le tasse, espulso milioni di persone dai centri produttivi e negato una vita presente e futura a tanti uomini, donne, bambini, anziani; hanno aumentato la povertà e siamo giunti al culmine che anche chi lavora non ha un salario per arrivare a fine mese.
Le guerre in atto, 63 in tutto il globo, sono frutto della caduta del vecchio ordine mondiale e dell’affacciarsi di un nuovo ordine. Sono frutto del sistema capitalistico basato sul profitto, sulle disuguaglianze, sulle ingiustizie, sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. La corsa al riarmo prepara situazioni di massacri di essere umani, per merito di persone che si conoscono e frequentano, portate avanti da persone che non si conoscono.
Il “Pacifismo” nel capitalismo è solo un’ altra forma di raggiro. Non ci può essere pace ove vi siano interessi divergenti e conflittuali! Se si vuole la pace, bisogna preparare la pace e lo si fa non con il pacifismo, ma con il “ Comunismo”!
Ovvero un mondo dove “Ognuno possa dare secondo le sue capacità ed avere secondo le sue necessità.”
Non si può pensare di condizionare lo Stato con il parlamento per il semplice fatto che le decisioni vere vengono prese in altri luoghi. Il parlamento serve solo ad illudere il popolo.
Il marxismo non è solo un metodo di analisi, ma , soprattutto, analisi scientifica della società, esposizione delle leggi dello sviluppo economico e sociale che individuano l’inevitabilità della fine del capitalismo per opera della classe operaia e nello stesso tempo indicazione pratica sulle azioni per portare a termine il compito della costruzione di un mondo nuovo dove ognuno possa respirare liberamente la vera libertà e l’effettiva uguaglianza.
“I signori opportunisti insegnano al popolo, facendo scempio della dottrina di Marx, che il proletariato deve dapprima ottenere la maggioranza per mezzo del suffragio universale, poi ottenere, in forza di tale maggioranza, sulla base delle votazioni, il potere statale… Ma noi, basandoci sulla dottrina di Marx e sull’esperienza della rivoluzione russa diciamo: il proletariato deve dapprima battere la borghesi e conquistare per se stesso il potere e poi adoperare il potere statale come arma della sua classe … Solo i mascalzoni e gli sciocchi possono pensare che il proletariato deve prima conquistare la maggioranza nelle elezioni, fatte sotto il giogo della borghesia, sotto il giogo della schiavitù salariata, e poi il potere. Questo è il colmo dell’ottusità e dell’ipocrisia: è la sostituzione delle votazioni, sotto il vecchio regime, sotto il vecchio potere, alla lotta di classe…”
Lenin
Nonostante la propaganda ideologica borghese cerchi di dire che Marx ed il marxismo siano superati, mentre fior di economisti borghesi ridotti a sibille di Cuma cercano di consigliarsi con Marx per capire qualcosa della situazione odierna, per essi indecifrabile, la dottrina de “Il Moro” si è impossessata di milioni di cuori per il semplice fatto che essa si basa sulle solide fondamenta del sapere umano accumulato nell’ epoca del capitalismo; perché, avendo studiato le leggi dello sviluppo sociale, Marx comprese l’inevitabilità dello sviluppo del capitalismo, che conduce al comunismo, e soprattutto lo dimostrò sulla base di analisi scientifiche.
Il comunismo è la frontiera dell’umanità, ma è anche una necessità per dare senso alla vita del genere umano.
domenica 8 febbraio 2026
Il denaro: potere alienato dell'umanità.
Se i sentimenti, le passioni, ecc. dell'uomo non sono soltanto determinazioni antropologiche in senso [stretto], ma affermazioni veramente ontologiche dell'essenza (della natura), e se essi si affermano realmente solo per il fatto che il loro oggetto è per essi sensibile, si intende che: 1) il modo della loro affermazione non è per nulla unico ed identico, ma anzi il modo diverso di affermarsi costituisce la particolarità della loro esistenza, della loro vita; il modo con cui l'oggetto è per essi, è il modo particolare del loro godimento; 2) là dove l'affermazione sensibile è la soppressione immediata dell'oggetto nella sua forma per sé stante (mangiare, bere, lavorare un oggetto, ecc.), proprio là ha luogo l'affermazione dell'oggetto; 3) in quanto l'uomo è umano, e quindi anche il suo sentimento, ecc., è umano, l'affermazione dell'oggetto da parte di un altro è anche un godimento suo proprio; 4) solo attraverso l'industria in pieno sviluppo, cioè attraverso la mediazione della proprietà privata, l'essenza ontologica della passione umana diviene tanto nella sua totalità quanto nella sua umanità; la scienza dell'uomo è quindi essa stessa un prodotto dell'attuazione pratica che l'uomo fa di se stesso; 5) il senso della proprietà privata - liberata dalla sua estraniazione - è l'esistenza degli oggetti essenziali per l'uomo, tanto come oggetto di godimento quanto come oggetto di attività.
Il denaro, possedendo la caratteristica di comprar tutto, di appropriarsi di tutti gli oggetti, è dunque l'oggetto in senso eminente. L'universalità di questa sua caratteristica costituisce l'onnipotenza del suo essere; è tenuto per ciò come l'essere onnipotente... il denaro fa da mezzano tra il bisogno e l'oggetto, tra la vita e i mezzi di sussistenza dell'uomo. Ma ciò che media a me la mia vita, mi media pure l'esistenza degli altri uomini per me. Questo è per me l'altro uomo.
«Eh, diavolo! Certamente mani e piedi, testa e sedere son tuoi! Ma tutto quel che io mi posso godere allegramente, non è forse meno mio? Se posso pagarmi sei stalloni, le loro forze non sono le mie ? Io ci corro su, e sono perfettamente a mio agio come se io avessi ventiquattro gambe» (GOETHE, Faust, Mefistofele)1.
Shakespeare nel Timone di Atene:
«Oro? Oro giallo, fiammeggiante, prezioso? No, o dèi, non sono un vostro vano adoratore. Radici, chiedo ai limpidi cieli. Ce n'è abbastanza per far nero il bianco, brutto il bello, ingiusto il giusto, volgare il nobile, vecchio il giovane, codardo il coraggioso... Esso allontana... i sacerdoti dagli altari; strappa di sotto al capo del forte il guanciale. Questo giallo schiavo unisce e infrange le fedi; benedice i maledetti; rende gradita l'orrida lebbra; onora i ladri e dà loro titoli, riverenze, lode nel consesso dei senatori. È desso che fa risposare la vedova afflitta; colei che l'ospedale e le piaghe ulcerose fanno apparire disgustosa, esso profuma e prepara di nuovo giovane per il giorno d'aprile. Avanti, o dannato metallo, tu prostituta comune dell'umanità, che rechi la discordia tra i popoli...»
E più oltre:
«Tu dolce regicida, o caro divorzio tra padre e figlio, tu splendido profanatore del più puro letto coniugale, tu Marte valoroso, seduttore sempre giovane, fresco, amato, delicato, il cui rossore scioglie la neve consacrata nel grembo di Diana; tu, dio visibile, che fondi insieme strettamente le cose impossibili, e le costringi a baciarsi! Tu i parli in ogni lingua, per ogni intento [XLII]; o tu pietra di paragone di tutti i cuori, pensa, l'uomo, il tuo schiavo si ribella; e col tuo valore gettalo in una discordia che tutto confonda in modo che le bestie abbiano l'impero del mondo»2.
Shakespeare descrive l'essenza del denaro in modo veramente incisivo. Per comprenderlo, cominciamo dall'interpretazione del passo di Goethe.
Ciò che mediante il denaro è a mia disposizione, ciò che io posso pagare, ciò che il denaro può comprare, quello sono io stesso, il possessore del denaro medesimo, Quanto grande è il potere del denaro, tanto grande è il mio potere. Le caratteristiche del denaro sono le mie stesse caratteristiche e le mie forze essenziali, cioè sono le caratteristiche e le forze essenziali del suo possessore. Ciò che io sono e posso, non è quindi affatto determinato dalla mia individualità. Io sono brutto, ma posso comprarmi la più bella tra le donne. E quindi io non sono brutto, perché l'effetto della bruttezza, la sua forza repulsiva, è annullata dal denaro. Io, considerato come individuo, sono storpio, ma il denaro mi procura venti quattro gambe; quindi non sono storpio. Io sono un uomo malvagio, disonesto, senza scrupoli, stupido; ma il denaro è onorato, e quindi anche il suo possessore. Il denaro è il bene supremo, e quindi il suo possessore è buono; il denaro inoltre mi toglie la pena di esser disonesto; e quindi si presume che io sia onesto. Io sono uno stupido, ma il denaro è la vera intelligenza di tutte le cose; e allora come potrebbe essere stupido chi lo possiede? Inoltre costui potrà sempre comperarsi le persone intelligenti, e chi ha potere sulle persone intelligenti, non è più intelligente delle persone intelligenti? Io che col denaro ho la facoltà di procurarmi tutto quello a cui il cuore umano aspira, non possiedo forse tutte le umane facoltà ? Forse che il mio denaro non trasforma tutte le mie deficienze nel loro contrario ?
E se il denaro è il vincolo che mi unisce alla vita umana, che unisce a me la società, che mi collega con la natura e gli uomini, non è il denaro forse il vincolo di tutti i vincoli? Non può esso sciogliere e stringere ogni vincolo ? E quindi non è forse anche il dissolvitore universale ? Esso è tanto la vera moneta spicciola quanto il vero cemento, la forza galvano-chimica della società.
Shakespeare rileva nel denaro soprattutto due caratteristiche;
1) è la divinità visibile, la trasformazione di tutte le caratteristiche umane e naturali nel loro contrario, la confusione universale e l'universale rovesciamento delle cose. Esso fonde insieme le cose impossibili;
2) è la meretrice universale, la mezzana universale degli uomini e dei popoli.
La confusione e il rovesciamento di tutte le qualità umane e naturali, la fusione delle cose impossibili - la forza divina - propria del denaro risiede nella sua essenza in quanto è l'essenza estraniata, che espropria e si aliena, dell'uomo come essere generico. Il denaro è il potere alienato dell' umanità.
Quello che io non posso come uomo, e quindi quello che le mie forze essenziali individuali non possono, lo posso mediante il denaro. Dunque il denaro fa di ognuna di queste forze essenziali qualcosa che esso in sé non è, cioè ne fa il suo contrario.
Quando io ho voglia di mangiare oppure voglio servirmi della diligenza perché non sono abbastanza forte per fare il cammino a piedi, il denaro mi procura tanto il cibo quanto la diligenza, cioè trasforma i miei desideri da entità rappresentate e li traduce dalla loro esistenza pensata, rappresentata, voluta nella loro esistenza sensibile, reale, li traduce dalla rappresentazione nella vita, dall'essere rappresentato nell'essere reale. In quanto è tale mediazione, il denaro è la forza veramente creatrice.
La domanda esiste, sì, anche per chi non ha denaro, ma la sua domanda è un puro ente dell'immaginazione, che non ha nessun effetto, nessuna esistenza per me, per un terzo, per la [...]3[XLIII]; e quindi resta per me stesso irreale, privo di oggetto. La differenza tra la domanda che ha effetto, in quanto è fondata sul denaro, e la domanda che non ha effetto, in quanto è fondata soltanto sul mio bisogno, sulla mia passione, sul mio desiderio, ecc., è la stessa differenza che passa tra l'essere e il pensare, tra la semplice rappresentazione quale esiste dentro di me e la rappresentazione qual è per me come oggetto reale fuori di me.
Quando non ho denaro per viaggiare, non ho nessun bisogno, cioè nessun bisogno reale e realizzantesi di viaggiare. Se ho una certa vocazione per lo studio, ma non ho denaro per realizzarla, non ho nessuna vocazione per lo studio, cioè nessuna vocazione efficace, nessuna vocazione vera. Al contrario, se io non ho realmente nessuna vocazione per lo studio, ma ho la volontà e il denaro, ho una vocazione efficace. Il denaro, in quanto è il mezzo e il potere esteriore, cioè nascente non dall'uomo come uomo, né dalla società umana come società, in quanto è il mezzo universale e il potere universale di ridurre la rappresentazione a realtà e la realtà a semplice rappresentazione, trasforma tanto le forze essenziali reali, sia umane che naturali in rappresentazioni meramente astratte e quindi in imperfezioni, in penose fantasie, quanto, d'altra parte, le imperfezioni e le fantasie reali, le forze essenziali realmente impotenti, esistenti soltanto nell'immaginazione dell'individuo, in forze essenziali reali e in poteri reali. Già in base a questa determinazione il denaro è dunque l'universale rovesciamento delle individualità, rovesciamento che le capovolge nel loro contrario e alle loro caratteristiche aggiunge caratteristiche che sono in contraddizione con quelle.
Sotto forma della potenza sovvertitrice qui descritta il denaro si presenta poi anche in opposizione all'individuo e ai vincoli sociali, ecc., che affermano di essere entità per se stesse. Il denaro muta la fedeltà in infedeltà, l'amore in odio, l'odio in amore, la virtù in vizio, il vizio in virtù, il servo in padrone, il padrone in servo, la stupidità in intelligenza, l'intelligenza in stupidità.
Poiché il denaro, in quanto è il concetto esistente e in atto del valore, confonde e inverte ogni cosa, è la universale confusione e inversione di tutte le cose, e quindi il mondo rovesciato, la confusione e l'inversione di tutte le qualità naturali ed umane.
Chi può comprare il coraggio, è coraggioso anche se è vile. Siccome il denaro si scambia non con una determinata qualità, né con una cosa determinata, né con alcuna delle forze essenziali dell'uomo, ma con l'intero mondo oggettivo, umano e naturale, esso quindi, considerato dal punto di vista del suo possessore, scambia le caratteristiche e gli oggetti gli uni con gli altri, anche se si contraddicono a vicenda. È la fusione delle cose impossibili; esso costringe gli oggetti contraddittori a baciarsi. Se presupponi l'uomo come uomo e il suo rapporto col mondo come un rapporto umano, potrai scambiare amore soltanto con amore, fiducia solo con fiducia, ecc. Se vuoi godere dell'arte, devi essere un uomo artisticamente educato; se vuoi esercitare qualche influsso sugli altri uomini, devi essere un uomo che agisce sugli altri uomini stimolandoli e sollecitandoli realmente. Ognuno dei tuoi rapporti con l'uomo, e con la natura, dev'essere una manifestazione determinata e corrispondente all'oggetto della tua volontà, della tua vita individuale nella sua realtà. Se tu ami senza suscitare una amorosa corrispondenza, cioè se il tuo amore come amore non produce una corrispondenza d'amore, se nella tua manifestazione vitale di uomo amante non fai di te stesso un uomo amato, il tuo amore è impotente, è un'infelicità.
mercoledì 28 gennaio 2026
La paura bussò alla porta. Il coraggio andò ad aprirla e...la paura fuggì di corsa.
La paura ha radice in questa realtà economico-sociale fin dall’infanzia e porta gli esseri umani a temere ogni tipo di presente e futuro per gli effetti della precarietà nel poter o non poter soddisfare i bisogni materiali e spirituali. Essa frena lo sviluppo armonico dell’essere umano nel rapporto con i propri simili e con la natura. Il potere economico, sociale e politico delle classi dominanti è basato sullo sfruttamento degli esseri umani su altri esseri umani ed ha, spesso, nella paura lo strumento migliore per sottomettere le menti ed i corpi, perché chi è succube di questo sentimento è portato a non lottare. Chiusi nelle prigioni della paura, tanti si votano alla speranza. Speranza in un mondo ultraterreno, speranza in un domani migliore, speranza in un colpo di fortuna. Ed intanto la vita va e poco o nulla muta. Il sistema da vita a questo sentimento e pone all’attenzione politica nuovi personaggi che promettono “la luna nel pozzo”, non mettendo mai in discussione la causa di una realtà triste per miliardi di esseri umani, ovvero i rapporti di produzione e la logica del profitto. La speranza si tramuta in illusione.
“ Nulla è più facile che illudersi, perché ciò che ogni uomo desidera, crede anche che sia vero.” Demostene.
E presi da questa sensazione si crede che le speranze di una migliore realtà possano concretizzarsi. Avere un lavoro, un buon stipendio, una famiglia ed una casa; poter andare in pensione in età accettabile con un buon assegno; riuscire a godere di una sanità efficiente, di una scuola efficace, di una rete di trasporti vicina ai bisogni dei cittadini; vedere che tutti paghino le tasse e non solo una parte di popolazione. D’altronde i nuovi ciarlatani della politica riempiono l’etere di promesse, risultati raggiunti e migliore dimensione socio-economica. Ma le illusioni, dopo un po’, crollano come i castelli di sabbia e subentra la rassegnazione, che è come arrendersi al sistema e nulla di buono potrà mai portare. Eppur ci sarebbe la strada maestra da percorrere per lottare per un mondo nuovo, la via impervia, ma affascinante della scienza.
“ Le verità scientifiche non si decidono a maggioranza” Galilei.
La realtà odierna mostra che l’ordine mondiale, scaturito dopo la seconda guerra mondiale, non esiste più. L’ascesa di nuove potenze nel panorama globale dell’economia sta portando a nuove realtà nel rapporto tra gli Strati. Con il vecchio che fa di tutto per mantenere il suo potere e il nuovo che cerca di smantellarlo e prendere il predominio. Molte guerre si stanno combattendo a seguito della mutata dimensione economica mondiale con le armi e con strumenti economici. Il mondo reale attuale, comunque, è lo specchio del capitalismo. Guerre, ricchezza per pochi e miseria per miliardi di persone, dispregio di ogni diritto umano, sfruttamento selvaggio, anche di bambini, disumanità usata a piene mani e vanto per chi mostra la sua cattiveria.
“Incontanente intesi e certo fui che questa era la setta d'i cattivi a Dio spiacenti e a' nemici sui.”
Dante Alighieri, Divina commedia, Inferno.
La vita umana, la soddisfazione dei bisogni materiali e spirituali di ogni essere umano, non viene presa minimamente in considerazione. Il re del sistema è il denaro e ogni azione dei capitalisti è indirizzata ad accumulare “oro giallo.”.
La paura, inculcata in vari modi, è utile a tenere a freno la possibile rivolta delle masse. Essa, insieme alla speranza, all’illusione che vi possa essere una nuova dimensione socio-economica nel capitalismo, basato sui rapporti di produzione e sul profitto, sul denaro, fa sì che il “Tallone di ferro” schiacci l’umanità nella “peste scarlatta”.
Studiare è basilare per comprendere la realtà economico-sociale-politica in cui viviamo.
La scienza marxista è la chiave per districarsi nella realtà capitalistica e capire le falsità ideologiche e di ogni tipo che ci propinano i vari rappresentanti del potere e i pugilatori a pagamento dei mass-media. E’ la bussola che ci indica la strada per una difesa ordinata in determinate situazioni storiche e per lottare in altri momenti storici per una società dove “ Ognuno possa dare secondo le sue capacità ed avere secondo le sue necessità”.
Solo con la scienza …marxista chi desidera un mondo nuovo potrà conoscere questa realtà e capire come difendersi nell’immediato e nello storico per non cadere nelle trappole della paura, dell’illusione, delle rassegnazione, per interpretare scientificamente i processi storici.
“Da ognuno secondo le sue capacità, ad ognuno secondo le sue necessità.” Marx
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