Una luce nel labirinto

Una luce nel labirinto
Non arrendersi mai.

una luce nel labirinto

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Non sottomettersi mai.

mercoledì 11 marzo 2026

In nome del popolo italiano. La fine di Mussolini

“ Il garibaldino Giuseppe Negri, salito su un autocarro già visitato da altri partigiani, si accorse che, in un angolo, sdraiato e coperto da mantelli militari, c’era un uomo. Domandò ai soldati tedeschi chi fosse quel tizio ed essi risposero: ” Camerata ubriaco.” Il Negri, mosso da curiosità, ma ben lontano dal supporre la verità, sollevò una mantellina e vide quanto bastava per riconoscere Mussolini. Fece finta di niente e scese dall’autocarro, sussurrando al maresciallo Di Paola, della guardia di finanza di stare attento a non lasciare partire quella vettura… Io lo guardavo diritto in faccia: il suo labbro inferiore tremava. Era forse la prima volta nella sua vita che si trovava completamente scoperto dinanzi a un pericolo. Tra lui e i suoi nemici c’erano sempre state barriere di aguzzini, squadristi prima e polizia poi. Adesso eravamo, invece, a tu per tu. Credevo fosse quella, per lui, un’occasione preziosa per dimostrare a un nemico di essere un uomo. Se non altro per ambizione, per passare alla storia, come si dice. No, no: quell’uomo tremava di paura, quell’uomo non aveva più nemmeno la forza delle vanità. Davanti al mio mitra egli rinunciava anche alla storia… Giunti alla macchina, Mussolini sembrava convinto di essere un uomo libero. Fece il gesto di dare la precedenza alla Petacci, ma io gli dissi: “ Vai tu là, sei più coperto. Ma con quel berretto da fascista è un po’ una grana. Levatelo”. E se lo tolse, infatti, ma poi si passò una mano sulla gran testa pelata. “ E questa ?”, domandò. “Allora rimettiti il berretto e calcati la visiera sugli occhi”… E mi mossi a guardare lungo la strada per accertarmi che nessuno venisse verso di noi. Quando tornai sui miei passi, la faccia di Mussolini era cambiata: portava i segni della paura. Guido mi riferì allora di avergli già detto:” la cuccagna era finita”. Ero certo, tuttavia, guardandolo attentamente, che per Mussolini si trattava ancora di un sospetto. Mandai il commissario Pietro e l’autista nelle due direzioni della strada, di guardia a circa 50-60 metri di distanza l’uno dall’altro. Poi feci scendere Mussolini dalla macchina e gli dissi di portarsi tra il muro e il pilastro del cancello. Obbedì docile come un agnello. Non credeva ancora di dover morire, non si rendeva conto della realtà. Gli uomini come lui temono sempre la realtà. Preferiscono ignorarla, a loro basta fino all’ultimo un inganno per se stessi. Adesso era ridiventato stanco, vecchio, esitante. Camminava pesantemente, strascicando un po’ la gamba destra. Era visibile la sdruscitura di uno stivale. Poi la Petacci scese anch’essa dalla macchina e si portò di sua iniziativa, svelta al fianco di lui, che, ubbidiente, raggiunse il punto indicato, con la schiena volta al muretto. Fu un attimo: improvvisamente cominciai a leggere il testo della sentenza di condanna a morte del criminale di guerra Mussolini Benito: “ Per ordine del comando generale del corpo volontario della libertà sono incaricato di rendere giustizia al popolo italiano”. Credo che Mussolini non abbai nemmeno capito quelle parole, guardava , esterefatto, con gli occhi sbarrati il mitra che puntavo su di lui. La Petacci gli buttò le braccia sulle spalle. E io: “ Togliti di lì se non vuoi morire anche tu”. La donna capì subito il significato di quell’ anche e si staccò dal condannato. Quanto a lui, non disse una sola parola umana: non il nome di un figlio, non quello della madre, della moglie; non un grido, nulla. Tremava, livido di terrore e balbettava con quelle grosse labbra in convulsione:” Ma, ma, ma…signor colonnello…ma, ma, ma…signor colonnello!”. Nemmeno a quella donna che gli saltellava vicino, che si muoveva di qua e di là, palesando con lo sguardo uno smarrimento infinito, disse una sola parola. No, si raccomandava, nel modo più vile, per quel suo grosso corpo tremante; solo a quello pensava, a quel grosso corpo che aveva appoggiato al muretto. Ho detto che, per precauzione, avevo provato il mio mitra pochi minuti prima di entrare nella casa dei De Maria; ebbene, feci scattare il grilletto, ma i colpi non partirono. Il mitra era inceppato. Manovrai l’otturatore, ritentai il tiro, ma l’arma non sparò. Guido impugnò la pistola ma, sembrava una fatalità, la pistola era inceppata. Mussolini non sembrava essersene accorto. Non si accorgeva, ormai, più di niente. Ripresi il mitra, afferrandolo per la canna, pronto a servirmene come una clava, aspettandomi, malgrado tutto, una qualunque reazione. Ogni uomo normale avrebbe pensato di difendersi, ma Mussolini era al di sotto di ogni uomo normale e continuava a balbettare, a tremare, immobile, con la bocca semiaperta e le braccia penzoloni. Chiamai a voce alta il commissario della 52* brigata, che venne di corsa a portarmi il suo mitra. Pietro scambiò la sua arma con la mia, a dieci passi da Mussolini, e di corsa risalì al suo posto di guardia. Erano intanto trascorsi alcuni minuti che qualunque condannato a morte avrebbe sfruttato per tentare una fuga disperata o , comunque, una reazione di lotta. Invece, colui che doveva vivere come un “ leone” era un povero ciencio tremolante e disfatto, incapace di muoversi. Nel breve spazio di tempo che Pietro aveva impiegato a portarmi il suo mitra, avevo avuto la sensazione di essere veramente solo con Mussolini. C’era Guido, attento e partecipe. C’era la Petacci al fianco di lui, che quasi lo toccava col gomito, ma non contava. C’eravamo “lui” e “io”. Nell’aria umida il silenzio era greve. Si avvertiva nettamente l’anito breve del condannato. Di là dal cancello, tra la massa verde del frutteto, appariva in uno squarcio la facciata bianca della casa. Nello sfondo, la montagna. Se fosse stato in condizione di guardare e vedere, Mussolini avrebbe visto, di scorcio, il lago. Ma non guardava, tremava. Non c’era in lui più niente di umano. L’umanità si era soltanto rivelata in quell’uomo nella burbanzosa iattanza del trionfo, nel freddo disprezzo verso i deboli e i vinti. Ora non c’erano più squadracce, non c’era più la corte dei gerarchi e dei marescialli, non c’erano più i moschettieri. Dal suo viso sconvolto appariva soltanto la paura , la paura animale davanti all’ineluttabile. L’inceppamento del mitra non aveva dato certamente nessun barlume di speranza a Mussolini, egli sentiva che ormai avrebbe dovuto morire. E in questo sentimento stava rinchiuso come in un velo d’incoscienza che lo proteggeva dal dolore. Non avvertiva nemmeno la presenza di quella che era stata la sua donna. In me non c’era più neanche l’odio: c’era il senso della giustizia inesorabile di mille e mille morti, dei milioni di affamati e traditi. Non avevo l’impressione di dover uccidere un uomo. Quando mi fui di nuovo piantato di fronte a lui, con il mitra in mano, scaricai cinque colpi su quel corpo tremante. Il criminale di guerra si afflosciò sulle ginocchia, appoggiato al muro , con la testa reclinata sul petto. La Petacci, fuori di se, stordita, si era mossa confusamente, fu colpita anche lei e cadde di quarto a terra. Erano le 16,10 del 28 aprile del 1945… “A piazzale Loreto”. Adesso i miei partigiani erano come rianimati, non apparivano più stanchi. Attraversammo la città deserta, col nostro carico, e alle 3 del mattino entrammo nel piazzale. Non c’era anima viva. Feci fermare la macchina nel posto che avevamo scelto, proprio lì, accanto alla staccionata. Anche il camion si fermò. Le salme furono scaricate e messe là, a quel posto. La scelta non era stata improvvisata quella notte , era stata suggerita da nostri compagni milanesi; e io avevo in mente la staccionata, il piazzale, quell’angolo del piazzale dalla sera del 10 agosto 1944- vi ricordate?- quando vidi, passando i quindici patrioti, prelevati dal carcere di San vittore, trucidati per rappresaglia, là distesi, con le brigate nere intorno…” Walter Audisio, In nome del popolo italiano. “ Sulla fine di Mussolini si sono scritte, dal 1945 ad oggi, migliaia di pagine, ma per la maggior parte dei casi, si è trattato di fantasiose versioni giornalistiche…Il libro di Walter Audisio si distingue da tutte le altre ricostruzioni di quella drammatica vicenda per un “piccolo” particolare che a scriverlo è stato lui, l’uomo che giustiziò il dittatore, il colonnello Valerio, al secolo Walter Audisio”. Adriano Dal Pont- L’Unità.

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