Una luce nel labirinto.
Mai arrendersi...mai sottomettersi... il sogno si realizza.
domenica 22 marzo 2026
Ideali ed utopie.
Nuovo Mondo e vecchio mondo.
Ideali ed utopie.
Il capitalismo, progressivo rispetto alle realtà socio-economiche precedenti, non ha risolto in più di duecento anni di storia i problemi materiali e spirituali dell’umanità.
L’umanità è ancora alla ricerca di una vita libera dai bisogni materiali e morali.
La democrazia si è dimostrata incapace di sanare i mali della società.
L’uguaglianza democratica è una chimera!
La borghesia e la classe media detengono il potere.
Il povero è in realtà privo di diritti.
Negli ultimi anni, nonostante i piagnistei, i ricchi sono diventati più ricchi ed i poveri più poveri.
I salari hanno perso potere d’acquisto, il mercato del lavoro è stato colpito da una precarietà stringente, l’utilizzo della forza lavoro nelle unità produttive è stato sempre più assoggettato alle esigenze della produzione e l’essere umano è costretto a vedere il processo produttivo più come una schiavitù che come mezzo di liberazione dalle sue necessità.
“Come il selvaggio deve lottare con la natura per soddisfare i suoi bisogni, per conservare e riprodurre la sua vita, così deve fare anche l’uomo civile e lo deve fare in tutte le forme della società e sotto tutti i possibili modi di produzione.”
Il Capitale
K.Marx.
I governi cambiano, promettono, illudono, ma non smettono di arricchire profitto e rendita.
Solo la realtà dei lavoratori segue un corso non da esseri umani.
Le illusioni divengono delusioni e s’impantanano nella cupa rassegnazione.
Sempre più si scopre che è utopia pensare che questo sistema possa un giorno liberare l’umanità dai suoi bisogni e proiettarla nella vera libertà, basata sulla soddisfazione delle necessità materiali e spirituali.
Le costituzioni democratiche si rivelano per delle grandi menzogne e finzioni, parole vuote senza significato per la stragrande maggioranza dei cittadini.
La storia s’incarica di demolire utopie e chimere e renderle chiare nella loro essenza.
Il capitalismo non può essere l’ultima frontiera dell’umanità, perché non ha garantito, non garantisce, non potrà mai garantire una vita vera ad ogni essere umano.
Il capitalismo è guerra sia in tempi di finta pace sia in tempi di scontri bellici!
Chi dice e pensa diversamente si crogiola nell’utopia, conveniente, ma pur sempre chimera.
Il “Mondo Nuovo” è oltre la realtà del profitto.
“Per “Nuovo Mondo” noi intendiamo un mondo di amore, libertà, fratellanza, uguaglianza, pace.
Intendiamo un mondo dove tutti collaborano alla vita sociale e produttiva e quindi tutti lavorano, tutti hanno una casa.
Tutti hanno un tempo per il lavoro, un tempo per la conoscenza,un tempo per lo svago e il tempo libero.
Il nuovo mondo è una società dove liberamente si esprime il pensiero e dove al centro della vita economico-sociale non c’è il profitto, ma l’essere umano ed i suoi bisogni materiali ed intellettivi, dove esiste la libertà dal bisogno materiale e morale, intesa come libertà nella conoscenza.”
Giuseppe Calocero, Il caldo respiro della speranza.
Il “Mondo Nuovo” è ideale, ma basato sull’analisi scientifica dell’attuale realtà sociale, è ragione non fede.
Se ognuno si liberasse della cappa delle ideologie dominanti, dei tabù, delle superstizioni, dei falsi moralismi e librasse la sua mente ed il suo cuore nella libertà della conoscenza vedrebbe con chiarezza la nuova frontiera dell’umanità e si approprierebbe dell’etica del futuro, del mondo nuovo.
L’unico modo per superare il dissidio tra profitto e produttori e dare all’umanità una società libera, eguale, fraterna, pacifica.
“Il comunismo è, in quanto compiuto naturalismo, umanismo, e, in quanto compiuto umanismo, naturalismo. Esso è la verace soluzione del contrasto dell’uomo con la natura e con l’uomo; la verace soluzione del conflitto fra esistenza ed essenza, fra oggettivazione ed affermazione soggettiva, fra libertà e necessità, fra individuo e genere.
È il risolto enigma della storia e si sa come tale soluzione.”
Manoscritti economico-filosofici.
K.Marx.
Le persone che amano il genere umano, che non si crogiolano nel loro egoismo ed individualismo, nel limite misero del possesso di qualcosa, devono uscire dal labirinto delle ideologie e mettere in campo cuore e cervello per risolvere l’enigma e dare soluzione alle speranze del genere umano.
Il senso dell’avere non potrà ancora per molto alienare tutti i sensi fisici e spirituali, che sono sociali e quindi emancipati.
Con l’emancipazione dai bisogni l’umanità ritroverà la sua intima ricchezza.
martedì 17 marzo 2026
A. Gramsci, Politici inetti.
Politici inetti
“L’attività scientifica è costituita per grandissima parte di sforzo fantastico, chi è incapace di costruire ipotesi non sarà mai scienziato. Anche nell’attività politica ha grandissima parte la fantasia, ma nell’attività politica l’ipotesi non è di fatti inerti, di materia sorda alla vita; la fantasia in politica ha per elementi gli uomini, la società degli uomini, i dolori, gli affetti, le necessità della vita degli uomini. Se uno scienziato sbaglia la sua ipotesi, poco male, in fondo: si perde una certa quantità di ricchezze di cose: una soluzione è precipitata, un pallone è scoppiato. Se l’uomo politico sbaglia la sua ipotesi, è la vita degli uomini che corre pericolo, è la fame, è la rivolta, è la rivoluzione per non morire di fame.
Nella vita politica l’attività fantastica deve essere illuminata da una forza morale: la simpatia umana. Questa forza è inaridita dalla superficialità, che significa mancanza di profondità spirituale, mancanza di sentimento, mancanza dunque di simpatia umana.
Perché si provveda adeguatamente ai bisogni degli uomini di una città, di una regione, di una nazione, è necessario sentire questi bisogni; è necessario potersi rappresentare concretamente nella fantasia questi uomini in quanto vivono, in quanto operano quotidianamente, rappresentarsi le loro sofferenze, i loro dolori, le tristezze della vita che sono costretti a vivere.
Se non si possiede questa forza di drammatizzazione della vita, non si possono intuire i provvedimenti generali e particolari che armonizzino le necessità della vita con le disponibilità dello Stato. Se si scaglia un’azione nella vita: bisogna saper prevedere la reazione che essa sveglierà, i contraccolpi che essa avrà.
Un uomo politico è grande in misura della sua forza di previsione: un partito politico è forte in misura del numero di uomini di tal forza di cui dispone. Perché ogni provvedimento è un’anticipazione della realtà, è una previsione implicita. Il provvedimento è tanto più utile quanto più aderisce alla realtà.
Ma le autorità italiane, quelle governative, quelle provinciali, quelle cittadine, non hanno finora decretato un provvedimento che non sia tardivo, che non abbia bisogno di essere modificato, o anche di essere cassato perché, invece di provvedere, faceva rincrudire il malessere.
I politici non sono riusciti ad armonizzare la realtà perché sono stati incapaci di armonizzare prima, nel pensiero, gli elementi della realtà stessa. Essi ignorano la realtà, ignorano l’Italia in quanto è costituita di uomini che vivono, lavorando, soffrendo, morendo. Sono dei dilettanti, dei superficiali: non hanno alcuna simpatia per gli uomini. Sono retori pieni di sentimentalismo, non uomini che sentono concretamente. Obbligano a soffrire inutilmente nel tempo stesso che sciolgono gli inni alla virtù, alla forza di sacrificio del cittadino italiano.
La folla è ignorata dagli uomini di governo, dai burocratici provinciali e cittadini. La folla, in quanto è composta di singoli, non in quanto è popolo, idolo delle democrazie. Amano l’idolo, fanno soffrire il singolo individuo.
Sono crudeli perché la loro fantasia non immagina il dolore che la crudeltà finisce col suscitare. Non sanno rappresentarsi il dolore degli altri, perciò sono inutilmente crudeli. Hanno lanciato la prima azione , la guerra. Non ne hanno preveduto l’importanza, la profondità degli effetti immediati e lontani. Sapevano che l’Italia non produce quanto basta per il suo sostentamento. Non hanno preveduto che un giorno sarebbe venuto a mancare, oltre al companatico, il pane. Quando se ne sono accorti era troppo tardi; non importa: avrebbero potuto ancora provvedere, avrebbero potuto equamente distribuire la sofferenza. Non hanno sentito la sofferenza, hanno creato il caos, hanno lasciato arraffare ai più forti economicamente, hanno lasciato disperdere il poco che c’era ancora. Hanno imposto che il pane fosse così e così; appena pubblicato il decreto, le vittime si sono accorte che esso era sbagliato si sono accorte che era sbagliato, perché non se ne sono accorti i responsabili? Perchè non si erano rappresentati nel pensiero queste vittime, perchè non hanno sentito che ci sarebbero state delle vittime? Predicano contro i ricchi che buttano via la mollica: non sentono che tutto questo spreco è sofferenza dei poveri; limitano l’orario dell’uso del gas ; non si preoccupano del fatto che due ore sole di gas significa non poter preparare il desinare per chi lavora, per chi deve nutrirsi per lavorare e lavorare per nutrirsi, mentre due ore al primo mattino sono troppe, e quindi inutili,…perchè il grano non arriva pur essendoci, perché non si può comprare il cibo avendo i biglietti e mancando gli spezzati, perché al tocco si chiudono le panetterie, perché il bambino non vuole deglutire la medicina, che non si può edulcorare per la mancanza dello zucchero, mentre fabbricanti di vermouth continuano a lavorare. Non sanno armonizzare la realtà disagiata con la possibilità di minor disagio per tutti. Non pensano che ove c’è da mangiare per cinquanta , possono vivere cento, se si armonizzano i bisogni…
Antonio Gramsci, Politici Inetti – Una verità che sembra un paradosso, pubblicato il 3 Aprile 1917, riprodotto in Odio gli Indifferenti, Chiarelettere, 2011.
domenica 15 marzo 2026
Le falsità circolanti su Mussolini e il fascismo.
1. Mussolini non ha creato le pensioni, la previdenza sociale nasce nel 1898 con la fondazione della "Cassa nazionale di previdenza per l’invalidità e la vecchiaia degli operai", all'epoca Mussolini aveva 15 anni. Nel 1933 venne rinominata INPS. La pensione sociale viene introdotta solo nel 1969, Mussolini in quella data è morto da 24 anni.
2. Mussolini non ha istituito la cassa integrazione, La Cassa Integrazione Guadagni, nella sua struttura è stata costituita solo il 12 agosto 1947 con DLPSC numero 869, misura finalizzata al sostegno dei lavoratori dipendenti da aziende che durante la guerra erano state colpite e non erano in grado di riprendere normalmente l’attività.
3. Mussolini non ha istituito l'indennità di malattia, L’indennità di malattia è stata istituita con decreto legislativo del Capo provvisorio dello stato nr.435 del 13 maggio 1947. Nel 1968 viene estesa a tutti i lavoratori, anche coloro che dipendevano da imprese private. E nel 1978, con Legge 23 dicembre 1978, nr. 883, veniva estesa, oltre che l’indennità retributiva in caso di malattia, anche il diritto all’assistenza medica con la costituzione del Servizio Sanitario Nazionale.
4. Mussolini non istituì la tredicesima mensilità per tutti. venne istituita soltanto per i lavoratori dell'industri pesante e soltanto DOPO la caduta del fascismo che le mensilità aggiuntive come noi le conosciamo divennero appannaggio di tutti i lavoratori e non solo di pochi fortunati, rispettivamente con l’accordo interconfederale per l’industria del 27 ottobre 1946 e per tutti i lavoratori dipendenti a decorrere dal D.P.R. 28 luglio 1960 n. 1070: testi, evidentemente, di molto successivi alla morte di Mussolini.
5. Mussolini non diede il voto alle donne, le donne erano ammesse alle votazioni solo per piccoli referendum locali mentre erano escluse al voto per le elezioni politiche. La prima volta che le donne furono ammesse al voto fu al referendum del 1946.
6. Con Mussolini i treni non erano puntuali, il giornalista George Seldes nel 1936 commentò: "E' vero la maggioranza degli espressi su cui salgono i turisti stranieri sono in genere in orario, ma sulle linee minori i ritardi sono frequenti". L'inglese Elisabeth Wiskemann. sempre nel 1936: "Ho preso molte volte il treno e spesso sono arrivata in ritardo". Lo storico Denis Mack Smith sostenne che la puntualità dei treni durante il periodo fascista e' uno dei "miti accettati del fascismo", ma in effetti tra le due guerre l' Italia possedeva una rete ferroviaria inadeguata e arretrata.
mercoledì 11 marzo 2026
In nome del popolo italiano. La fine di Mussolini
“ Il garibaldino Giuseppe Negri, salito su un autocarro già visitato da altri partigiani, si accorse che, in un angolo, sdraiato e coperto da mantelli militari, c’era un uomo. Domandò ai soldati tedeschi chi fosse quel tizio ed essi risposero: ” Camerata ubriaco.” Il Negri, mosso da curiosità, ma ben lontano dal supporre la verità, sollevò una mantellina e vide quanto bastava per riconoscere Mussolini. Fece finta di niente e scese dall’autocarro, sussurrando al maresciallo Di Paola, della guardia di finanza di stare attento a non lasciare partire quella vettura…
Io lo guardavo diritto in faccia: il suo labbro inferiore tremava. Era forse la prima volta nella sua vita che si trovava completamente scoperto dinanzi a un pericolo. Tra lui e i suoi nemici c’erano sempre state barriere di aguzzini, squadristi prima e polizia poi. Adesso eravamo, invece, a tu per tu. Credevo fosse quella, per lui, un’occasione preziosa per dimostrare a un nemico di essere un uomo. Se non altro per ambizione, per passare alla storia, come si dice. No, no: quell’uomo tremava di paura, quell’uomo non aveva più nemmeno la forza delle vanità. Davanti al mio mitra egli rinunciava anche alla storia…
Giunti alla macchina, Mussolini sembrava convinto di essere un uomo libero. Fece il gesto di dare la precedenza alla Petacci, ma io gli dissi: “ Vai tu là, sei più coperto. Ma con quel berretto da fascista è un po’ una grana. Levatelo”. E se lo tolse, infatti, ma poi si passò una mano sulla gran testa pelata. “ E questa ?”, domandò. “Allora rimettiti il berretto e calcati la visiera sugli occhi”…
E mi mossi a guardare lungo la strada per accertarmi che nessuno venisse verso di noi. Quando tornai sui miei passi, la faccia di Mussolini era cambiata: portava i segni della paura. Guido mi riferì allora di avergli già detto:” la cuccagna era finita”. Ero certo, tuttavia, guardandolo attentamente, che per Mussolini si trattava ancora di un sospetto. Mandai il commissario Pietro e l’autista nelle due direzioni della strada, di guardia a circa 50-60 metri di distanza l’uno dall’altro. Poi feci scendere Mussolini dalla macchina e gli dissi di portarsi tra il muro e il pilastro del cancello. Obbedì docile come un agnello. Non credeva ancora di dover morire, non si rendeva conto della realtà. Gli uomini come lui temono sempre la realtà. Preferiscono ignorarla, a loro basta fino all’ultimo un inganno per se stessi. Adesso era ridiventato stanco, vecchio, esitante. Camminava pesantemente, strascicando un po’ la gamba destra. Era visibile la sdruscitura di uno stivale. Poi la Petacci scese anch’essa dalla macchina e si portò di sua iniziativa, svelta al fianco di lui, che, ubbidiente, raggiunse il punto indicato, con la schiena volta al muretto. Fu un attimo: improvvisamente cominciai a leggere il testo della sentenza di condanna a morte del criminale di guerra Mussolini Benito: “ Per ordine del comando generale del corpo volontario della libertà sono incaricato di rendere giustizia al popolo italiano”. Credo che Mussolini non abbai nemmeno capito quelle parole, guardava , esterefatto, con gli occhi sbarrati il mitra che puntavo su di lui. La Petacci gli buttò le braccia sulle spalle. E io: “ Togliti di lì se non vuoi morire anche tu”. La donna capì subito il significato di quell’ anche e si staccò dal condannato. Quanto a lui, non disse una sola parola umana: non il nome di un figlio, non quello della madre, della moglie; non un grido, nulla. Tremava, livido di terrore e balbettava con quelle grosse labbra in convulsione:” Ma, ma, ma…signor colonnello…ma, ma, ma…signor colonnello!”. Nemmeno a quella donna che gli saltellava vicino, che si muoveva di qua e di là, palesando con lo sguardo uno smarrimento infinito, disse una sola parola. No, si raccomandava, nel modo più vile, per quel suo grosso corpo tremante; solo a quello pensava, a quel grosso corpo che aveva appoggiato al muretto. Ho detto che, per precauzione, avevo provato il mio mitra pochi minuti prima di entrare nella casa dei De Maria; ebbene, feci scattare il grilletto, ma i colpi non partirono. Il mitra era inceppato. Manovrai l’otturatore, ritentai il tiro, ma l’arma non sparò. Guido impugnò la pistola ma, sembrava una fatalità, la pistola era inceppata. Mussolini non sembrava essersene accorto. Non si accorgeva, ormai, più di niente. Ripresi il mitra, afferrandolo per la canna, pronto a servirmene come una clava, aspettandomi, malgrado tutto, una qualunque reazione. Ogni uomo normale avrebbe pensato di difendersi, ma Mussolini era al di sotto di ogni uomo normale e continuava a balbettare, a tremare, immobile, con la bocca semiaperta e le braccia penzoloni. Chiamai a voce alta il commissario della 52* brigata, che venne di corsa a portarmi il suo mitra. Pietro scambiò la sua arma con la mia, a dieci passi da Mussolini, e di corsa risalì al suo posto di guardia. Erano intanto trascorsi alcuni minuti che qualunque condannato a morte avrebbe sfruttato per tentare una fuga disperata o , comunque, una reazione di lotta. Invece, colui che doveva vivere come un “ leone” era un povero ciencio tremolante e disfatto, incapace di muoversi. Nel breve spazio di tempo che Pietro aveva impiegato a portarmi il suo mitra, avevo avuto la sensazione di essere veramente solo con Mussolini. C’era Guido, attento e partecipe. C’era la Petacci al fianco di lui, che quasi lo toccava col gomito, ma non contava. C’eravamo “lui” e “io”. Nell’aria umida il silenzio era greve. Si avvertiva nettamente l’anito breve del condannato. Di là dal cancello, tra la massa verde del frutteto, appariva in uno squarcio la facciata bianca della casa. Nello sfondo, la montagna. Se fosse stato in condizione di guardare e vedere, Mussolini avrebbe visto, di scorcio, il lago. Ma non guardava, tremava. Non c’era in lui più niente di umano. L’umanità si era soltanto rivelata in quell’uomo nella burbanzosa iattanza del trionfo, nel freddo disprezzo verso i deboli e i vinti. Ora non c’erano più squadracce, non c’era più la corte dei gerarchi e dei marescialli, non c’erano più i moschettieri. Dal suo viso sconvolto appariva soltanto la paura , la paura animale davanti all’ineluttabile. L’inceppamento del mitra non aveva dato certamente nessun barlume di speranza a Mussolini, egli sentiva che ormai avrebbe dovuto morire. E in questo sentimento stava rinchiuso come in un velo d’incoscienza che lo proteggeva dal dolore. Non avvertiva nemmeno la presenza di quella che era stata la sua donna. In me non c’era più neanche l’odio: c’era il senso della giustizia inesorabile di mille e mille morti, dei milioni di affamati e traditi. Non avevo l’impressione di dover uccidere un uomo. Quando mi fui di nuovo piantato di fronte a lui, con il mitra in mano, scaricai cinque colpi su quel corpo tremante. Il criminale di guerra si afflosciò sulle ginocchia, appoggiato al muro , con la testa reclinata sul petto. La Petacci, fuori di se, stordita, si era mossa confusamente, fu colpita anche lei e cadde di quarto a terra. Erano le 16,10 del 28 aprile del 1945…
“A piazzale Loreto”. Adesso i miei partigiani erano come rianimati, non apparivano più stanchi. Attraversammo la città deserta, col nostro carico, e alle 3 del mattino entrammo nel piazzale. Non c’era anima viva. Feci fermare la macchina nel posto che avevamo scelto, proprio lì, accanto alla staccionata. Anche il camion si fermò. Le salme furono scaricate e messe là, a quel posto. La scelta non era stata improvvisata quella notte , era stata suggerita da nostri compagni milanesi; e io avevo in mente la staccionata, il piazzale, quell’angolo del piazzale dalla sera del 10 agosto 1944- vi ricordate?- quando vidi, passando i quindici patrioti, prelevati dal carcere di San vittore, trucidati per rappresaglia, là distesi, con le brigate nere intorno…”
Walter Audisio, In nome del popolo italiano.
“ Sulla fine di Mussolini si sono scritte, dal 1945 ad oggi, migliaia di pagine, ma per la maggior parte dei casi, si è trattato di fantasiose versioni giornalistiche…Il libro di Walter Audisio si distingue da tutte le altre ricostruzioni di quella drammatica vicenda per un “piccolo” particolare che a scriverlo è stato lui, l’uomo che giustiziò il dittatore, il colonnello Valerio, al secolo Walter Audisio”.
Adriano Dal Pont- L’Unità.
venerdì 6 marzo 2026
Lenin e la concezione della guerra: L'imperialismo come conseguenza naturale dell'espansione economica.
Lenin e la Concezione della Guerra: L’Imperialismo come Conseguenza Naturale dell’Espansione Economica
Lenin, il pensatore della guerra e dell’imperialismo
Tra i protagonisti più influenti del XX secolo, Vladimir Il’ič Lenin non fu solo il leader della Rivoluzione d’Ottobre e il fondatore dello Stato sovietico, ma anche uno dei teorici più lucidi della connessione tra guerra, economia e potere politico.
La sua analisi del fenomeno bellico, in particolare nel saggio del 1916 “L’imperialismo, fase suprema del capitalismo”, rappresenta uno dei capisaldi del pensiero marxista sul rapporto tra sviluppo economico e conflitti internazionali.
Per Lenin, la guerra moderna non è un evento accidentale o frutto di ambizioni personali dei sovrani, ma una conseguenza strutturale del sistema capitalistico, il risultato diretto della competizione economica tra le grandi potenze per il controllo dei mercati, delle materie prime e delle rotte commerciali.
In questa visione, la guerra imperialista è la forma politica e militare dell’espansione economica delle nazioni industriali: una lotta inevitabile per la spartizione del mondo.
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Le radici marxiste del pensiero leniniano sulla guerra
Per comprendere la concezione leniniana della guerra, è necessario partire dalle basi teoriche fornite da Karl Marx e Friedrich Engels, che già nell’Ottocento avevano collegato la violenza bellica alle contraddizioni interne del sistema capitalistico.
Secondo Marx, la logica del profitto e dell’accumulazione infinita porta inevitabilmente alla crisi di sovrapproduzione: le nazioni industriali producono più beni di quanti possano consumarne all’interno dei propri confini.
Quando i mercati interni si saturano, le potenze cercano nuovi sbocchi per le merci e per i capitali in eccesso, generando una competizione internazionale permanente.
Lenin radicalizza questa analisi: nella sua prospettiva, l’economia mondiale non è solo il teatro di scambi commerciali, ma una arena di potenze rivali in cui ogni Stato capitalistico cerca di estendere la propria sfera d’influenza economica e politica.
La guerra, in questo schema, non è un’anomalia ma una necessità storica: il punto culminante del processo di concentrazione capitalistica e di scontro tra imperi economici.
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L’imperialismo come fase suprema del capitalismo
La concentrazione del capitale e la nascita dei monopoli
Nel saggio L’imperialismo, fase suprema del capitalismo, Lenin descrive la trasformazione strutturale del capitalismo nel passaggio tra XIX e XX secolo.
Mentre nella fase del capitalismo concorrenziale prevaleva la libera competizione, con l’avvento delle grandi industrie, delle banche e delle multinazionali si afferma un capitalismo monopolistico, dominato da pochi gruppi economici in grado di controllare interi settori produttivi.
Questa concentrazione del capitale, unita all’interdipendenza tra capitale industriale e finanziario, genera il fenomeno che Lenin definisce “capitale finanziario” — la fusione tra banche e industrie sotto l’egida di un’oligarchia economica nazionale.
Il capitale finanziario, per sua natura, ha bisogno di nuovi mercati da conquistare, di territori da sfruttare, di manodopera e risorse da controllare. E poiché lo spazio mondiale è limitato, questa espansione sfocia inevitabilmente in una lotta tra potenze.
La spartizione del mondo e la guerra come strumento di redistribuzione
Nel 1916, Lenin osservava che il pianeta era ormai “completamente spartito tra le grandi potenze capitalistiche”.
Da quel momento in poi, ogni espansione economica di una potenza poteva avvenire solo a scapito di un’altra.
La guerra, dunque, diventa il mezzo politico per la redistribuzione delle colonie e delle sfere d’influenza.
Ogni conflitto mondiale non è che la manifestazione armata della competizione economica per il dominio del mercato globale.
In questo senso, la Prima guerra mondiale (1914–1918) rappresenta per Lenin l’esempio perfetto di “guerra imperialista”: un conflitto combattuto non per ideali o per difesa nazionale, ma per la spartizione dei profitti e delle risorse planetarie tra i grandi Stati industriali.
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La Prima guerra mondiale come conferma della teoria leniniana
Un conflitto tra imperialismi rivali
Quando scoppiò la Prima guerra mondiale, Lenin interpretò immediatamente il conflitto come la prova concreta delle leggi storiche del capitalismo.
Germania, Gran Bretagna e Francia — tre potenze capitaliste mature — si affrontavano per ridisegnare la mappa del mondo e riaffermare i propri imperi coloniali.
Secondo Lenin, la Germania, in rapida ascesa industriale ma priva di un impero coloniale paragonabile a quello britannico o francese, cercava con la forza ciò che il capitalismo inglese aveva ottenuto in secoli di espansione: mercati, materie prime e rotte commerciali globali.
L’intervento dell’Impero russo e successivamente degli Stati Uniti non fece che confermare la natura sistemica del conflitto: una guerra mondiale per la redistribuzione economica del pianeta, mascherata da guerra “patriottica”.
La guerra come catalizzatore rivoluzionario
Per Lenin, tuttavia, la guerra imperialista conteneva anche una contraddizione dialettica: mentre serviva agli interessi delle élite economiche, essa creava anche le condizioni per la crisi del sistema capitalistico.
Le devastazioni, le carestie e le disuguaglianze generate dal conflitto mondiale avrebbero inevitabilmente spinto le masse popolari a ribellarsi contro i propri governi borghesi, trasformando la guerra imperialista in guerra civile rivoluzionaria.
È proprio su questa idea che Lenin costruì la strategia bolscevica: trasformare la guerra tra nazioni in guerra tra classi, utilizzando il caos del conflitto per rovesciare il potere delle borghesie europee e instaurare un nuovo ordine socialista.
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La concezione leniniana della guerra come fenomeno economico
La guerra come prodotto dell’espansione economica
Nella visione leniniana, ogni guerra moderna è il riflesso delle contraddizioni economiche del capitalismo mondiale.
Le potenze industriali, spinte dal bisogno di investire capitali in eccesso e di ottenere nuovi profitti, sono costrette a espandersi oltre i propri confini nazionali.
Questa espansione assume una forma geoeconomica e geopolitica: la conquista di colonie, la creazione di protettorati, il controllo delle vie marittime e dei nodi strategici.
Ma quando tutte le regioni del globo risultano occupate, il sistema entra in crisi e la guerra diventa l’unico mezzo per ridistribuire le risorse globali.
Lenin descrive così un meccanismo ciclico: espansione economica → saturazione dei mercati → crisi → guerra → nuova espansione.
In questo ciclo si trova la logica profonda della storia moderna.
L’intreccio tra politica e capitale
Lenin rifiuta ogni distinzione tra guerra “economica” e guerra “politica”: per lui, la politica è la continuazione dell’economia con altri mezzi, un concetto che anticipa e radicalizza la formula di Carl von Clausewitz.
Dietro ogni decisione militare si nascondono interessi finanziari e industriali: le guerre coloniali, le missioni “civilizzatrici”, le operazioni di pace non sono che forme mascherate dell’imperialismo economico.
Questa visione spiega perché, secondo Lenin, nessuna guerra può essere “giusta” all’interno del sistema capitalistico: ogni conflitto serve a rafforzare una borghesia nazionale a scapito di un’altra.
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Guerra, rivoluzione e fine dell’imperialismo
La guerra come occasione rivoluzionaria
Lenin fu tra i pochi leader del suo tempo a riconoscere nella guerra una potenzialità rivoluzionaria.
Nel suo schema, la guerra imperialista indebolisce lo Stato borghese, distrugge la fiducia nelle classi dirigenti e genera una crisi di legittimità che può essere sfruttata dal proletariato per abbattere l’ordine esistente.
È ciò che accadde in Russia nel 1917: la catastrofe del fronte, la fame e il collasso economico prepararono il terreno per la Rivoluzione d’Ottobre, che Lenin interpretò come la risposta storica delle masse alla guerra imperialista.
Il socialismo, in questa prospettiva, non è solo un progetto politico, ma l’unica alternativa sistemica alla guerra: un ordine economico fondato sulla cooperazione anziché sulla competizione.
Dopo Lenin: la continuità della logica imperialista
Dopo la morte di Lenin, nel 1924, il mondo non cessò di confermare le sue previsioni.
La crisi del 1929, l’ascesa dei fascismi e la Seconda guerra mondiale furono, nella lettura marxista-leninista, nuove manifestazioni della stessa logica: la lotta tra potenze capitaliste per la redistribuzione delle sfere di influenza.
Anche la Guerra Fredda — pur presentata come scontro ideologico — può essere interpretata, secondo la logica leniniana, come una guerra economica permanente, combattuta con strumenti finanziari, tecnologici e propagandistici.
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Lenin e la geopolitica: l’imperialismo come sistema globale
La dimensione spaziale del conflitto
Sebbene Lenin non utilizzi esplicitamente il termine “geopolitica”, la sua analisi dell’imperialismo anticipa molti concetti centrali della disciplina.
Egli descrive un mondo suddiviso in centri capitalistici dominanti e periferie sfruttate, in cui il potere economico si traduce automaticamente in dominio territoriale.
La competizione per il controllo delle vie marittime, delle risorse naturali e dei mercati coloniali è, per Lenin, la sostanza della geopolitica moderna.
In questo senso, la sua teoria dell’imperialismo può essere letta come una geopolitica marxista ante litteram, in cui la lotta per lo spazio e la potenza è guidata non da fattori culturali o etnici, ma da contraddizioni economiche strutturali.
L’attualità del pensiero leniniano
A distanza di oltre un secolo, la concezione leniniana della guerra conserva una sorprendente attualità.
Nell’epoca della globalizzazione, la competizione tra grandi potenze — Stati Uniti, Cina, Russia, Unione Europea — continua a ruotare attorno alla ricerca di risorse, mercati e influenza geopolitica.
La guerra in Ucraina, le tensioni nel Mar Cinese Meridionale, la guerra in Medio Oriente, la corsa ai semiconduttori e all’intelligenza artificiale riflettono una nuova forma di imperialismo economico globale, in cui la lotta per l’egemonia tecnologica sostituisce la conquista coloniale, ma la logica resta la stessa: l’espansione economica genera conflitto.
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Conclusione: La guerra come destino del capitalismo
La concezione leninista della guerra rappresenta una delle analisi più radicali e coerenti del nesso tra economia e violenza politica.
Per Lenin, finché il capitalismo esiste, la guerra rimarrà una conseguenza inevitabile della sua dinamica espansiva.
Il capitalismo, basato sulla competizione per il profitto e sulla concentrazione del potere economico, porta con sé la necessità di espandersi continuamente. Quando lo spazio per l’espansione pacifica si esaurisce, resta solo la guerra come strumento di redistribuzione.
In questo senso, la guerra non è un incidente della storia, ma una legge interna del sistema economico globale.
Solo con la trasformazione rivoluzionaria del mondo — la fine dell’imperialismo e la nascita di un’economia socialista internazionale — l’umanità potrà, secondo Lenin, liberarsi definitivamente dal ciclo eterno della guerra.
Anonimo
giovedì 5 marzo 2026
Solo per conoscenza...
Art. 5 Nato
"Le parti convengono che un attacco armato contro una o più di esse in Europa o nell’America settentrionale sarà considerato come un attacco diretto contro tutte le parti, e di conseguenza convengono che se un tale attacco si producesse, ciascuna di esse, nell’esercizio del diritto di legittima difesa, individuale o collettiva, riconosciuto dall’art. 51 dello Statuto delle Nazioni Unite, assisterà la parte o le parti così attaccate intraprendendo immediatamente, individualmente e di concerto con le altre parti, l’azione che giudicherà necessaria, ivi compreso l’uso della forza armata, per ristabilire e mantenere la sicurezza nella regione dell’Atlantico settentrionale. Ogni attacco armato di questo genere e tutte le misure prese in conseguenza di esso saranno immediatamente portate a conoscenza del Consiglio di Sicurezza. Queste misure termineranno allorché il Consiglio di Sicurezza avrà preso le misure necessarie per ristabilire e mantenere la pace e la sicurezza internazionale.”
Art.1 Nato
Le parti si impegnano, come stabilito nello Statuto delle Nazioni Unite, a comporre con mezzi pacifici qualsiasi controversia internazionale in cui potrebbero essere coinvolte, in modo che la pace e la sicurezza internazionali e la giustizia non vengano messe in pericolo, e ad astenersi nei loro rapporti internazionali dal ricorrere alla minaccia o all’uso della forza assolutamente incompatibile con gli scopi delle Nazioni Unite."
Basi Nato in Italia
• Cima Gallina (BZ): Stazione telecomunicazioni e radar dell’US-Air Force
• Aviano Air Base (Pordenone, Friuli – US-Air Force): la 16ma Forza Aerea ed il 31º Gruppo da caccia dell’Aviazione Usa, nonché uno squadrone di F-18 dei Marines
• Roveredo in Piano (PN): Deposito armi e munizioni ed istallazione US-Air Force
• Monte Paganella (TN): Stazione telecomunicazioni Usaf
• Rivolto (UD): Base Usaf
• Maniago (UD): Poligono di tiro dell’US-Air-Force
• S. Bernardo (UD): Deposito munizioni dell’US-Army
• Istrana (TV): Base US-Air-Force
• Ciano(TV): Centro telecomunicazioni e radar Usa.
• Solbiate Olona (MI – Comando Nato Forze di pronto intervento – US-Army).
• Ghedi (BS): Base dell’US-Air-Force
• Montichiari (BS): Base aerea Usaf.
• Remondò (nel Pavese): Base US-Army
• Vicenza: Comando Setaf, Sud Europe Task Force; quinta Forza aerea tattica; deposito di testate nucleari
• Camp Ederle (provincia di Vicenza): quartier generale Nato, Comando Setaf dell’US-Army; un Battaglione di obici e Gruppo tattico di paracadutisti Usa
• Tormeno (San Giovanni a Monte, Vicenza): depositi di armi e munizioni
• Longare (Vicenza): importante deposito d’armamenti
• Verona: Air Operations Center (Usaf) e Base Nato delle Forze di Terra del Sud Europa, Centro di telecomunicazioni Usaf
• Affi(VR): Centro telecomunicazioni Usa
• Lunghezzano (VR): Centro radar Usa
• Erbezzo (VR): Antenna radar Nsa
• Conselve (PD): Base radar Usa
• Monte Venda (PD): Antenna telecomunicazioni e radar Usa
• Trieste: Base navale Usa
• Venezia: Base navale Usa
• San Anna di Alfaedo (VE): Base radar Usa
• Lame di Concordia (VE): Base di telecomunicazioni e radar Usa.
• San Gottardo, Boscomantivo (VE): Centro telecomunicazioni Usa.
• Ceggia(VE): Centro radar Usa
• Cameri(NO): Base aerea Usa con copertura Nato.
• Candela-Masazza (Vercelli): Base d’addestramento dell’US-Air-Force e dell’US-Army, con copertura Nato.
• Monte S. Damiano (PC): Base dell’Usaf con copertura Nato.
• Finale Ligure (SV): Stazione di telecomunicazioni dell’US-Army.
• Monte Cimone (MO): Stazione telecomunicazioni Usa con copertura Nato
• Parma: Deposito dell’Usaf con copertura Nato
• Bologna: Stazione di telecomunicazioni del Dipartimento di Stato Americano
• Rimini: Gruppo logistico Usa per l’attivazione di bombe nucleari
• Rimini-Miramare: Centro telecomunicazioni Usa
• Potenza Picena (MC): Centro radar Usa con copertura Nato
• Livorno: Base navale Usa
• La Spezia: Centro antisommergibili di Saclant.
• San Bartolomeo (SP): Centro ricerche per la guerra guerra sottomarina
• Camp Darby (tra Livorno e Pisa): 8º Gruppo di supporto Usa e Base dell’US Army per l’appoggio alle Forze statunitensi al Sud del Po, nel Mediterraneo e nell’Africa del Nord
• Coltano (PI): importante base Usa/Nsa per le telecomunicazioni; deposito munizioni US-Army; Base NSA
• Pisa(aeroporto militare): Base saltuaria dell’Usaf.
• Monte Giogo (MS): Centro di telecomunicazioni Usa con copertura Nato.
• Poggio Ballone (GR) – tra Follonica, Castiglione della Pescaia e Tirli: Centro radar Usa con copertura Nato
• Talamone (GR): Base saltuaria dell’US-Navy
• Monte Limbara (tra Oschiri e Tempio, Sassari, in Sardegna): Base missilistica Usa
• Sinis di Cabras (SS).: Centro elaborazioni dati Nsa
• Isola di Tavolara (SS): Stazione radiotelegrafica di supporto ai sommergibili della US Navy.
• Torre Grande di Oristano: Base radar Nsa.
• Monte Arci (OR): Stazione di telecomunicazioni Usa con copertura Nato.
• Capo Frasca (OR): eliporto ed impianto radar Usa.
• Santulussurgiu (OR): Stazione telecomunicazioni Usaf con copertura Nato
• Perdas de Fogu (NU): base missilistica sperimentale
• Capo Teulada (CA): da Capo Teulada (CA) a Capo Frasca (OR): all’incirca 100 km di costa, 7.200 ettari di terreno e più di 70.000 ettari di zone Off Limits: poligono di tiro per esercitazioni aeree ed aeronavali della Sesta flotta americana e della Nato
• Decimomannu (CA): aeroporto Usa con copertura Nato
• Aeroporto di Elmas: Base aerea dell’US-Air-Force
• Salto di Quirra (CA): poligoni missilistici
• Capo San Lorenzo (CA): zona di addestramento per la Sesta flotta Usa
• Monte Urpinu (CA): Depositi munizioni Usa e Nato
• Cagliari: Base navale Usa
• Roma-Campino (aeroporto militare): Base saltuaria Usaf
• Rocca di Papa (Roma): Stazione telecomunicazioni Usa con copertura Nato
• Monte Romano (VT): Poligono saltuario di tiro dell’US-Army
• Gaeta (LT): Base permanente della Sesta Flotta Usa
• Casale delle Palme (LT): Scuola telecomunicazioni Nato controllata dagli americani
• Napoli: Comando del Security Force del corpo dei Marines; Base di sommergibili Usa; Comando delle Forze Aeree Usa per il Mediterraneo
• Napoli-Capodichino: Base aerea dell’US-Air-Force
• Monte Camaldoli (NA): Stazione di telecomunicazioni Usa
• Ischia(NA): Antenna di telecomunicazioni Usa con copertura Nato
• Nisida: Base US-Army
• Bagnoli: Centro controllo telecomunicazioni Usa per il Mediterraneo
• Agnano (nelle vicinanze del famoso ippodromo): Base dell’US-Army
• Cirigliano.(NA): Comando delle Forze Navali Usa in Europa
• Licola(NA): Antenna di telecomunicazioni Usa
• Lago Patria (CE): Stazione telecomunicazioni Usa
• Giugliano (vicinanze del lago Patria, Caserta): Comando Statcom
• Grazzanise (CE): Base saltuaria Usaf
• Mondragone (CE): Centro di Comando Usa e Nato sotterraneo antiatomico
• Montevergine (AV): Stazione di comunicazioni Usa
• Pietra Ficcata (MT): Centro telecomunicazioni Usa/Nato
• Gioia del Colle (BA): Base aerea Usa di supporto tecnico
• Punta della Contessa (BR): Poligono di tiro Usa/Nato
• San Vito dei Normanni (BR): Base del 499º Expeditionary Squadron; Base dei Servizi Segreti: Electronics Security Group della Nsa.
• Monte Jacotenente (FG): Base del complesso radar Nadge
• Brindisi: Base navale disponibile agli Usa
• Otranto: Stazione radar Usa
• Taranto: Base navale disponibile per gli americani; Comando Comitmarfor
• Martina Franca (TA): Base radar Usa
• Crotone: Stazione di telecomunicazioni e radar Usa/Nato
• Monte Mancuso (CZ): Stazione di telecomunicazioni Usa.
• Sellia Marina (CZ): Centro telecomunicazioni USA con copertura Nato
• Sigonella (CT): importante Base aeronavale Usa (oltre ad unità della US-Navy, ospita diversi squadroni tattici dell’US-Air-Force: elicotteri del tipo HC-4, caccia Tomcat F14 e A6 Intruder, nonché alcuni gruppi di F-16 e F-111 equipaggiati con bombe nucleari del tipo B-43, da più di 100 kilotoni l’una)
• Motta S. Anastasia (CT): Stazione di telecomunicazioni Usa
• Caltagirone (CT): Stazione di telecomunicazioni Usa
• Vizzini (CT): Diversi depositi Usa
• Isola delle Femmine (PA): Deposito munizioni Usa/Nato
• Punta Raisi (Aeroporto): Base saltuaria dell’Usaf
• Comiso (Ragusa – insediamento US-Air Force)
• Marina di Marza (RG): Stazione di telecomunicazioni Usa
• Monte Lauro (SR): Stazione di telecomunicazioni Usa
• Sorico: Antenna Nsa
• Augusta (SR): Base della VI Flotta Usa e deposito munizioni
• Centuripe (EN): Stazione di telecomunicazioni Usa
• Niscemi (Sicilia): Base del NavComTelSta (stazione di comunicazione US-Navy)
• Trapani: Base USAF con copertura Nato
• Pantelleria: Centro telecomunicazioni US-Navy e Base aerea e radar Nato
• Lampedusa: Base della Guardia costiera Usa; Centro d’ascolto e di comunicazioni Nsa
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domenica 1 marzo 2026
La legge Acerbo di mussoliniana memoria.
La legge Acerbo
Durante il ventennio fascista ci fu una sola tornata elettorale, quella del 6 aprile 1924, e due plebisciti, il 24 marzo 1929 e il 25 marzo 1934. I due plebisciti furono una farsa di regime ma la legge elettorale sulla cui base di tennero le elezioni del 1924 merita grande attenzione essenzialmente per due motivi. Il primo è che tale legge, conosciuta come legge Acerbo dal nome del suo redattore, era una legge di tipo maggioritario, imperniata sul premio di maggioranza, quindi come la "legge truffa" del 1953. Il secondo motivo è il "come" si giunse all'approvazione della legge Acerbo, cioè grazie alla progressiva capitolazione innanzitutto dei popolari, riformisti e liberali di allora.
La realizzazione del regime fascista avvenne, grazie alle suddette capitolazioni, gradualmente, attraverso una serie di tappe successive. Dal punto si vista elettorale, la tappa decisiva fu appunto la legge Acerbo che attraverso il controllo assoluto del parlamento, permise a Mussolini, in maniera formalmente "legale", di assicurarsi tutto il potere esecutivo attraverso una serie di leggi.
Tra queste vanno ricordate la legge del 1925 per la riforma dello Stato; quella del novembre del 1926 per la soppressione dei partiti politici e l'istituzione del Tribunale speciale per la difesa dello Stato; la trasformazione del Gran consiglio del fascismo in organo dello Stato nel 1928, per poi arrivare alla definitiva soppressione della camera dei deputati e l'istituzione in sua vece della camera dei Fasci e delle Corporazioni i cui componenti erano designati per legge tra i gerarchi del partito fascista e delle corporazioni.
Alle elezioni del 1921 i fascisti raccattarono 2 seggi, in proporzione lo 0,4%; alle elezioni successive, quelle del 1924, ottennero invece 374 seggi, il 69,9%. Questo sbalorditivo incremento fu l'amara conseguenza del clima di terrore e di intimidazione fasciste in cui si svolsero le elezioni del 1924, ma anche della legge elettorale che era stata approvata dal parlamento il 18 novembre 1923, n. 2444. Tale legge è conosciuta come legge Acerbo dal nome del sottosegretario alla presidenza del consiglio che la redasse su indicazione di Mussolini, cioè Giacomo Acerbo.
La legge Acerbo era imperniata su un meccanismo tanto semplice quanto antidemocratico e truffaldino, cioè l'assegnazione della maggioranza assoluta dei seggi al partito che otteneva la maggioranza relativa dei voti. In tal modo si stravolgeva e falsificava l'effettivo peso elettorale dei partiti, attribuendo a quello più forte elettoralmente la maggioranza assoluta dei seggi e quindi il predominio parlamentare e governativo. La legge Acerbo stabiliva che fossero assegnati ben due terzi del numero totale dei deputati al partito che avesse ottenuto il maggior numero di voti, comunque non meno del 25% dei voti validi. L'altro terzo dei deputati veniva ripartito tra le liste minoritarie in base alla percentuale dei voti ottenuti da ciascuna di esse. Era inoltre costituito un unico collegio nazionale, suddiviso in circoscrizioni elettorali regionali, che abbracciava l'intero territorio dello Stato. Era del tutto evidente che la legge Acerbo avrebbe permesso, come infatti avvenne, a Mussolini e ai fascisti di impadronirsi del parlamento e quindi di compiere un altro passo decisivo per la piena realizzazione del regime fascista.
Eppure vi fu un'infame capitolazione da parte degli altri partiti, in particolare dei popolari, i riformisti e i liberali. Del resto, allorché il re affidò a Mussolini la guida del governo - dopo le dimissioni del governo Fatta -, governo costituitosi il 31 ottobre 1922, accettarono di farne parte oltre ai fascisti e ai nazionalisti anche i liberali di destra e di sinistra, i democratici-sociali e i popolari, a dimostrazione che intorno al fascismo si erano già coagulate tutte le principali frazioni della borghesia. La capitolazione nei confronti della legge Acerbo non fu comunque immediata. Anzi, quando Mussolini la propose, non solo i socialisti e il PCI si opposero, ma anche i popolari. Mussolini allora, nel tentativo di aggirare l'ostacolo, propose che la legge Acerbo fosse discussa da una apposita commissione parlamentare composta da 18 rappresentanti di tutti i partiti. Accettare di far parte di quella commissione era già una capitolazione, significava accettare il terreno imposto da Mussolini, eppure nessuno si tirò indietro.
L'opposizione parlamentare capitolò
Ne fecero parte Giolitti, presidente; Orlando e Salandra, vicepresidenti; Falciani (democratico); Fera e Casertano (democratici sociali); Grassi (demoliberale); Paolucci e Terzaghi (fascisti); Orano (gruppo misto); Chiesa (repubblicano); Lanza di Scalea (partito agrario); De Gasperi e Micheli (popolari); le tre formazioni dei socialisti, con Turati (socialista unitario), Bonomi (riformista), Lazzari (massimalista) e persino il PCI con Graziadei.
I popolari proseguono la loro capitolazione con il loro leader De Gasperi, che prima afferma che il "no" dei popolari alla legge Acerbo non è pregiudiziale e poi, in commissione, avanza la proposta del suo partito: sì alla legge Acerbo purché il minimo di voti necessari per farla scattare sia portato da 25% a 40%.
Tale proposta sarà fatta propria anche dai socialisti e dal PCI, che insieme ai popolari l'avanzarono ufficialmente nella relazione di minoranza della commissione. Sarà ripetuta in parlamento dal popolare Gronchi nel dibattito sulla legge Acerbo che si apre alla Camera il 10 luglio 1923. Il 15 luglio interviene nel dibattito parlamentare Mussolini che, in un discorso nel quale alterna minacce a menzogne, irride la "proposta" di popolari, socialisti e PCI affermando: "I piccoli mercanti dei due quinti, dei tre quarti, o di qualche altra frazione di questa abbastanza complicata aritmetica elettorale, non mi interessano e non mi riguardano". Al termine dell'intervento di Mussolini i fascisti chiedono il voto. Iniziano nel frattempo le defezioni, con deputati che dal "no" alla legge Acerbo passano al sì, come Falciani (democratico), o come il socialista riformista Bonomi che dal "no" passa all'astensione. Mussolini pone allora il voto di fiducia al governo sia sulla decisione di passare alla discussione della legge che sulla legge stessa. I popolari, decidono di astenersi e con ciò danno il via libera a Mussolini. Alcuni deputati popolari, come Vassallo, dichiarano addirittura che voteranno a favore della legge. L'infausta marcia della legge Acerbo non incontrerà più ostacoli e verrà approvata definitivamente dalla Camera il 21 luglio 1923 con 223 voti contro 123, dal Senato il 13 novembre dello stesso anno con 165 voti contro 41 e trasformata in legge il 18 novembre, n. 2444.
I capitolazionisti tentarono di giustificare il loro infame comportamento sostenendo di aver voluto evitare la "guerra civile" che Mussolini avrebbe scatenato nel Paese se la legge Acerbo non fosse passata. Cosicché, anziché combattere, preferirono capitolare senza colpo ferire, macchiandosi di un indelebile crimine storico.
I nefasti effetti della legge Acerbo non mancarono di farsi sentire nelle elezioni del 6 aprile 1924. Mussolini presentò un "listone" governativo con dentro noti esponenti liberali come Orlando e Salandra, ex popolari e numerosi industriali fra cui lo stesso presidente della Confindustria, Benni. Questo blocco elettorale ricevette il sostegno di tutti i centri decisivi della vita italiana: dall'esercito ai giornali della borghesia, dal Vaticano alla Casa Savoia. Del "listone" furono eletti 356 membri, dei quali due terzi esponenti fascisti e un terzo fiancheggiatori. A questi vanno aggiunti gli eletti delle "liste bis" che i fascisti avevano creato per disturbare le opposizioni. In tutto il 56,54% dei voti. Scattò allora il "premio" previsto dalla legge Acerbo e i fascisti ottennero il 69,9% dei seggi, dunque il totale controllo del parlamento in attesa di sopprimerlo totalmente nel 1938.
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