Una luce nel labirinto

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Non arrendersi mai.

una luce nel labirinto

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Non sottomettersi mai.

venerdì 6 marzo 2026

Lenin e la concezione della guerra: L'imperialismo come conseguenza naturale dell'espansione economica.

Lenin e la Concezione della Guerra: L’Imperialismo come Conseguenza Naturale dell’Espansione Economica Lenin, il pensatore della guerra e dell’imperialismo Tra i protagonisti più influenti del XX secolo, Vladimir Il’ič Lenin non fu solo il leader della Rivoluzione d’Ottobre e il fondatore dello Stato sovietico, ma anche uno dei teorici più lucidi della connessione tra guerra, economia e potere politico. La sua analisi del fenomeno bellico, in particolare nel saggio del 1916 “L’imperialismo, fase suprema del capitalismo”, rappresenta uno dei capisaldi del pensiero marxista sul rapporto tra sviluppo economico e conflitti internazionali. Per Lenin, la guerra moderna non è un evento accidentale o frutto di ambizioni personali dei sovrani, ma una conseguenza strutturale del sistema capitalistico, il risultato diretto della competizione economica tra le grandi potenze per il controllo dei mercati, delle materie prime e delle rotte commerciali. In questa visione, la guerra imperialista è la forma politica e militare dell’espansione economica delle nazioni industriali: una lotta inevitabile per la spartizione del mondo. ________________________________________ Le radici marxiste del pensiero leniniano sulla guerra Per comprendere la concezione leniniana della guerra, è necessario partire dalle basi teoriche fornite da Karl Marx e Friedrich Engels, che già nell’Ottocento avevano collegato la violenza bellica alle contraddizioni interne del sistema capitalistico. Secondo Marx, la logica del profitto e dell’accumulazione infinita porta inevitabilmente alla crisi di sovrapproduzione: le nazioni industriali producono più beni di quanti possano consumarne all’interno dei propri confini. Quando i mercati interni si saturano, le potenze cercano nuovi sbocchi per le merci e per i capitali in eccesso, generando una competizione internazionale permanente. Lenin radicalizza questa analisi: nella sua prospettiva, l’economia mondiale non è solo il teatro di scambi commerciali, ma una arena di potenze rivali in cui ogni Stato capitalistico cerca di estendere la propria sfera d’influenza economica e politica. La guerra, in questo schema, non è un’anomalia ma una necessità storica: il punto culminante del processo di concentrazione capitalistica e di scontro tra imperi economici. ________________________________________ L’imperialismo come fase suprema del capitalismo La concentrazione del capitale e la nascita dei monopoli Nel saggio L’imperialismo, fase suprema del capitalismo, Lenin descrive la trasformazione strutturale del capitalismo nel passaggio tra XIX e XX secolo. Mentre nella fase del capitalismo concorrenziale prevaleva la libera competizione, con l’avvento delle grandi industrie, delle banche e delle multinazionali si afferma un capitalismo monopolistico, dominato da pochi gruppi economici in grado di controllare interi settori produttivi. Questa concentrazione del capitale, unita all’interdipendenza tra capitale industriale e finanziario, genera il fenomeno che Lenin definisce “capitale finanziario” — la fusione tra banche e industrie sotto l’egida di un’oligarchia economica nazionale. Il capitale finanziario, per sua natura, ha bisogno di nuovi mercati da conquistare, di territori da sfruttare, di manodopera e risorse da controllare. E poiché lo spazio mondiale è limitato, questa espansione sfocia inevitabilmente in una lotta tra potenze. La spartizione del mondo e la guerra come strumento di redistribuzione Nel 1916, Lenin osservava che il pianeta era ormai “completamente spartito tra le grandi potenze capitalistiche”. Da quel momento in poi, ogni espansione economica di una potenza poteva avvenire solo a scapito di un’altra. La guerra, dunque, diventa il mezzo politico per la redistribuzione delle colonie e delle sfere d’influenza. Ogni conflitto mondiale non è che la manifestazione armata della competizione economica per il dominio del mercato globale. In questo senso, la Prima guerra mondiale (1914–1918) rappresenta per Lenin l’esempio perfetto di “guerra imperialista”: un conflitto combattuto non per ideali o per difesa nazionale, ma per la spartizione dei profitti e delle risorse planetarie tra i grandi Stati industriali. ________________________________________ La Prima guerra mondiale come conferma della teoria leniniana Un conflitto tra imperialismi rivali Quando scoppiò la Prima guerra mondiale, Lenin interpretò immediatamente il conflitto come la prova concreta delle leggi storiche del capitalismo. Germania, Gran Bretagna e Francia — tre potenze capitaliste mature — si affrontavano per ridisegnare la mappa del mondo e riaffermare i propri imperi coloniali. Secondo Lenin, la Germania, in rapida ascesa industriale ma priva di un impero coloniale paragonabile a quello britannico o francese, cercava con la forza ciò che il capitalismo inglese aveva ottenuto in secoli di espansione: mercati, materie prime e rotte commerciali globali. L’intervento dell’Impero russo e successivamente degli Stati Uniti non fece che confermare la natura sistemica del conflitto: una guerra mondiale per la redistribuzione economica del pianeta, mascherata da guerra “patriottica”. La guerra come catalizzatore rivoluzionario Per Lenin, tuttavia, la guerra imperialista conteneva anche una contraddizione dialettica: mentre serviva agli interessi delle élite economiche, essa creava anche le condizioni per la crisi del sistema capitalistico. Le devastazioni, le carestie e le disuguaglianze generate dal conflitto mondiale avrebbero inevitabilmente spinto le masse popolari a ribellarsi contro i propri governi borghesi, trasformando la guerra imperialista in guerra civile rivoluzionaria. È proprio su questa idea che Lenin costruì la strategia bolscevica: trasformare la guerra tra nazioni in guerra tra classi, utilizzando il caos del conflitto per rovesciare il potere delle borghesie europee e instaurare un nuovo ordine socialista. ________________________________________ La concezione leniniana della guerra come fenomeno economico La guerra come prodotto dell’espansione economica Nella visione leniniana, ogni guerra moderna è il riflesso delle contraddizioni economiche del capitalismo mondiale. Le potenze industriali, spinte dal bisogno di investire capitali in eccesso e di ottenere nuovi profitti, sono costrette a espandersi oltre i propri confini nazionali. Questa espansione assume una forma geoeconomica e geopolitica: la conquista di colonie, la creazione di protettorati, il controllo delle vie marittime e dei nodi strategici. Ma quando tutte le regioni del globo risultano occupate, il sistema entra in crisi e la guerra diventa l’unico mezzo per ridistribuire le risorse globali. Lenin descrive così un meccanismo ciclico: espansione economica → saturazione dei mercati → crisi → guerra → nuova espansione. In questo ciclo si trova la logica profonda della storia moderna. L’intreccio tra politica e capitale Lenin rifiuta ogni distinzione tra guerra “economica” e guerra “politica”: per lui, la politica è la continuazione dell’economia con altri mezzi, un concetto che anticipa e radicalizza la formula di Carl von Clausewitz. Dietro ogni decisione militare si nascondono interessi finanziari e industriali: le guerre coloniali, le missioni “civilizzatrici”, le operazioni di pace non sono che forme mascherate dell’imperialismo economico. Questa visione spiega perché, secondo Lenin, nessuna guerra può essere “giusta” all’interno del sistema capitalistico: ogni conflitto serve a rafforzare una borghesia nazionale a scapito di un’altra. ________________________________________ Guerra, rivoluzione e fine dell’imperialismo La guerra come occasione rivoluzionaria Lenin fu tra i pochi leader del suo tempo a riconoscere nella guerra una potenzialità rivoluzionaria. Nel suo schema, la guerra imperialista indebolisce lo Stato borghese, distrugge la fiducia nelle classi dirigenti e genera una crisi di legittimità che può essere sfruttata dal proletariato per abbattere l’ordine esistente. È ciò che accadde in Russia nel 1917: la catastrofe del fronte, la fame e il collasso economico prepararono il terreno per la Rivoluzione d’Ottobre, che Lenin interpretò come la risposta storica delle masse alla guerra imperialista. Il socialismo, in questa prospettiva, non è solo un progetto politico, ma l’unica alternativa sistemica alla guerra: un ordine economico fondato sulla cooperazione anziché sulla competizione. Dopo Lenin: la continuità della logica imperialista Dopo la morte di Lenin, nel 1924, il mondo non cessò di confermare le sue previsioni. La crisi del 1929, l’ascesa dei fascismi e la Seconda guerra mondiale furono, nella lettura marxista-leninista, nuove manifestazioni della stessa logica: la lotta tra potenze capitaliste per la redistribuzione delle sfere di influenza. Anche la Guerra Fredda — pur presentata come scontro ideologico — può essere interpretata, secondo la logica leniniana, come una guerra economica permanente, combattuta con strumenti finanziari, tecnologici e propagandistici. ________________________________________ Lenin e la geopolitica: l’imperialismo come sistema globale La dimensione spaziale del conflitto Sebbene Lenin non utilizzi esplicitamente il termine “geopolitica”, la sua analisi dell’imperialismo anticipa molti concetti centrali della disciplina. Egli descrive un mondo suddiviso in centri capitalistici dominanti e periferie sfruttate, in cui il potere economico si traduce automaticamente in dominio territoriale. La competizione per il controllo delle vie marittime, delle risorse naturali e dei mercati coloniali è, per Lenin, la sostanza della geopolitica moderna. In questo senso, la sua teoria dell’imperialismo può essere letta come una geopolitica marxista ante litteram, in cui la lotta per lo spazio e la potenza è guidata non da fattori culturali o etnici, ma da contraddizioni economiche strutturali. L’attualità del pensiero leniniano A distanza di oltre un secolo, la concezione leniniana della guerra conserva una sorprendente attualità. Nell’epoca della globalizzazione, la competizione tra grandi potenze — Stati Uniti, Cina, Russia, Unione Europea — continua a ruotare attorno alla ricerca di risorse, mercati e influenza geopolitica. La guerra in Ucraina, le tensioni nel Mar Cinese Meridionale, la guerra in Medio Oriente, la corsa ai semiconduttori e all’intelligenza artificiale riflettono una nuova forma di imperialismo economico globale, in cui la lotta per l’egemonia tecnologica sostituisce la conquista coloniale, ma la logica resta la stessa: l’espansione economica genera conflitto. ________________________________________ Conclusione: La guerra come destino del capitalismo La concezione leninista della guerra rappresenta una delle analisi più radicali e coerenti del nesso tra economia e violenza politica. Per Lenin, finché il capitalismo esiste, la guerra rimarrà una conseguenza inevitabile della sua dinamica espansiva. Il capitalismo, basato sulla competizione per il profitto e sulla concentrazione del potere economico, porta con sé la necessità di espandersi continuamente. Quando lo spazio per l’espansione pacifica si esaurisce, resta solo la guerra come strumento di redistribuzione. In questo senso, la guerra non è un incidente della storia, ma una legge interna del sistema economico globale. Solo con la trasformazione rivoluzionaria del mondo — la fine dell’imperialismo e la nascita di un’economia socialista internazionale — l’umanità potrà, secondo Lenin, liberarsi definitivamente dal ciclo eterno della guerra. Anonimo

giovedì 5 marzo 2026

Solo per conoscenza...

Art. 5 Nato "Le parti convengono che un attacco armato contro una o più di esse in Europa o nell’America settentrionale sarà considerato come un attacco diretto contro tutte le parti, e di conseguenza convengono che se un tale attacco si producesse, ciascuna di esse, nell’esercizio del diritto di legittima difesa, individuale o collettiva, riconosciuto dall’art. 51 dello Statuto delle Nazioni Unite, assisterà la parte o le parti così attaccate intraprendendo immediatamente, individualmente e di concerto con le altre parti, l’azione che giudicherà necessaria, ivi compreso l’uso della forza armata, per ristabilire e mantenere la sicurezza nella regione dell’Atlantico settentrionale. Ogni attacco armato di questo genere e tutte le misure prese in conseguenza di esso saranno immediatamente portate a conoscenza del Consiglio di Sicurezza. Queste misure termineranno allorché il Consiglio di Sicurezza avrà preso le misure necessarie per ristabilire e mantenere la pace e la sicurezza internazionale.” Art.1 Nato Le parti si impegnano, come stabilito nello Statuto delle Nazioni Unite, a comporre con mezzi pacifici qualsiasi controversia internazionale in cui potrebbero essere coinvolte, in modo che la pace e la sicurezza internazionali e la giustizia non vengano messe in pericolo, e ad astenersi nei loro rapporti internazionali dal ricorrere alla minaccia o all’uso della forza assolutamente incompatibile con gli scopi delle Nazioni Unite." Basi Nato in Italia • Cima Gallina (BZ): Stazione telecomunicazioni e radar dell’US-Air Force • Aviano Air Base (Pordenone, Friuli – US-Air Force): la 16ma Forza Aerea ed il 31º Gruppo da caccia dell’Aviazione Usa, nonché uno squadrone di F-18 dei Marines • Roveredo in Piano (PN): Deposito armi e munizioni ed istallazione US-Air Force • Monte Paganella (TN): Stazione telecomunicazioni Usaf • Rivolto (UD): Base Usaf • Maniago (UD): Poligono di tiro dell’US-Air-Force • S. Bernardo (UD): Deposito munizioni dell’US-Army • Istrana (TV): Base US-Air-Force • Ciano(TV): Centro telecomunicazioni e radar Usa. • Solbiate Olona (MI – Comando Nato Forze di pronto intervento – US-Army). • Ghedi (BS): Base dell’US-Air-Force • Montichiari (BS): Base aerea Usaf. • Remondò (nel Pavese): Base US-Army • Vicenza: Comando Setaf, Sud Europe Task Force; quinta Forza aerea tattica; deposito di testate nucleari • Camp Ederle (provincia di Vicenza): quartier generale Nato, Comando Setaf dell’US-Army; un Battaglione di obici e Gruppo tattico di paracadutisti Usa • Tormeno (San Giovanni a Monte, Vicenza): depositi di armi e munizioni • Longare (Vicenza): importante deposito d’armamenti • Verona: Air Operations Center (Usaf) e Base Nato delle Forze di Terra del Sud Europa, Centro di telecomunicazioni Usaf • Affi(VR): Centro telecomunicazioni Usa • Lunghezzano (VR): Centro radar Usa • Erbezzo (VR): Antenna radar Nsa • Conselve (PD): Base radar Usa • Monte Venda (PD): Antenna telecomunicazioni e radar Usa • Trieste: Base navale Usa • Venezia: Base navale Usa • San Anna di Alfaedo (VE): Base radar Usa • Lame di Concordia (VE): Base di telecomunicazioni e radar Usa. • San Gottardo, Boscomantivo (VE): Centro telecomunicazioni Usa. • Ceggia(VE): Centro radar Usa • Cameri(NO): Base aerea Usa con copertura Nato. • Candela-Masazza (Vercelli): Base d’addestramento dell’US-Air-Force e dell’US-Army, con copertura Nato. • Monte S. Damiano (PC): Base dell’Usaf con copertura Nato. • Finale Ligure (SV): Stazione di telecomunicazioni dell’US-Army. • Monte Cimone (MO): Stazione telecomunicazioni Usa con copertura Nato • Parma: Deposito dell’Usaf con copertura Nato • Bologna: Stazione di telecomunicazioni del Dipartimento di Stato Americano • Rimini: Gruppo logistico Usa per l’attivazione di bombe nucleari • Rimini-Miramare: Centro telecomunicazioni Usa • Potenza Picena (MC): Centro radar Usa con copertura Nato • Livorno: Base navale Usa • La Spezia: Centro antisommergibili di Saclant. • San Bartolomeo (SP): Centro ricerche per la guerra guerra sottomarina • Camp Darby (tra Livorno e Pisa): 8º Gruppo di supporto Usa e Base dell’US Army per l’appoggio alle Forze statunitensi al Sud del Po, nel Mediterraneo e nell’Africa del Nord • Coltano (PI): importante base Usa/Nsa per le telecomunicazioni; deposito munizioni US-Army; Base NSA • Pisa(aeroporto militare): Base saltuaria dell’Usaf. • Monte Giogo (MS): Centro di telecomunicazioni Usa con copertura Nato. • Poggio Ballone (GR) – tra Follonica, Castiglione della Pescaia e Tirli: Centro radar Usa con copertura Nato • Talamone (GR): Base saltuaria dell’US-Navy • Monte Limbara (tra Oschiri e Tempio, Sassari, in Sardegna): Base missilistica Usa • Sinis di Cabras (SS).: Centro elaborazioni dati Nsa • Isola di Tavolara (SS): Stazione radiotelegrafica di supporto ai sommergibili della US Navy. • Torre Grande di Oristano: Base radar Nsa. • Monte Arci (OR): Stazione di telecomunicazioni Usa con copertura Nato. • Capo Frasca (OR): eliporto ed impianto radar Usa. • Santulussurgiu (OR): Stazione telecomunicazioni Usaf con copertura Nato • Perdas de Fogu (NU): base missilistica sperimentale • Capo Teulada (CA): da Capo Teulada (CA) a Capo Frasca (OR): all’incirca 100 km di costa, 7.200 ettari di terreno e più di 70.000 ettari di zone Off Limits: poligono di tiro per esercitazioni aeree ed aeronavali della Sesta flotta americana e della Nato • Decimomannu (CA): aeroporto Usa con copertura Nato • Aeroporto di Elmas: Base aerea dell’US-Air-Force • Salto di Quirra (CA): poligoni missilistici • Capo San Lorenzo (CA): zona di addestramento per la Sesta flotta Usa • Monte Urpinu (CA): Depositi munizioni Usa e Nato • Cagliari: Base navale Usa • Roma-Campino (aeroporto militare): Base saltuaria Usaf • Rocca di Papa (Roma): Stazione telecomunicazioni Usa con copertura Nato • Monte Romano (VT): Poligono saltuario di tiro dell’US-Army • Gaeta (LT): Base permanente della Sesta Flotta Usa • Casale delle Palme (LT): Scuola telecomunicazioni Nato controllata dagli americani • Napoli: Comando del Security Force del corpo dei Marines; Base di sommergibili Usa; Comando delle Forze Aeree Usa per il Mediterraneo • Napoli-Capodichino: Base aerea dell’US-Air-Force • Monte Camaldoli (NA): Stazione di telecomunicazioni Usa • Ischia(NA): Antenna di telecomunicazioni Usa con copertura Nato • Nisida: Base US-Army • Bagnoli: Centro controllo telecomunicazioni Usa per il Mediterraneo • Agnano (nelle vicinanze del famoso ippodromo): Base dell’US-Army • Cirigliano.(NA): Comando delle Forze Navali Usa in Europa • Licola(NA): Antenna di telecomunicazioni Usa • Lago Patria (CE): Stazione telecomunicazioni Usa • Giugliano (vicinanze del lago Patria, Caserta): Comando Statcom • Grazzanise (CE): Base saltuaria Usaf • Mondragone (CE): Centro di Comando Usa e Nato sotterraneo antiatomico • Montevergine (AV): Stazione di comunicazioni Usa • Pietra Ficcata (MT): Centro telecomunicazioni Usa/Nato • Gioia del Colle (BA): Base aerea Usa di supporto tecnico • Punta della Contessa (BR): Poligono di tiro Usa/Nato • San Vito dei Normanni (BR): Base del 499º Expeditionary Squadron; Base dei Servizi Segreti: Electronics Security Group della Nsa. • Monte Jacotenente (FG): Base del complesso radar Nadge • Brindisi: Base navale disponibile agli Usa • Otranto: Stazione radar Usa • Taranto: Base navale disponibile per gli americani; Comando Comitmarfor • Martina Franca (TA): Base radar Usa • Crotone: Stazione di telecomunicazioni e radar Usa/Nato • Monte Mancuso (CZ): Stazione di telecomunicazioni Usa. • Sellia Marina (CZ): Centro telecomunicazioni USA con copertura Nato • Sigonella (CT): importante Base aeronavale Usa (oltre ad unità della US-Navy, ospita diversi squadroni tattici dell’US-Air-Force: elicotteri del tipo HC-4, caccia Tomcat F14 e A6 Intruder, nonché alcuni gruppi di F-16 e F-111 equipaggiati con bombe nucleari del tipo B-43, da più di 100 kilotoni l’una) • Motta S. Anastasia (CT): Stazione di telecomunicazioni Usa • Caltagirone (CT): Stazione di telecomunicazioni Usa • Vizzini (CT): Diversi depositi Usa • Isola delle Femmine (PA): Deposito munizioni Usa/Nato • Punta Raisi (Aeroporto): Base saltuaria dell’Usaf • Comiso (Ragusa – insediamento US-Air Force) • Marina di Marza (RG): Stazione di telecomunicazioni Usa • Monte Lauro (SR): Stazione di telecomunicazioni Usa • Sorico: Antenna Nsa • Augusta (SR): Base della VI Flotta Usa e deposito munizioni • Centuripe (EN): Stazione di telecomunicazioni Usa • Niscemi (Sicilia): Base del NavComTelSta (stazione di comunicazione US-Navy) • Trapani: Base USAF con copertura Nato • Pantelleria: Centro telecomunicazioni US-Navy e Base aerea e radar Nato • Lampedusa: Base della Guardia costiera Usa; Centro d’ascolto e di comunicazioni Nsa •

domenica 1 marzo 2026

La legge Acerbo di mussoliniana memoria.

La legge Acerbo Durante il ventennio fascista ci fu una sola tornata elettorale, quella del 6 aprile 1924, e due plebisciti, il 24 marzo 1929 e il 25 marzo 1934. I due plebisciti furono una farsa di regime ma la legge elettorale sulla cui base di tennero le elezioni del 1924 merita grande attenzione essenzialmente per due motivi. Il primo è che tale legge, conosciuta come legge Acerbo dal nome del suo redattore, era una legge di tipo maggioritario, imperniata sul premio di maggioranza, quindi come la "legge truffa" del 1953. Il secondo motivo è il "come" si giunse all'approvazione della legge Acerbo, cioè grazie alla progressiva capitolazione innanzitutto dei popolari, riformisti e liberali di allora. La realizzazione del regime fascista avvenne, grazie alle suddette capitolazioni, gradualmente, attraverso una serie di tappe successive. Dal punto si vista elettorale, la tappa decisiva fu appunto la legge Acerbo che attraverso il controllo assoluto del parlamento, permise a Mussolini, in maniera formalmente "legale", di assicurarsi tutto il potere esecutivo attraverso una serie di leggi. Tra queste vanno ricordate la legge del 1925 per la riforma dello Stato; quella del novembre del 1926 per la soppressione dei partiti politici e l'istituzione del Tribunale speciale per la difesa dello Stato; la trasformazione del Gran consiglio del fascismo in organo dello Stato nel 1928, per poi arrivare alla definitiva soppressione della camera dei deputati e l'istituzione in sua vece della camera dei Fasci e delle Corporazioni i cui componenti erano designati per legge tra i gerarchi del partito fascista e delle corporazioni. Alle elezioni del 1921 i fascisti raccattarono 2 seggi, in proporzione lo 0,4%; alle elezioni successive, quelle del 1924, ottennero invece 374 seggi, il 69,9%. Questo sbalorditivo incremento fu l'amara conseguenza del clima di terrore e di intimidazione fasciste in cui si svolsero le elezioni del 1924, ma anche della legge elettorale che era stata approvata dal parlamento il 18 novembre 1923, n. 2444. Tale legge è conosciuta come legge Acerbo dal nome del sottosegretario alla presidenza del consiglio che la redasse su indicazione di Mussolini, cioè Giacomo Acerbo. La legge Acerbo era imperniata su un meccanismo tanto semplice quanto antidemocratico e truffaldino, cioè l'assegnazione della maggioranza assoluta dei seggi al partito che otteneva la maggioranza relativa dei voti. In tal modo si stravolgeva e falsificava l'effettivo peso elettorale dei partiti, attribuendo a quello più forte elettoralmente la maggioranza assoluta dei seggi e quindi il predominio parlamentare e governativo. La legge Acerbo stabiliva che fossero assegnati ben due terzi del numero totale dei deputati al partito che avesse ottenuto il maggior numero di voti, comunque non meno del 25% dei voti validi. L'altro terzo dei deputati veniva ripartito tra le liste minoritarie in base alla percentuale dei voti ottenuti da ciascuna di esse. Era inoltre costituito un unico collegio nazionale, suddiviso in circoscrizioni elettorali regionali, che abbracciava l'intero territorio dello Stato. Era del tutto evidente che la legge Acerbo avrebbe permesso, come infatti avvenne, a Mussolini e ai fascisti di impadronirsi del parlamento e quindi di compiere un altro passo decisivo per la piena realizzazione del regime fascista. Eppure vi fu un'infame capitolazione da parte degli altri partiti, in particolare dei popolari, i riformisti e i liberali. Del resto, allorché il re affidò a Mussolini la guida del governo - dopo le dimissioni del governo Fatta -, governo costituitosi il 31 ottobre 1922, accettarono di farne parte oltre ai fascisti e ai nazionalisti anche i liberali di destra e di sinistra, i democratici-sociali e i popolari, a dimostrazione che intorno al fascismo si erano già coagulate tutte le principali frazioni della borghesia. La capitolazione nei confronti della legge Acerbo non fu comunque immediata. Anzi, quando Mussolini la propose, non solo i socialisti e il PCI si opposero, ma anche i popolari. Mussolini allora, nel tentativo di aggirare l'ostacolo, propose che la legge Acerbo fosse discussa da una apposita commissione parlamentare composta da 18 rappresentanti di tutti i partiti. Accettare di far parte di quella commissione era già una capitolazione, significava accettare il terreno imposto da Mussolini, eppure nessuno si tirò indietro. L'opposizione parlamentare capitolò Ne fecero parte Giolitti, presidente; Orlando e Salandra, vicepresidenti; Falciani (democratico); Fera e Casertano (democratici sociali); Grassi (demoliberale); Paolucci e Terzaghi (fascisti); Orano (gruppo misto); Chiesa (repubblicano); Lanza di Scalea (partito agrario); De Gasperi e Micheli (popolari); le tre formazioni dei socialisti, con Turati (socialista unitario), Bonomi (riformista), Lazzari (massimalista) e persino il PCI con Graziadei. I popolari proseguono la loro capitolazione con il loro leader De Gasperi, che prima afferma che il "no" dei popolari alla legge Acerbo non è pregiudiziale e poi, in commissione, avanza la proposta del suo partito: sì alla legge Acerbo purché il minimo di voti necessari per farla scattare sia portato da 25% a 40%. Tale proposta sarà fatta propria anche dai socialisti e dal PCI, che insieme ai popolari l'avanzarono ufficialmente nella relazione di minoranza della commissione. Sarà ripetuta in parlamento dal popolare Gronchi nel dibattito sulla legge Acerbo che si apre alla Camera il 10 luglio 1923. Il 15 luglio interviene nel dibattito parlamentare Mussolini che, in un discorso nel quale alterna minacce a menzogne, irride la "proposta" di popolari, socialisti e PCI affermando: "I piccoli mercanti dei due quinti, dei tre quarti, o di qualche altra frazione di questa abbastanza complicata aritmetica elettorale, non mi interessano e non mi riguardano". Al termine dell'intervento di Mussolini i fascisti chiedono il voto. Iniziano nel frattempo le defezioni, con deputati che dal "no" alla legge Acerbo passano al sì, come Falciani (democratico), o come il socialista riformista Bonomi che dal "no" passa all'astensione. Mussolini pone allora il voto di fiducia al governo sia sulla decisione di passare alla discussione della legge che sulla legge stessa. I popolari, decidono di astenersi e con ciò danno il via libera a Mussolini. Alcuni deputati popolari, come Vassallo, dichiarano addirittura che voteranno a favore della legge. L'infausta marcia della legge Acerbo non incontrerà più ostacoli e verrà approvata definitivamente dalla Camera il 21 luglio 1923 con 223 voti contro 123, dal Senato il 13 novembre dello stesso anno con 165 voti contro 41 e trasformata in legge il 18 novembre, n. 2444. I capitolazionisti tentarono di giustificare il loro infame comportamento sostenendo di aver voluto evitare la "guerra civile" che Mussolini avrebbe scatenato nel Paese se la legge Acerbo non fosse passata. Cosicché, anziché combattere, preferirono capitolare senza colpo ferire, macchiandosi di un indelebile crimine storico. I nefasti effetti della legge Acerbo non mancarono di farsi sentire nelle elezioni del 6 aprile 1924. Mussolini presentò un "listone" governativo con dentro noti esponenti liberali come Orlando e Salandra, ex popolari e numerosi industriali fra cui lo stesso presidente della Confindustria, Benni. Questo blocco elettorale ricevette il sostegno di tutti i centri decisivi della vita italiana: dall'esercito ai giornali della borghesia, dal Vaticano alla Casa Savoia. Del "listone" furono eletti 356 membri, dei quali due terzi esponenti fascisti e un terzo fiancheggiatori. A questi vanno aggiunti gli eletti delle "liste bis" che i fascisti avevano creato per disturbare le opposizioni. In tutto il 56,54% dei voti. Scattò allora il "premio" previsto dalla legge Acerbo e i fascisti ottennero il 69,9% dei seggi, dunque il totale controllo del parlamento in attesa di sopprimerlo totalmente nel 1938.

venerdì 27 febbraio 2026

Muove con noi la nuova era.

I principi sociali del cristianesimo “I principi sociali del cristianesimo hanno ormai avuto il tempo di svilupparsi per milleottocento anni, e non hanno bisogno di nessuno sviluppo ulteriore ad opera di consiglieri concistoriali prussiani. I principi sociali del cristianesimo hanno giustificato la schiavitù antica, magnificato la servitù della gleba medievale, e in caso di necessità sanno anche difendere l’oppressione del proletariato, sia pure con una smorfia di compassione. I principi sociali del cristianesimo predicano la necessità di una classe dominante e di una classe oppressa, e per quest’ultima non hanno che il pio desiderio che l’altra sia benefica. I principi sociali del cristianesimo pongono in cielo il concistoriale compenso per tutte le infamie, e giustificano così la prosecuzione di queste infamie sulla terra. I principi sociali del cristianesimo spiegano tutte le indegnità perpetrate dagli oppressori contro gli oppressi o come la giusta punizione per il peccato originale e per i peccati di ciascuno, o come prove a cui il Signore, secondo la sua sapienza, condanna gli eletti. I principi sociali del cristianesimo predicano la vigliaccheria, il disprezzo di se stessi, l’avvilimento, la sottomissione, l’umiltà, insomma tutte le caratteristiche della canaglia, e il proletariato, che non vuole lasciarsi trattare da canaglia, ha bisogno del suo coraggio, del suo orgoglio, della sua consapevolezza e della sua indipendenza, ancor più del suo pane. I principi sociali del cristianesimo sono ipocriti.” Vita di Marx F. Mehring Questo scritto, nella sua attualità, mostra come la chiesa sia stata sempre al servizio del potere temporale, oltre ad essere stata ed essere, essa stessa potere temporale. L’umanità deve ricercare invece la liberazione da ogni potere e costruire un mondo nuovo in cui soddisfare i bisogni materiali e spirituali, base per una società di esseri umani liberi e per una società civile. Non vi può essere civiltà e quindi società civile senza il presupposto della libertà materiale e spirituale! La nuova stagione e la nuova frontiera dell’umanità passano per una dimensione sociale dove vi sia la soddisfazione dei bisogni e la condivisione degli interessi. Il futuro dovrà vedere necessariamente una società di esseri umani uguali nel rapporto con la produzione e la distribuzione dei beni. Solo allora l’umanità supererà le barbarie e assaporerà il dolce sapore della civiltà! Il canto del cigno del capitalismo è ormai prossimo! Certo i soloni presunti del sistema negano la fine prossima di un sistema, ormai vicino ad essere gettato nella spazzatura della storia. Ma come fidarsi di coloro che in campo economico non ne azzeccano una? Come fidarsi di coloro che inventano fondi finanziari basati sul nulla, pensando di essere furbi, ma che vengono poi travolti dalle dure leggi dell’economia? Come fidarsi di coloro che dicono sempre che con le loro ricette miracolistiche si starà meglio ed invece si sta sempre peggio? Come fidarsi di coloro che predicano pace e fanno le guerre? Come fidarsi di coloro che criticano il nazismo del secolo scorso e inneggiano ai nuovi nazismi dell’attuale epoca? Il capitalismo è transitorio nella storia, come lo sono state altre forme socio-economiche. La realtà economica e sociale , come la materia, è dinamica, non è statica. L’attuale sistema non è il miglior involucro per le esigenze umane, ma solo per il profitto, da cui derivano guerre, sottomissioni, sfruttamento, povertà, miseria, fame. L’umanità per esprimersi in tutte le sue potenzialità e la sua bellezza ha bisogno di un mondo in cui al centro dell’attività economica, sociale, politica, ci sia la persona, non il denaro. Se lo e’ prudente per chi non sia esperto in materia economica e sociale esprimere opinioni sul problema del socialismo? Per un complesso di ragioni penso di si. Consideriamo dapprima la questione dal punto di vista della conoscenza scientifica. Potrebbe sembrare che non vi siano essenziali differenze di metodo tra l’astronomia e l’economia: in entrambi i campi gli scienziati tentano di scoprire leggi generalmente accettabili per un gruppo circoscritto di fenomeni, allo scopo di rendere il più possibile comprensibili le connessioni tra questi stessi fenomeni. Ma in realtà tali differenze di metodo esistono. La scoperta di leggi generali nel campo economico è resa difficile dal fatto che i fenomeni economici risultano spesso influenzati da molti fattori difficilmente valutabili separatamente. Inoltre l’esperienza accumulata dal principio del cosiddetto periodo civile della storia umana è stata, come ben si sa, largamente influenzata e limitata da cause che non sono di natura esclusivamente economica. Molti dei maggiori Stati, per esempio, dovettero la loro esistenza a conquiste. I conquistatori si stabilirono, giuridicamente ed economicamente, come classe privilegiata nel Paese conquistato. Essi si presero il monopolio della proprietà terriera e formarono un sacerdozio con uomini della loro classe. I preti, avendo il controllo dell’educazione, trasformarono la divisione in classi della società in istituzione permanente e crearono un sistema di valori dal quale, da allora in poi, il popolo si lasciò in gran parte inconsciamente guidare nella sua condotta sociale. Ma la tradizione storica è, per così dire, di ieri, noi oggi abbiamo realmente superato quella che Thorstein Veblen chiamò « fase predatoria » dello sviluppo umano. I fatti economici osservabili appartengono a quella fase e anche le leggi che noi possiamo ricavare non sono applicabili alle altre fasi. Poiché il vero scopo del socialismo è precisamente quello di superare e andare al di là della fase predatoria dello sviluppo umano, la scienza economica nelle sue attuali condizioni può gettare ben poca luce sulla società socialista del futuro. In secondo luogo, il socialismo mira ad un fine etico-sociale. La scienza, viceversa, non può creare fini, e ancor meno imporli agli esseri umani, essa, al massimo, può fornire i mezzi con cui raggiungere certi fini. Questi sono concepiti da persone con alti ideali etici e se non sono sterili, ma vitali e forti, sono assunti e portati avanti da quella larga parte dell’umanità che, per metà inconsciamente, determina la lenta evoluzione della società. Per queste ragioni, noi dovremmo guardarci dal sopravvalutare la scienza e i metodi scientifici quando si tratta di problemi umani, e non dovremmo presumere che gli esperti siano i soli che hanno il diritto di esprimersi su questioni che concernono l’organizzazione della società. Da un po’ di tempo innumerevoli voci asseriscono che la società sta attraversando una crisi, che la sua stabilità è stata gravemente scossa. Caratteristica di questa situazione è che gli individui si sentano indifferenti e persino ostili al gruppo, sia esso grande o piccolo, cui appartengono. Per illuminare questo concetto, ricorderò un’esperienza personale. Recentemente discutevo con un uomo intelligente e di larghe vedute sulla minaccia di una nuova guerra che, a mio giudizio, poterebbe gravi danni all’esistenza del genero umano, e facevo notare che solo un’organizzazione internazionale potrebbe proteggerci da questo pericolo. Allora il mio interlocutore, con molta calma e freddezza mi disse « Perché siete così profondamente contrario alla scomparsa della razza umana? ». Io sono sicuro che solo un secolo fa nessuno avrebbe fatto con tanta leggerezza una dichiarazione di questo genere. È la dichiarazione di un uomo che si è sforzato di raggiungere il suo equilibrio interno e ha più o meno perduto la speranza di riuscirvi. È l’espressione di una penosa solitudine e di un isolamento di cui molti soffrono. Quale ne è il motivo? C’è una via d’uscita? È facile sollevare queste questioni, ma è difficile rispondervi con un certo grado di sicurezza. Tenterò tuttavia, come meglio posso, sebbene sappia che i nostri sentimenti e i nostri sforzi siano spessi contraddittori e oscuri e non possono essere espressi in formule semplici e chiare. L’uomo è, nello stesso tempo, un essere solitario e sociale. Come essere solitario, egli tenta di proteggere la sua esistenza e quella di coloro che gli sono vicini, di soddisfare i suoi desideri personali e di sviluppare le sue innate capacità. Come essere sociale, egli cerca di guadagnarsi la stima e l’affetto degli altri esseri umani, di partecipare alle loro gioie, di confortarli nei loro dolori e di migliorare le loro condizioni di vita. Solo l’esistenza di questi vari e contradditori sforzi dà ragione del particolare carattere di un uomo, e le loro speciali combinazioni determinano in quale grado un individuo possa raggiungere un equilibrio profondo e contribuire al benessere della società. È possibile che la relativa forza di questi due indirizzi sia di gran lunga determinata dall’eredità. Ma la personalità che emerge alla fine è largamente formata dall’ambiente nel quale accade che l’uomo si trovi durante il suo sviluppo, dalla struttura sociale in cui cresce, dalle tradizioni di quella società e dal suo giudizio sui particolari tipi di comportamento. L’astratto concetto di « società » significa per l’essere umano individuale la somma totale dei suoi rapporti diretti e indiretti con i suoi contemporanei e con tutti gli uomini delle precedenti generazioni. L’individuo è in grado di pensare, sentire, lottare da solo; ma è tale la sua dipendenza dalla società, nella sua esistenza fisica, intellettuale ed emotiva, che è impossibile pensare a lui o comprenderlo fuori dalla struttura della società. È la « società » che provvede l’uomo del cibo, dei vestiti, della casa, degli strumenti di lavoro, della lingua, delle forme di pensiero e della maggior parte dei contenuti del pensiero; la sua vita è resa possibile dal lavoro e dalle realizzazioni dei molti milioni di uomini, passati e presenti, che si nascondono dietro la piccola parola « società ». È evidente perciò che la dipendenza dell’individuo dalla società è un fatto di natura che non può essere abolito; proprio come nel caso delle formiche e delle api. Tuttavia, mentre l’intero processo della vita delle formiche e delle api è fissato fin nei piccoli dettagli dai rigidi istinti ereditari, il modello sociale e le relazioni tra gli esseri sociali sono molto variabili e suscettibili di mutamenti. La memoria, la capacità di nuove combinazioni, il dono della comunicazione verbale hanno reso possibili tra gli esseri umani sviluppi che non sono dettati da necessità fisiologiche. Tali sviluppi si manifestano in tradizioni, istituzioni e organizzazioni, nella letteratura, nel perfezionamento scientifico e costruttivo, in opere d’arte. Questo spiega come accade che, in un certo senso, l’uomo possa influenzare la propria vita con la sua condotta, e che in quel processo possono avere una parte il pensiero e la volontà consapevoli. L’uomo acquista dalla nascita, per eredità, una costituzione biologica che dobbiamo considerare inalterabile e fissa, che contiene gli impulsi naturali caratteristici della specie umana. Inoltre, nel corso della sua vita, egli acquista un abito culturale che riceve dalla società per mezzo di un complesso di rapporti e di molte altre specie di influenze. Questo abito culturale, col passare del tempo, è soggetto a mutamento e determina in grado molto elevato le relazioni tra l’individuo e la società. Su questo possono poggiare le loro speranze coloro che lottano per migliorare il destino dell’uomo; gli esseri umani non sono condannati, a causa della loro costituzione biologica, ad annientarsi l’un l’altro o a essere alla mercé di un destino crudele. Se ci domandiamo come la struttura della società e l’atteggiamento culturale dell’uomo dovrebbero essere modificati al fine di rendere la vita umana quanto più possibile soddisfacente, dobbiamo essere costantemente consci che vi sono certe condizioni che non possono essere modificate. Come ho già detto, la natura biologica dell’uomo non è soggetta a mutamenti, almeno praticamente. Inoltre gli sviluppi tecnologici e demografici degli ultimi secoli hanno creato condizioni destinate a durare. In popolazioni stabili e di densità relativamente elevata, con i beni indispensabili alla loro esistenza, sono assolutamente necessari un’estrema divisione del lavoro e un sistema produttivo altamente centralizzato. Il tempo, ai nostri occhi così idillico, in cui gli individui o gruppi relativamente piccoli potevano essere completamente autosufficienti, è passato per sempre. È appena una lieve esagerazione affermare che il genero umano costituisce fin d’ora una comunità planetaria di produzione e consumo. Eccomi giunto al punto in cui mi è possibile indicare brevemente che cosa per me costituisca l’essenza della crisi del nostro tempo. L’individuo è diventato più che mai consapevole della sua dipendenza dalla società. Questa dipendenza però egli non la sente come positiva, come un legame organico, come un fatto produttivo, ma piuttosto come una minaccia ai suoi diritti naturali o anche alla sua esistenza economica. Inoltre la sua posizione nella società è tale che gli impulsi egoistici del suo carattere vanno costantemente aumentando, mentre i suoi impulsi sociali, che sono per natura più deboli, vengono di mano in mano deteriorandosi. Tutti gli esseri umani, qualunque sia la loro posizione nella società, sono danneggiati da questo processo di deterioramento. Inconsciamente prigionieri del loro egoismo, essi si sentono malsicuri, soli e privi dell’ingenua, semplice e non sofisticata gioia della vita. L’uomo può trovare un significato alla vita, breve e pericolosa com’è, solo votandosi alla società. L’anarchia economica della società capitalistica, quale esiste oggi, è secondo me la vera fonte del male. Vediamo di fronte a noi un’enorme comunità di produttori, i cui membri lottano incessantemente per privarsi reciprocamente dei frutti del loro lavoro collettivo, non con la forza ma, complessivamente, in fedele complicità con gli ordinamenti legali. Sotto questo punto di vista è importante comprendere che i mezzi di produzione – vale a dire tutta la capacità produttiva che è necessaria sia per produrre beni di consumo quanto per produrre capitale addizionale – può essere legalmente, e per la maggior parte dei casi è, proprietà dei singoli individui. Per semplicità, nella discussione che segue, io chiamerò « lavoratori » tutti coloro che non partecipano alla proprietà dei mezzi di produzione, sebbene ciò non corrisponda all’uso attuale del termine. Il proprietario dei mezzi di produzione è in grado di comperare la forza-lavoro del lavoratore. Usando i mezzi di produzione, il lavoratore produce nuove merci che divengono proprietà del capitalista. Il punto essenziale di questo processo è la relazione tra ciò che il lavoratore produce e la misura in cui viene pagato, misurando entrambe le cose in termini di valore reale. Dal momento che il contratto di lavoro è «libero», ciò che il lavoratore percepisce è determinato non dal valore delle merci che produce, ma dalle sue esigenze minime e dalla richiesta capitalistica di forza-lavoro, in relazione al numero dei lavoratori che sono in concorrenza tra di loro per i posti di lavoro. È importante comprendere che anche in teoria il pagamento del lavoratore non è determinato dal valore del suo prodotto. Il capitale privato tende a essere concentrato nelle mani di una minoranza, in parte a causa della concorrenza tra i capitalisti e in parte per il fatto che lo sviluppo tecnologico e la crescente divisione del lavoro incoraggiano la formazione di più larghe unità di produzione a spese delle più piccole. Il risultato di questo sviluppo è un’oligarchia del capitale privato, il cui enorme potere non può essere effettivamente arrestato nemmeno da una società politica democraticamente organizzata. Ciò è vero dal momento che i membri dei corpi legislativi sono scelti dai partiti politici, largamente finanziati o altrimenti influenzati dai privati capitalisti che, a tutti gli effetti pratici, separano l’elettorato dalla legislatura. La conseguenza è che di fatto i rappresentanti del popolo non proteggono sufficientemente gli interessi degli strati meno privilegiati della popolazione. Inoltre, nelle condizioni esistenti, i capitalisti privati controllano inevitabilmente, in modo diretto o indiretto, le principali fonti d’informazione (stampa, radio, insegnamento). Così è estremamente difficile, e in realtà nelle maggior parte dei casi del tutto impossibile, che il cittadino privato giunga a oggettive conclusioni e a fare un uso intelligente dei suoi diritti politici. L’aspetto dominante, in una economia fondata sulla proprietà privata del capitale, è caratterizzato da due principi basilari: primo i mezzi di produzione (il capitale) sono posseduti da privati e i proprietari ne dispongono come meglio credono; secondo, il contratto di lavoro è «libero». Naturalmente una società capitalistica pura, in questo senso non esiste. In particolare si dovrebbe notare che i lavoratori, attraverso lunghe e dure lotte politiche, sono riusciti ad assicurare per certe loro categorie una forma alquanto migliorata di «libero contratto di lavoro». Ma presa nell’insieme, l’economia odierna non differisce dal puro capitalismo. Si produce per il profitto, non già per l’uso. Non esiste nessun provvedimento per garantire che tutti coloro che sono atti e desiderosi di lavorare siano sempre in condizioni di trovare un impiego; un «esercito di disoccupati» esiste quasi in permanenza. Il lavoratore vive nel costante timore di perdere il suo impiego. Poiché i disoccupati e i lavoratori mal retribuiti non rappresentano un mercato vantaggioso, la produzione delle merci per il consumo è limitata, con conseguente grave danno. Il progresso tecnico spesso si risolve in maggiore disoccupazione, piuttosto che in un alleggerimento del lavoro per tutti. Il movente del profitto, il processo di accumulazione del capitale e della sua utilizzazione e insieme con la concorrenza tra i capitalisti, sono i responsabili delle crisi sempre più gravi. Una concorrenza illimitata porta a un enorme spreco di lavoro e a quel deterioramento della coscienza sociale degli individui cui ho prima accennato. Questo avvilimento dell’individuo io lo considero il maggior male del capitalismo. Tutto il nostro sistema educativo ne è danneggiato. Un’attitudine competitiva esagerata viene inculcata allo studente, così condotto, come preparazione alla sua futura carriera, ad adorare il successo. Sono convinto che vi sia un sol modo per eliminare questi gravi mali: la creazione di una economia socialista, accompagnata da un sistema educativo volto a fini sociali. In una tale economia i mezzi di produzione sono di proprietà della società e vengono utilizzati secondo un piano. Un’economia pianificata che adatti la produzione alle necessità della comunità, distribuirebbe il lavoro tra tutti gli abili al lavoro e garantirebbe i mezzi di sussistenza a ogni uomo, donna e bambino. L’educazione dell’individuo, oltre che incoraggiare le sue innate qualità, dovrebbe proporsi di sviluppare il senso di responsabilità verso i suoi simili, invece dell’esaltazione del potere e del successo che è praticata dalla nostra attuale società. È tuttavia necessario ricordare che un’economia pianificata non è ancora socialismo. Un’economia pianificata come questa può essere accompagnata dal completo asservimento dell’individuo. Il raggiungimento del socialismo richiede la soluzione di alcuni problemi politico-sociali estremamente difficili: come è possibile in vista di una centralizzazione di vasta portata del potere politico ed economico, impedire che la burocrazia divenga potente e prepotente? Come possono essere protetti i diritti dell’individuo ed essere con ciò assicurato un contrappeso democratico alla potenza della burocrazia? A. Einstein, Perché il socialismo Se lo vogliamo, possiamo sognare!

mercoledì 25 febbraio 2026

Il manifesto del partito comunista, scritto da Karl Marx e Friedrich Engels, visto da Umberto Eco.

IL MANIFESTO DEL PARTITO COMUNISTA VISTO DA UMBERTO ECO "Non si può sostenere che alcune belle pagine possano da sole cambiare il mondo. L’intera opera di Dante non è servita a restituire un Sacro Romano Imperatore ai comuni italiani. Tuttavia, nel ricordare quel testo che fu il Manifesto del Partito Comunista del 1848, e che certamente ha largamente influito sulle vicende di due secoli, credo occorra rileggerlo dal punto di vista della sua qualità letteraria o almeno – anche a non leggerlo in tedesco – della sua straordinaria struttura retorico-argomentativa. Nel 1971 era apparso il libretto di un autore venezuelano, Ludovico Silva, Lo stile letterario di Marx, poi tradotto da Bompiani nel 1973. Credo sia ormai introvabile e varrebbe la pena di ristamparlo. Rifacendo anche la storia della formazione letteraria di Marx (pochi sanno che aveva scritto anche delle poesie ancorché, a detta di chi le ha lette, bruttissime), Silva andava ad analizzare minutamente tutta l’opera marxiana. Curiosamente dedicava solo poche righe al Manifesto, forse perché non era opera strettamente personale. È un peccato: si tratta di un testo formidabile che sa alternare toni apocalittici e ironia, slogan efficaci e spiegazioni chiare e (se proprio la società capitalistica intende vendicarsi dei fastidi che queste non molte pagine le hanno procurato) dovrebbe essere religiosamente analizzato ancora oggi nelle scuole per pubblicitari. Inizia con un formidabile colpo di timpano, come la Quinta di Beethoven: «Uno spettro si aggira per l’Europa» (e non dimentichiamo che siamo ancora vicini al fiorire preromantico e romantico del romanzo gotico, e gli spettri sono entità da prendere sul serio). Segue subito dopo una storia a volo d’aquila sulle lotte sociali dalla Roma antica alla nascita e sviluppo della borghesia, e le pagine dedicate alle conquiste di questa nuova classe «rivoluzionaria» ne costituiscono il poema fondatore – ancora buono oggi, per i sostenitori del liberismo. Si vede (voglio proprio dire «si vede», in modo quasi cinematografico) questa nuova inarrestabile forza che, spinta dal bisogno di nuovi sbocchi per le proprie merci, percorre tutto l’orbe terraqueo (e secondo me qui il Marx ebreo e messianico sta pensando all’inizio del Genesi), sconvolge e trasforma paesi remoti perché i bassi prezzi dei suoi prodotti sono l’artiglieria pesante con la quale abbatte ogni muraglia cinese e fa capitolare i barbari più induriti nell’odio per lo straniero, instaura e sviluppa le città come segno e fondamento del proprio potere, si multinazionalizza, si globalizza, inventa persino una letteratura non più nazionale bensì mondiale. È impressionante come il Manifesto avesse visto nascere, con un anticipo di centocinquant’anni, l’era della globalizzazione, e le forze alternative che essa avrebbe scatenato. Come a suggerirci che la globalizzazione non è un incidente avvenuto durante il percorso dell’espansione capitalistica (solo perché è caduto il muro ed è arrivato internet) ma il disegno fatale che la nuova classe emergente non poteva evitare di tracciare, anche se allora, per l’espansione dei mercati, la via più comoda (anche se più sanguinosa) si chiamava colonizzazione. È anche da rimeditare (e va consigliato non ai borghesi ma alle tute di ogni colore), l’avvertimento che ogni forza alternativa alla marcia della globalizzazione, all’inizio, si presenta divisa e confusa, tende al puro luddismo, e può venire usata dall’avversario per combattere i propri nemici. Alla fine di questo elogio (che conquista in quanto è sinceramente ammirato), ecco il capovolgimento drammatico: lo stregone si trova impotente a dominare le potenze sotterranee che ha evocato, il vincitore è soffocato dalla propria sovraproduzione, è obbligato a generare dal proprio seno, a far sbocciare dalle proprie viscere i suoi propri becchini, i proletari. Entra ora in scena questa nuova forza che, dapprima divisa e confusa, si stempera nella distruzione delle macchine, viene usata dalla borghesia come massa d’urto costretta a combattere i nemici del proprio nemico (le monarchie assolute, la proprietà fondiaria, i piccoli borghesi), via via assorbe parte dei propri avversari che la grande borghesia proletarizza, come gli artigiani, i negozianti, i contadini proprietari, la sommossa diventa lotta organizzata, gli operai entrano in contatto reciproco a causa di un altro potere che i borghesi hanno sviluppato per il proprio tornaconto, le comunicazioni. E qui il Manifesto cita le vie ferrate, ma pensa anche alle nuove comunicazioni di massa (e non dimentichiamoci che Marx ed Engels nella Sacra famiglia avevano saputo usare la televisione dell’epoca, e cioè il romanzo di appendice, come modello dell’immaginario collettivo, e ne criticavano l’ideologia usando linguaggio e situazioni che esso aveva reso popolari). A questo punto entrano in scena i comunisti. Prima di dire in modo programmatico che cosa essi sono e che cosa vogliono, il Manifesto (con mossa retorica superba) si pone dal punto di vista del borghese che li teme, e avanza alcune terrorizzate domande: ma voi volete abolire la proprietà? Volete la comunanza delle donne? Volete distruggere la religione, la patria, la famiglia? Qui il gioco si fa sottile, perché il Manifesto a tutte queste domande sembra rispondere in modo rassicurante, come per blandire l’avversario – poi, con una mossa improvvisa, lo colpisce sotto il plesso solare, e ottiene l’applauso del pubblico proletario... Vogliamo abolire la proprietà? Ma no, i rapporti di proprietà sono sempre stati soggetto di trasformazioni, la Rivoluzione francese non ha forse abolito la proprietà feudale in favore di quella borghese? Vogliamo abolire la proprietà privata? Ma che sciocchezza, non esiste, perché è la proprietà di un decimo della popolazione a sfavore dei nove decimi. Ci rimproverate allora di volere abolire la «vostra» proprietà? Eh sì, è esattamente quello che vogliamo fare. La comunanza delle donne? Ma suvvia, noi vogliamo piuttosto togliere alla donna il carattere di strumento di produzione. Ma ci vedete mettere in comune le donne? La comunanza delle donne l’avete inventata voi, che oltre a usare le vostre mogli approfittate di quelle degli operai e come massimo spasso praticate l’arte di sedurre quelle dei vostri pari. Distruggere la patria? Ma come si può togliere agli operai quello che non hanno? Noi vogliamo anzi che trionfando si costituiscano in nazione... E così via, sino a quel capolavoro di reticenza che è la risposta sulla religione. Si intuisce che la risposta è «vogliamo distruggere questa religione», ma il testo non lo dice: mentre abborda un argomento così delicato sorvola, lascia capire che tutte le trasformazioni hanno un prezzo, ma insomma, non apriamo subito capitoli troppo scottanti. Segue poi la parte più dottrinale, il programma del movimento, la critica dei vari socialismi, ma a questo punto il lettore è già sedotto dalle pagine precedenti. E se poi la parte programmatica fosse troppo difficile, ecco un colpo di coda finale, due slogan da levare il fiato, facili, memorizzabili, destinati (mi pare) a una fortuna strepitosa: «I proletari non hanno da perdere che le loro catene» e «Proletari di tutto il mondo unitevi». A parte la capacità certamente poetica di inventare metafore memorabili, il Manifesto rimane un capolavoro di oratoria politica (e non solo) e dovrebbe essere studiato a scuola insieme alle Catilinarie e al discorso shakespeariano di Marco Antonio sul cadavere di Cesare. Anche perché, data la buona cultura classica di Marx, non è da escludere che proprio questi testi egli avesse presenti." Umberto Eco, da «La filosofia e le sue storie L’età contemporanea», a cura di Umberto Eco & Riccardo Fedriga.

martedì 24 febbraio 2026

Il fondamento della critica alla religione.

Il fondamento della critica alla religione é: è l’uomo che fa la religione, e non è la religione che fa l’uomo. Infatti, la religione è la coscienza di sè e il sentimento di sè dell’uomo che non ha ancora conquistato o ha già di nuovo perduto se stesso. Ma l’uomo non è un'entità astratta posta fuori del mondo. L’uomo è il mondo dell’uomo, lo Stato, la società. Questo Stato, questa società producono la religione, una coscienza capovolta del mondo, poiché essi sono un mondo capovolto. La religione è la teoria generale di questo mondo, il suo compendio enciclopedico, la sua logica in forma popolare, il suo punto d’onore spiritualistico, il suo entusiasmo, la sua sanzione morale, il suo solenne completamento, il suo universale fondamento di consolazione e di giustificazione. Essa è la realizzazione fantastica dell’essenza umana, poiché l’essenza umana non possiede una realtà vera. La lotta contro la religione è dunque, mediatamente, la lotta contro quel mondo, del quale la religione è l’aroma spirituale. La religione è il sospiro della creatura oppressa, è l'anima di un mondo senza cuore, di un mondo che è lo spirito di una condizione senza spirito. Essa è l'oppio del popolo. Eliminare la religione in quanto illusoria felicità del popolo vuol dire esigere la felicità reale. L’esigenza di abbandonare le illusioni sulla sua condizione è l’esigenza di abbandonare una condizione che ha bisogno di illusioni. La critica della religione, dunque, è, in germe, la critica della valle di lacrime, di cui la religione è l'aureola. La critica ha strappato dalla catena i fiori immaginari, non perché l'uomo porti la catena spoglia e sconfortante, ma affinché egli getti via la catena e colga i fiori vivi. La critica della religione disinganna l'uomo affinché egli pensi, operi, dia forma alla sua realtà come un uomo disincantato e giunto alla ragione, affinché egli si muova intorno a se stesso e, perciò, intorno al suo sole reale. La religione è soltanto il sole illusorio che si muove intorno all'uomo, fino a che questi non si muove intorno a se stesso. E' dunque compito della storia, una volta scomparso l'al di la della verità, quello di ristabilire la verità dell'al di qua. E innanzi tutto è compito della filosofia, la quale sta al servizio della storia, una volta smascherata la figura sacra dell'autoestraneazione umana, smascherare l'autoestraneazione nelle sue figure profane. La critica del cielo si trasforma così nella critica della terra, la critica della religione nella critica del diritto, la critica della teologia nella critica della politica. La critica della religione approda alla teoria che l'uomo è per l'uomo l'essere supremo. (MARX, Critica alla filosofia hegeliana del diritto pubblico)

giovedì 12 febbraio 2026

Il comunismo: una necessità.

Il comunismo: una necessità. Uno degli argomenti , cementato in vari luoghi comuni, che la borghesia e l’opportunismo portano avanti, è che la realtà economico-sociale è complessa, che non esistono classi, ma il bene comune, che vi sono borghesi “progressisti” e borghesi “reazionari”, i ceti medi, la politica delle alleanze, che le “crisi” si superano insieme, unendo e non dividendo. La società è davvero complicata, ma la complessità dei fenomeni economici e sociali non elimina il nocciolo della questione, che il marxismo ha messo in evidenza e che per la classe operaia era ed è molto semplice: la società è divisa in classi e che gl’interessi sono conflittuali tra chi sfrutta e chi è sfruttato. Non si può essere per il proletariato e per la borghesia. O si è da una parte o dall’altra! Chi propaganda sulle possibilità e necessità di unione tra borghesia e proletariato ha un solo scopo: difendere il profitto ed il capitale. “I democratici piccolo-borghesi, questi sedicenti socialisti che hanno sostituito alla lotta di classe le loro fantasticherie sull’intesa tra le classi hanno fatto della trasformazione socialista una specie di sogno; non si tratta per essi di abbattere il dominio della classe sfruttatrice, ma di sottomettere pacificamente la maggioranza alla minoranza cosciente dei suoi compiti. Quest’utopia del piccolo borghese, indissolubilmente legata all’ipotesi di uno stato al di sopra delle classi non ha portato ad altro che al tradimento de gl’interessi delle classi lavoratrici.” Lenin Lo Stato non è un organismo al di sopra delle classi. Lo Stato è sorto proprio dall’inconciliabilità degl’interessi delle classi, come strumento di dominio di una classe sull’altra. La democrazia è una forma di potere con il quale la borghesia tiene sottomessi i lavoratori. Il suffragio universale porrebbe, secondo borghesi ed opportunisti, alla pari borghese e proletario. La democrazia delle schede elettorali non tocca il potere reale dei capitalisti, liberi di sfruttare e di condizionare le elezioni con il potere dei mass-media. Le elezioni libere, eguali, democratiche, universali servono ad occultare il fatto che la proprietà dei mezzi di produzione ed il potere politico rimangono nelle mani degli sfruttatori e che quindi è impossibile parlare di vera libertà e di effettiva uguaglianza per la stragrande maggioranza della popolazione. Il vero potere nella democrazia non è nelle urne, ma nelle banche, nei consigli di amministrazione. “Essi parlano di “maggioranza” pensando che l’uguaglianza delle schede elettorali significhi l’uguaglianza tra lo sfruttato e lo sfruttatore, tra l’operaio ed il capitalista, tra il povero ed il riccone, tra l’affamato e chi ha la pancia piena. Secondo loro i miti, nobili, pacifici capitalisti non impiegherebbero mai la forza della ricchezza, la forza del denaro, la potenza del capitale, il giogo della burocrazia e della dittatura militare, ma risolverebbero effettivamente gli affari secondo “la maggioranza…” In realtà proprio la borghesia è sempre stata ipocrita chiamando democrazia un’uguaglianza formale, mentre di fatto violentava i poveri, i lavoratori, i piccoli contadini, gli operai con infinite forme d’inganno e di oppressione.” Lenin I fatti degli ultimi anni sono emblematici. Con varie forme d’inganno dialettico hanno tolto diritti, ridotto i salari, aumentato le tasse, espulso milioni di persone dai centri produttivi e negato una vita presente e futura a tanti uomini, donne, bambini, anziani; hanno aumentato la povertà e siamo giunti al culmine che anche chi lavora non ha un salario per arrivare a fine mese. Le guerre in atto, 63 in tutto il globo, sono frutto della caduta del vecchio ordine mondiale e dell’affacciarsi di un nuovo ordine. Sono frutto del sistema capitalistico basato sul profitto, sulle disuguaglianze, sulle ingiustizie, sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. La corsa al riarmo prepara situazioni di massacri di essere umani, per merito di persone che si conoscono e frequentano, portate avanti da persone che non si conoscono. Il “Pacifismo” nel capitalismo è solo un’ altra forma di raggiro. Non ci può essere pace ove vi siano interessi divergenti e conflittuali! Se si vuole la pace, bisogna preparare la pace e lo si fa non con il pacifismo, ma con il “ Comunismo”! Ovvero un mondo dove “Ognuno possa dare secondo le sue capacità ed avere secondo le sue necessità.” Non si può pensare di condizionare lo Stato con il parlamento per il semplice fatto che le decisioni vere vengono prese in altri luoghi. Il parlamento serve solo ad illudere il popolo. Il marxismo non è solo un metodo di analisi, ma , soprattutto, analisi scientifica della società, esposizione delle leggi dello sviluppo economico e sociale che individuano l’inevitabilità della fine del capitalismo per opera della classe operaia e nello stesso tempo indicazione pratica sulle azioni per portare a termine il compito della costruzione di un mondo nuovo dove ognuno possa respirare liberamente la vera libertà e l’effettiva uguaglianza. “I signori opportunisti insegnano al popolo, facendo scempio della dottrina di Marx, che il proletariato deve dapprima ottenere la maggioranza per mezzo del suffragio universale, poi ottenere, in forza di tale maggioranza, sulla base delle votazioni, il potere statale… Ma noi, basandoci sulla dottrina di Marx e sull’esperienza della rivoluzione russa diciamo: il proletariato deve dapprima battere la borghesi e conquistare per se stesso il potere e poi adoperare il potere statale come arma della sua classe … Solo i mascalzoni e gli sciocchi possono pensare che il proletariato deve prima conquistare la maggioranza nelle elezioni, fatte sotto il giogo della borghesia, sotto il giogo della schiavitù salariata, e poi il potere. Questo è il colmo dell’ottusità e dell’ipocrisia: è la sostituzione delle votazioni, sotto il vecchio regime, sotto il vecchio potere, alla lotta di classe…” Lenin Nonostante la propaganda ideologica borghese cerchi di dire che Marx ed il marxismo siano superati, mentre fior di economisti borghesi ridotti a sibille di Cuma cercano di consigliarsi con Marx per capire qualcosa della situazione odierna, per essi indecifrabile, la dottrina de “Il Moro” si è impossessata di milioni di cuori per il semplice fatto che essa si basa sulle solide fondamenta del sapere umano accumulato nell’ epoca del capitalismo; perché, avendo studiato le leggi dello sviluppo sociale, Marx comprese l’inevitabilità dello sviluppo del capitalismo, che conduce al comunismo, e soprattutto lo dimostrò sulla base di analisi scientifiche. Il comunismo è la frontiera dell’umanità, ma è anche una necessità per dare senso alla vita del genere umano.