sabato 1 marzo 2025
K. Marx, Il capitale, libro I, Sezione VII, Il processo di accumulazione del capitale.
IL CAPITALE
LIBRO I
SEZIONE VII
IL PROCESSO DI ACCUMULAZIONE DEL CAPITALE
CAPITOLO 24
LA COSIDDETTA ACCUMULAZIONE ORIGINARIA
1. L’ARCANO DELL’ACCUMULAZIONE ORIGINARIA.
Abbiamo visto come il denaro viene trasformato in capitale, come col capitale si fa il plusvalore, e come dal plusvalore si trae più capitale, Ma l’accumulazione del capitale presuppone il plusvalore, e il plusvalore presuppone la produzione capitalistica, e questa presuppone a sua volta la presenza di masse di capitale e di forza-lavoro di una considerevole entità in mano ai produttori di merci. Tutto questo movimento sembra dunque aggirarsi in un circolo vizioso dal quale riusciamo ad uscire soltanto supponendo un’accumulazione «originaria» («previous accurnulation» in A. Smith) precedente l’accumulazione capitalistica: una accumulazione che non è il risultato, ma il punto di partenza del modo di produzione capitalistico.
Nell’economia politica quest’accumulazione originaria fa all’in circa la stessa parte del peccato originale nella teologia: Adamo dette un morso alla mela e con ciò il peccato colpì il genere umano. Se ne spiega l’origine raccontandola come aneddoto del passato. C’era una volta, in una età da lungo tempo trascorsa, da una parte una élite diligente, intelligente e soprattutto risparmiatrice, e dall’altra c’erano degli sciagurati oziosi che sperperavano tutto il proprio e anche più. Però la leggenda del peccato originale teologico ci racconta come l’uomo sia stato condannato a mangiare il suo pane nel sudore della fronte; invece la storia del peccato originale economico ci rivela come mai vi sia della gente che non ha affatto bisogno di faticare. Fa lo stesso! Così è avvenuto che i primi hanno accumulato ricchezza e che gli altri non hanno avuto all’ultimo altro da vendere che la propria pelle. E da questo peccato originale data la povertà de/la gran massa che, ancor sempre, non ha altro da vendere fuorché se stessa, nonostante tutto il suo lavoro, e la ricchezza dei pochi che cresce continuamente, benché da gran tempo essi abbiano cessato di lavorare. Il signor Thiers per esempio sminuzza ancora ai francesi che una volta erano così intelligenti, tali insipide bambinate con tutta la serietà e solennità dell’uomo di Stato, allo scopo di difendere la p r o p r i é t é. Ma appena entra in ballo la questione della proprietà, diventa sacro dovere tener fermo al punto di vista dell’abbiccì infantile come unico valido per tutte le classi d’età e tutti i gradi di sviluppo. Nella storia reale la parte importante è rappresentata, come è noto, dalla conquista, dal soggiogamento, dall’assassinio e dalla rapina, in breve dalla violenza. Nella mite economia politica ha regnato da sempre l’idillio. Diritto e « lavoro » sono stati da sempre gli unici mezzi d’arricchimento, facendosi eccezione, come è ovvio, volta per volta, per «questo anno». Di fatto i metodi del l’accumulazione originaria sono tutto quel che si vuole fuorché idillici.
Denaro e merce non sono capitale fin da principio, come non lo sono i mezzi di produzione e di sussistenza. Occorre che siano trasformati in capitale. Ma anche questa trasformazione può avvenire soltanto a certe condizioni che convergono in questo: debbono trovarsi di fronte, e mettersi in contatto due specie diversissime di possessori di merce, da una parte proprietari di denaro e di mezzi di produzione e di sussistenza, ai quali importa di valorizzare mediante l’acquisto di forza-lavoro altrui la somma di valori posseduta; dall’altra parte operai liberi, venditori della propria forza-lavoro e quindi venditori di lavoro. Operai liberi nel duplice senso che essi non fanno parte direttamente dei mezzi di produzione come gli schiavi, i servi della gleba ecc., né ad essi appartengono i mezzi di produzione, come al contadino coltivatore diretto ecc., anzi ne sono liberi, privi, senza. Con questa polarizzazione del mercato delle merci si hanno le condizioni fondamentali della produzione capitalistica. Il rapporto capitalistico ha come presupposto la separazione fra i lavoratori e la proprietà delle condizioni di realizzazione del lavoro. Una volta autonoma, la produzione capitalistica non solo mantiene quella separazione, ma la riproduce su scala sempre crescente. Il processo che crea il rapporto capitalistico non può dunque essere null’altro che il processo di separazione dalla proprietà delle proprie condizioni di lavoro, processo che da una parte trasforma in capitale i mezzi sociali di sussistenza e di produzione, dall’altra trasforma i produttori diretti in operai salariati.
Dunque la cosiddetta accumulazione originaria non è altro che il processo storico di separazione del produttore dai mezzi di produzione. Esso appare « originario » perchè costituisce la preistoria del capitale e del modo di produzione d esso corrispondente.
La struttura economica della società capitalistica è derivata dalla struttura economica della società feudale. La dissoluzione di questa ha liberato gli elementi di quella.
Il produttore immediato, l’operaio, ha potuto disporre della sua persona soltanto dopo aver cessato di essere legato alla gleba e di essere servo di un’altra persona o infeudato ad essa. Per divenire libero venditore di forza-lavoro, che porta la sua merce ovunque essa trovi un mercato, l’operaio ha dovuto inoltre sottrarsi al dominio delle corporazioni, ai loro ordinamenti sugli apprendisti e sui garzoni e all’impaccio delle loro prescrizioni per il lavoro. Così il movimento storico che trasforma i produttori in operai salariati si presenta, da un lato, come loro liberazione dalla servitù e dalla coercizione corporativa; e per i nostri storiografi borghesi esiste solo questo lato. Ma dall’altro lato questi neo affrancati diventano venditori di se stessi soltanto dopo essere stati spogliati di tutti i loro mezzi di produzione e di tutte le garanzie per la loro esistenza offerte dalle antiche istituzioni feudali. E la storia di questa espropriazione degli operai è scritta negli annali dell’umanità a tratti di sangue e di fuoco.
I capitalisti industriali, questi nuovi potentati, hanno dovuto per parte loro non solo soppiantare i maestri artigiani delle corporazioni, ma anche i signori feudali possessori delle fonti di ricchezza. Da questo lato l’ascesa dei capitalisti si presenta come frutto di una lotta vittoriosa tanto contro il potere feudale e contro i suoi rivoltanti privilegi, quanto contro le corporazioni e contro i vincoli posti da queste al libero sviluppo della produzione e al libero sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo. Tuttavia, i cavalieri dell’industria riuscirono a soppiantare i cavalieri della spada soltanto sfruttando avvenimenti dei quali erano del tutto innocenti. Essi si sono affermati con mezzi altrettanto volgari di quelli usati un tempo dal liberto romano per farsi signore del proprio patrono.
Il punto di partenza dello sviluppo che genera tanto l’operaio salariato quanto il capitalista, è stata la servitù del lavoratore.
La sua continuazione è consistita in un cambiamento di forma di tale asservimento, nella trasformazione dello sfruttamento feudale in sfruttamento capitalistico.
Per comprenderne il corso non abbiamo affatto bisogno di rifarci molto indietro. Benché i primi inizi della produzione capitalistica si incontrino sporadicamente fin dai secoli XIV e XV in alcune città del Mediterraneo, l’era capitalistica data solo dal secolo XVI. Dov’essa entra in scena, l’abolizione della servitù della gleba è da lungo tempo compiuta e già da parecchio tempo va impallidendo quella che è la gloria del Medioevo, l’esistenza cioè di città sovrane.
Nella storia dell’accumulazione originaria fanno epoca dal punto di vista storico tutti i rivolgimenti che servono di leva alla classe dei capitalisti in formazione; ma soprattutto i momenti nei quali grandi masse di uomini vengono staccate improvvisamente e con la forza dai loro mezzi di sussistenza e gettate sul mercato del lavoro come proletariato eslege. L’espropriazione dei produttori rurali, dei contadini e la loro espulsione dalle terre costituisce il fondamento di tutto il processo. La sua storia ha sfumature diverse nei vari paesi e percorre fasi diverse in successioni diverse e in epoche storiche diverse. Solo nell’Inghilterra, che perciò prendiamo come esempio, essa possiede forma classica[189].
2. ESPROPRIAZIONE DELLA POPOLAZIONE RURALE E SUA ESPULSIONE DALLE TERRE.
Nell’ultima parte del secolo XIV la servitù della gleba era di fatto scomparsa in Inghilterra. L’enorme maggioranza della popolazione[190] consisteva allora, e ancor più nel secolo XV, di liberi contadini autonomi, sotto qualunque insegna feudale potesse esser nascosta la loro proprietà. Il libero fittavolo aveva soppiantato nei grandi fondi signorili il bailiff (castaldo) anticamente anch’egli servo della gleba. Gli operai salariati dell’agricoltura consistevano in parte di contadini che valorizzavano il loro tempo libero lavorando presso i grandi proprietari fondiari, in parte di una classe di veri e propri operai salariati, indipendente e poco numerosa tanto in assoluto che in via relativa. Anche questi. ultimi erano, oltre che salariati, di fatto contadini indipendenti in quanto veniva loro assegnato, oltre al salario, terreno arabile di quattro e più acri assieme a cottages. Inoltre essi godevano assieme ai contadini veri e propri, dell’usufrutto delle terre comunali, sulle quali pascolava il loro bestiame e che offrivano loro anche il materiale per il fuoco: legna, torba, ecc.[191], In tutti i paesi d’Europa la produzione feudale è caratterizzata dalla spartizione delle terre fra il maggior numero possibile di contadini obbligati. La potenza del signore feudale, come quella di ogni sovrano, non poggiava sulla lunghezza del registro delle sue rendite, ma sul numero dei suoi sudditi, e questo dipendeva dal numero dei coltivatori autonomi[192]. Benché quindi il suolo inglese venisse diviso, dopo la conquista normanna, in baronie gigantesche, una sola delle quali includeva spesso 900 delle antiche signorie anglosassoni, esso era disseminato di piccoli poderi di contadini, interrotti solo qua e là da fondi signorili di una certa entità. Tale situazione, accompagnata dalla fioritura delle città che contraddistingue il secolo XV, consentì quella ricchezza popolare che il cancelliere Fortescue illustra con tanta eloquenza nel suo De Laudibus Legum Angliae, ma escludeva la ricchezza capitalistica.
Il preludio del rivolgimento che creò il fondamento del modo di produzione capitalistico si ha nell’ultimo terzo del secolo XV e nei primi decenni del XVI. Lo scioglimento dei seguiti feudali che, come nota esattamente Sir James Steuart, «dappertutto riempivano inutilmente casa e castello», gettò sul mercato del lavoro una massa di proletari eslege. Benché il potere regio, anch’esso prodotto dello sviluppo della borghesia, con i suoi sforzi per raggiungere la sovranità assoluta, affrettasse con la forza lo scioglimento di quei seguiti, non ne fu l’unica causa. Piuttosto, il grande signore feudale, in tracotante opposizione alla monarchia e al parlamento, creò un proletariato incomparabilmente più grande scacciando con la forza i contadini dalle terre sulle quali essi avevano lo stesso, titolo giuridico feudale, e usurpando le loro terre comuni. In Inghilterra in particolare l’impulso immediato a quest’azione fu dato dalla fioritura della manifattura laniera fiamminga e dal corrispondente aumento dei prezzi della lana. Le grandi guerre feudali avevano inghiottito la vecchia nobiltà feudale, e la nuova era figlia del proprio tempo pel quale il denaro era il potere dei poteri. Quindi la sua parola d’ordine fu: trasformare i campi in pascoli da pecore. Lo Harrison, nella sua Description of England. Prefixed to Holinshed’s Chronicles, descrive come l’espropriazione dei piccoli contadini manda in rovina il paese. « What care our great incroachers! » (Che cosa gliene importa ai nostri grandi usurpatori !). Le abitazioni dei contadini e i cottages degli operai agricoli vennero abbattuti con la violenza o abbandonati alla lenta rovina. « Se », dice Harrison, « si vorranno confrontare i vecchi inventari di ogni castello, si troverà che sono scomparse innumerevoli case e innumerevoli piccole proprietà contadine, che la terra nutre molto meno gente, che molte città sono decadute, benché ne fioriscano alcune nuove... Di città e villaggi distrutti per farne pasture per le pecore, e dove rimangono solo ancora le case dei signori, potrei dire parecchio». Le lamentele di quelle vecchie cronache sono sempre esagerate, ma delineano con precisione l’impressione fatta sui con temporanei dalla rivoluzione avvenuta nei rapporti di produzione. Un confronto fra gli scritti del cancelliere Fortescue e quelli di Tommaso Moro ci darà un’idea chiara dell’abisso fra il secolo XV e il secolo XVI. Dall’età dell’oro, come dice giustamente il Thornton, la classe operaia inglese è precipitata senza alcuna transizione in quella del ferro.
La legislazione era spaventata dinanzi a questo rivolgimento. Non era ancora giunta a quell’alto livello d’incivilimento nel quale « Wealth of Nation» ( Ricchezza della nazione.) cioè formazione del capitale e sfruttamento senza scrupoli e impoverimento della massa del popolo vengono considerati l’ultima Thule di ogni saggezza politica. Nella sua storia di Enrico VII, Bacone dice: « Intorno a quel tempo (1489) aumentarono le lamentele sulla trasformazione di terreno arabile in pascoli (per le pecore ecc.), facilmente curati da pochi pastori; e le affittanze a tempo, a vita e a disdetta annua (delle quali viveva una gran parte degli yeomen ( Piccoli contadini indipendenti.)) vennero trasformate in tenute direttamente gestite dal proprietario fondiario. Questo provocò una decadenza della popolazione e di conseguenza un declino delle città, delle chiese, delle decime... Mirabile fu in quel tempo la saggezza del re e del parlamento nella cura di questa sciagura... Essi presero misure contro questa usurpazione spopolatrice delle terre comuni (depopulating inclosures) e contro la coltura prativa, altrettanto spopolatrice (depopulating pasture) che la seguiva passo passo». Un Atto di Enrico VII, 1489, c. 19, proibì la distruzione di ogni abitazione di contadini che fosse legata a almeno venti acri di terreno. In un Atto, 25, di Enrico VIII viene rinnovata la stessa legge. Fra l’altro vi si dice che «vanno accumulandosi in poche mani molte affittanze e grandi mandrie di bestiame, specialmente pecore, con il che le rendite fondiarie sono molto cresciute e la aratura dei campi (tillage) è molto decaduta, chiese e case sono state abbattute, e una massa stupefacente di popolazione è stata privata della possibilità di mantenere se stessa e le famiglie». Quindi la legge ordina la ricostruzione degli edifici di fattorie distrutti, fissa quale dev’essere il rapporto fra terra da grano e terra da pascolo, ecc. Un Atto del 1533 lamenta che molti proprietari posseggano 24.000 pecore, e limita il numero di queste ultime a 2000[193]. Tanto le lamentele popolari quanto la legislazione contro l’espropriazione dei piccoli fittavoli e contadini, legislazione che dura per 150 anni da Enrico VII in poi, rimasero senza effetto. Bacone ci rivela, senza accorgersene, il segreto di questa inefficacia. « L’Atto di Enrico. VII», dice nei suoi Essays, civil and moral, sezione 29, «fu profondo e ammirevole, poichè creò affittanze e edifici agricoli di una determinata misura normale, cioè mantenne per esse una proporzione di terra che dava la possibilità di far crescere sudditi di ricchezza sufficiente e di condizione non servile, e di mantenere l’aratro in mano di proprietari, non di mercenari» (to keep the plough in the hands of the owners and not hirelings)193a. Ma, viceversa, quel che chiedeva il sistema capitalistico era una condizione servile della massa del popolo; la trasformazione di questa in mercenari, e la trasformazione dei suoi mezzi di lavoro in capitale. Durante questo periodo di transizione la legislazione cercò di mantenere anche i quattro acri di terra annessi al cottage dell’operaio salariato agricolo, e gli proibì di accogliere inquilini nel suo cottage. Ancora nel 1627, sotto Carlo I, Roger Crocker di Fontmill venne condannato per avere costruito nel manor ( Fondo dominicale ) di Fontmill un cottage senza i quattro acri di terra come suo annesso permanente; ancora nel 1638, sotto Carlo I, venne nominata una commissione regia per imporre con la forza l’esecuzione delle vecchie leggi, specialmente anche di quella sui quattro acri di terra; ancora Cromwell proibì di costruire case entro una cerchia di quattro miglia da Londra senza munirle di quattro acri di terra. Ancora nella prima metà del secolo XVIII vi sono lamentele quando il cottage dell’operaio agricolo non ha il suo annesso di 1-2 acri. Oggi l’operaio agricolo è fortunato se il cottage è fornito di un orticello, o se gli è possibile prendere in affitto, ben lontano di lì, qualche pertica di terreno. «Padroni dei fondi e fittavoli», dice il dott. Hunter, «agiscono qui di pieno accordo. Pochi acri annessi al cottage renderebbero troppo indipendente l’operaio»[194].
Nuovo e terribile impulso ebbe il processo d’espropriazione forzosa della massa della popolazione nel secolo XVI, dalla Riforma e al seguito a questa, dal colossale furto dei beni ecclesiastici. Al momènto della Riforma la Chiesa cattolica era proprietaria feudale d’una gran parte del suolo inglese. La soppressione dei conventi ecc, ne gettò gli abitanti nel proletariato. I beni ecclesiastici vennero donati in gran parte a rapaci favoriti regi o venduti a prezzo irrisorio a fittavoli e cittadini speculatori, che scacciavano in massa gli antichi fittavoli ereditari dei conventi riunendo i loro poderi in grandi unità. La proprietà che la legge garantiva agli agricoltori impoveriti di una parte delle decime ecclesiastiche venne tacitamente confiscata[195] «Pauper ubique jacet » (Dappertutto ci sono poveri), esclamò la regina Elisabetta dopo aver fatto il giro dell’Inghilterra. Infine, nel quarantatreesimo anno del suo regno, si fu costretti a riconoscere ufficialmente il pauperismo mediante l’introduzione della tassa dei poveri. «Gli autori di questa legge si vergognavano di esporne i motivi e quindi la mandarono pel mondo, contro ogni tradizione, senza nessun p r e a m b l e (motivazione della presentazione)»[196]. Sotto Carlo I, legge 4, anno 16, venne dichiarata perpetua e di fatto ebbe nuova formulazione, più dura, soltanto nel 1834[197]. Questi effetti immediati della Riforma non sono stati quelli più duraturi: la proprietà ecclesiastica costituiva il baluardo religioso dell’antico ordinamento della proprietà fondiaria, e caduta la proprietà ecclesiastica, neppur questo ordinamento si potè più sostenere[198].
Ancora negli ultimi decenni del secolo XVII la yeomanry, i contadini indipendenti, era più numerosa della classe dei fittavoli. La yeomanry aveva costituito la forza principale di Cromwell e, come confessa perfino il Macaulay, si trovava in favorevole contrasto con i nobilotti rurali ubriaconi e coi loro servitori, i preti di campagna, che dovevano prender in moglie La «serva favorita» padronale. E anche gli operai agricoli erano ancora comproprietari dei beni comunali. Nel 1750 circa la yeomanry era scomparsa[199] e negli ultimi decenni del secolo XVIII era scomparsa l’ultima traccia di proprietà comunale dei coltivatori. Qui prescindiamo dai motivi propulsori della rivoluzione agricola che hanno carattere puramente economico: qui cerchiamo le sue leve violente.
Sotto la restaurazione degli Stuart i proprietari fondiari riuscirono a imporre in forma legale una usurpazione che sui continente fu attuata dappertutto anche senza lungaggini giuridiche. Essi abolirono la costituzione feudale del suolo, cioè scaricarono sullo Stato gli obblighi di servizio che essa comportava, «indennizzarono» Io Stato per mezzo di tasse sui contadini e sulla restante massa della popolazione, rivendicarono la proprietà privata moderna su quei fondi, sui quali possedevano soltanto titoli feudali, e si degnarono infine di concedere benignamente quelle leggi sul domicilio (laws of settlement) le quali, mutatis mutandis, ebbero sui coltivatori inglesi lo stesso effetto che l’editto del tartaro Boris Godunov ebbe sui contadini russi.
La «glorious revolution» (rivoluzione gloriosa) portò al potere, con Guglielmo III di Orange[200], i facitori di plusvalore, fondiari e capitalistici, che inaugurarono l’era nuova esercitando su scala colossale il furto ai danni dei beni demaniali che fino a quel momento era stato perpetrato solo su scala modesta. Le terre demaniali venivano regalate, vendute a prezzo irrisorio, oppure annesse a fondi privati per usurpazione diretta[201]. Tutto ciò avveniva senza osservare minimamente l’etichetta legale. I beni statali così fraudolentemente appropriati costituiscono assieme al frutto del furto dei beni della chiesa, questo per la parte che non era andata perduta durante la rivoluzione repubblicana, La base degli odierni domini principeschi dell’oligarchia inglese[202]. I capitalisti borghesi favorivano l’operazione, fra l’altro allo scopo di trasformare i beni fondiari in un puro e semplice articolo di commercio, di estendere il settore della grande impresa agricola, di aumentare il loro approvvigionamento di proletari eslege provenienti dalle campagne, ecc. Inoltre, la nuova aristocrazia fondiaria era alleata naturale della nuova bancocrazia, dell’alta finanza, allora appena uscita dal guscio, e del grande manifatturiero che allora si appoggiava ai dazi protettivi. La borghesia inglese agì per il suo interesse con la stessa giustezza dei borghesi delle città svedesi che, viceversa, in pieno accordo col loro baluardo economico, i contadini, appoggiarono i re nella loro azione violenta di riacquisto delle terre della corona contro l’oligarchia (dal 1604, e più tardi sotto Carlo X e Carlo XI).
La proprietà comune — completamente distinta dalla proprietà statale che abbiamo or ora considerato — era una antica istituzione germanica, sopravvissuta sotto l’egida del feudalesimo. Si è visto come l’usurpazione violenta della proprietà comune, per lo più accompagnata dalla trasformazione del terreno arabile in pascolo, cominci alla fine del secolo XV e continui nel secolo XVI. Ma allora il processo si attuò come azione violenta individuale, contro la quale la legislazione combattè, invano, per 150 anni. Il progresso del secolo XVIII si manifesta nel fatto che ora la legge stessa diventa veicolo di rapina delle terre del popolo, benché i grandi fittavoli continuino ad applicare, per giunta, anche i loro piccoli metodi privati indipendenti[203], La forma parlamentare del furto è quella dei Bills for Inclosures of Commons (leggi per la recinzione delle terre comuni), in altre parole, decreti per mezzo dei quali i signori dei fondi regalano a se stessi, come proprietà privata, terra del popolo; sono decreti di espropriazione del popolo. Sir F. M. Eden confuta la sua astuta arringa da avvocato, nella quale cerca di presentare la proprietà comune come proprietà privata dei grandi proprietari fondiari subentrati a quelli feudali, chiedendo egli stesso un «Atto generale del parlamento per la recinzione delle terre comuni », ammettendo dunque che è necessario un colpo di Stilto parlamentare per trasformare la proprietà comune in proprietà privata, e, d’altra parte, chiedendo al potere legislativo un « risarcimento » per i poveri espropriati[204], Mentre agli yeomen indipendenti subentravano tenants-at-will, piccoli fittavoli con disdetta annua, banda servile e dipendente dall’arbitrio dei landlors, s’ingrossarono quelle grandi affittanze che nel secolo XVIII si chiamavano «affittanze di capitale»[205] o «affittanze di mercanti»[206], e «liberavano » la popolazione rurale facendone proletariato per l’industria; e le aiutò ad ingrossarsi, oltre al furto dei beni dello Stato, proprio in particolare il furto della proprietà comunale condotto sistematicamente.
Tuttavia il secolo XVIII non ha compreso l’identità fra ricchezza nazionale e povertà popolare così a fondo come il secolo XIX. Quindi nella letteratura economica di quel tempo si ha una accesissima polemica sulla «Inclosure of Commons ». Riporto alcuni passi dalla gran massa di materiale che ho davanti, poichè la situazione vi è resa vividamente e intuitivamente.
«In molte parrocchie dello Hertfordshire», scrive una penna indignata, «ventiquattro fattorie che contavano in media da 50 a 150 acri l’una, sono state fuse in tre fattorie»[207]. «Nel Northamptonshire e nel Lincolnshire la recinzione delle terre comuni ha avuto luogo su larga scala, e la maggior parte dei nuovi fondi signorili sorti con le recinzioni sono ora trasformati in pascoli; in conseguenza di ciò molti fondi signorili non fanno arare neppure cinquanta acri, dove prima se ne aravano 1500... Rovine di vecchie case di abitazione, di granai, stalle ecc. » sono l’unica traccia dei vecchi abitanti. «In parecchi luoghi un centinaio di case e di famiglie si è ridotto.., a otto o dieci... Nella maggior parte delle parrocchie dove le recinzioni sono state introdotte solo da quindici o vent’anni, i proprietari fondiari sono pochissimi in confronto della gente che lavorava la terra quando
vi erano i campi aperti. Non è cosa insolita vedere che quattro o cinque ricchi allevatori di bestiame usurpano grandi signorie da poco recinte che prima si trovavano in mano a 20-30 fittavoli e di altrettanti proprietari minori e contadini. Tutti costoro sono stati gettati fuori dei loro possessi assieme alle famiglie, oltre a molte altre famiglie che trovavano occupazione e sostentamento per mezzo loro»[208]. Non solo la terra soda, ma spesso la terra coltivata o in comune o in cambio di un dato pagamento alla comunità, veniva annessa da parte del landlord confinante col pretesto della recinzione. «Qui parlo della recinzione di campi e terreni aperti che sono già in coltivazione. Anche gli scrittori che difendono le inclosures ammettono che queste ultime aumentano il monopolio delle grandi fattorie, fanno salire i prezzi dei mezzi di sussistenza e producono lo spopolamento... e anche la recinzione di terre deserte, come viene condotta oggi, ruba al povero una parte dei suoi mezzi di sussistenza e fa ingrossare fattorie che sono già troppo grandi»[209]. Il dott. Price dice: « Se la terra capita in mano a pochi grossi fittavoli, i piccoli fittavoli (che poco più sopra egli aveva designato come « una moltitudine di piccoli proprietari e piccoli fittavoli che mantengono sè e le proprie famiglie col prodotto della terra da essi coltivata, con pecore, pollame, maiali, ecc. che essi mandano sulle terre della comunità, cosicché hanno poche occasioni di fare acquisti di mezzi di sussistenza ») vengono trasformati in gente che deve guadagnare la propria sussistenza lavorando per altri e che è costretta ad andar al mercato per tutte le cose di cui ha bisogno... Forse si fa più lavoro, perchè domina una maggiore costrizione di farlo... Cresceranno città e manifatture, perchè viene cacciata nelle città e nelle manifatture più gente che cerca occupazione. Questa è la maniera con cui opera naturalmente la concentrazione delle fattorie e con cui da molti anni ha operato effettivamente in questo regno»[210]. Egli così riassume l’effetto complessivo delle recinzioni: «Nell’insieme la situazione delle classi inferiori della popolazione è peggiorata quasi sotto ogni punto di vista; i proprietari fondiari e fittavoli minori sono stati abbassati allo stato di giornalieri e mercenari; e allo stesso tempo è diventato più difficile guadagnarsi la vita in questa situazione[211].
Di fatto l’usurpazione delle terre comuni e la concomitante rivoluzione agricola ebbero un effetto così acuto sugli operai agricoli che, secondo lo stesso Eden, fra il 1765 e il 1780 il loro salario cominciò a scendere al di sotto del minimo e ad esser integrato mediante l’assistenza ufficiale ai poveri. Il loro salario, egli dice, « era sufficiente ormai appena per i bisogni elementarissimi della vita ».
Sentiamo ancora, per un momento, un difensore delle inclosures e avversario del dott. Price: « Non è una deduzione esatta che si abbia spopolamento perchè non si vede più gente sciupare il proprio lavoro in campi aperti... Se dopo la trasformazione dei piccoli contadini in gente che deve lavorare per altri, viene resa liquida una maggiore quantità di lavoro, questo è pur un vantaggio che la nazione (della quale naturalmente non fan parte le persone trasformate) deve augurarsi... Il prodotto sarà maggiore se il loro lavoro combinato sarà adoprato in una sola affittanza; così si forma il plusprodotto per le manifatture, e con ciò le manifatture, che sono una delle miniere d’oro di questa nazione, vengono accresciute in proporzione della quantità di grano prodotta»[212]. La stoica imperturbabilità dell’economista politico nel considerare la spudoratissima profanazione del « sacro diritto della proprietà » e il più grossolano atto di violenza contro le persone, appena siano richiesti per porre le fondamenta del modo di produzione capitalistico, ce la mostra fra gli altri Sir F. M. Eden, che per di più è torysteggiante e « filantropo ». Tutta la serie di rapine, atrocità, tribolazioni del popolo che accompagnano l’espropriazione violenta del popolo dall’ultimo terzo del secolo XV fino alla fine del secolo XVIII, lo induce soltanto alla « confortevole » riflessione conclusiva: « Occorreva stabilire la dovuta proporzione fra terreni arabili e terreni pascolativi. Ancora per tutto il secolo XIV e per la maggior parte del secolo XV c’era un acro di pascolo su 2, 3 e anche 4 acri di arativo. Alla metà del secolo XVI la proporzione si trasformò in 2 acri di pascolo su 2 di arativo, in seguito in 2 acri di pascolo su i acro di arativo, sinché risultò finalmente la dovuta proporzione di 3 acri di pascolo su I acro di arativo».
Nel secolo XIX s’è perduta naturalmente perfino la memoria del nesso fra agricoltura e proprietà comune. Per non parlare neppure di periodi posteriori, quanti farthing di risarcimento ha mai ricevuto la popolazione rurale per i 3.511.770 acri di terre comuni che le sono state tolte fra il 1810 e il 1831 e sono state parlamentarmente regalate ai landlords dai landlords?
L’ultimo grande processo di espropriazione degli agricoltori con la loro espulsione dalle terre è stato infine il cosiddetto clearing of estates (parziale estromissione dei piccoli fittavoli dalle grandi proprietà, che in realtà ha spazzato via gli uomini da quelle). Tutti i metodi inglesi che abbiamo esaminato finora sono culminati nel « clearing ». Come si è visto nella descrizione delle condizioni moderne nella sezione precedente, oggi che non c’è più da spazzar via contadini indipendenti, si continua fino al clearing dei cottages, cosicchè gli operai agricoli non trovano più sulle terre da loro lavorate neppure lo spazio necessario per la propria abitazione. Ma quel che significhi « clearing of estates » in senso proprio lo apprendiamo nella terra promessa dei romanzi moderni, nell’Alta Scozia. Quivi il processo si contraddistingue per il suo carattere sistematico, per la grandezza della scala su cui è compiuto d’un tratto (in Irlanda i proprietari fondiari sono arrivati al punto di spazzar via più villaggi contemporaneamente; nell’Alta Scozia si tratta di superfici estese quanto interi ducati tedeschi) e infine per la forma particolare della proprietà fondiaria sottratta con la truffa.
I celti dell’Alta Scozia erano composti di clan, ognuno dei quali era proprietario del suolo dove si era stabilito. Il rappresentante del clan, il suo capo o « uomo grande » era soltanto proprietario titolare di questo suolo, allo stesso titolo che la regina d’Inghilterra è proprietaria titolare del complesso del suolo nazionale. Quando al governo inglese riuscì di sopprimere le guerre interne di questi « uomini grandi » e le loro continue incursioni nelle pianure della Bassa Scozia, i capi dei clan non abbandonarono affatto il loro antico mestiere di briganti, ma si limitarono a cambiarne la forma. Di propria autorità trasformarono il loro diritto di proprietà titolare in diritto di proprietà privata, e poichè incontrarono resistenza fra la gente dei clan, decisero di cacciarli a viva forza. « È come se un re d’Inghilterra rivendicasse il diritto di cacciar in mare i suoi sud diti », dice il professor Newman[213]. Questa rivoluzione che cominciò in Scozia dopo l’ultima alzata di scudi del pretendente, si può seguire nelle sue prime fasi negli scritti di Sir James Steuart[214] e di James Anderson[215]. Nel secolo XVIII venne contemporaneamente proibita l’emigrazione ai gaelici scacciati dalle campagne, per spingerli con la forza a Glasgow e in altre città manifatturiere[216]. Come esempio del metodo dominante nel secolo XIX[217] basteranno qui i «c I e a r i n g» della duchessa di Sutherland. Costei, istruita nell’economia, appena iniziato il suo governo, risolse di applicare una cura economica radicale e di trasformare in pastura per le pecore l’intera contea, la cui popolazione si era già ridotta attraverso precedenti processi del genere a 15.000 abitanti. Dal 1814 al 1820 questi 15.000 abitanti, all’incirca 3.000 famiglie, vennero sistematicamente cacciati e sterminati. Tutti i loro villaggi furono distrutti e rasi al suolo per mezzo del fuoco, tutti i loro campi furono trasformati in praterie. Soldati britannici vennero comandati a eseguire quest’impresa e vennero alle mani con gli abitanti. Una vecchia morì fra le fiamme della capanna che si era rifiutata di abbandonare. .Così quella dama si appropriò 794.000 acri di terra che da tempi immemorabili apparteneva al clan. Agli abitanti che aveva cacciato assegnò all’incirca 6.000 acri, due acri per famiglia, in riva al mare. Fino a quel momento quei 6.000 acri erano rimasti incolti e non avevano reso nessuna entrata ai proprietari. Nella nobiltà dei suoi sentimenti la duchessa giunse perfino ad affittarli, in media a due scellini e sei pence all’acro, alla gente del clan che da secoli aveva versato il proprio sangue per la famiglia dei Sutherland. E poi divise tutta la terra del clan, che aveva rubato, in 29 grandi pascoli per le pecore, ognuno abitato da una sola famiglia, per lo più servi di fattoria inglesi. Nell’anno 1825 i 15.000 gaelici erano già sostituiti da 131.000 pecore. La parte degli aborigeni gettata sulla riva del mare cercò di vivere di pesca; divennero anfibi e vissero, come dice uno scrittore inglese, metà sul mare metà sulla terra, e con tutto ciò trassero dall’uno e dall’altra solo di che vivere a metà[218].
Ma i bravi gaelici dovevano espiare ancor più duramente la loro idolatria montanara e romantica per gli « uomini grandi » del clan. L’odore del pesce solleticò le narici degli uomini grandi, che vi annusarono qualcosa di profittevole e affittarono la riva del mare ai grandi commercianti di pesce londinesi. I gaelici vennero cacciati per la seconda volta[219].
Alla fine però una parte dei pascoli per le pecore viene ritrasformata in riserva di caccia. Si sa che in Inghilterra non ci sono foreste vere e proprie. La selvaggina nei parchi dei grandi è bestiame domestico costituzionale, grasso come gli aldermen (Consiglieri municipali.) di Londra. Quindi la Scozia è l’ultimo rifugio della « nobile passione ». « Nell’Altopiano », dice il Somers nel 1848, « le boscaglie sono state molto estese. Qui abbiamo, su un fianco di Gaick, la nuova foresta di Glenfeshie e là, sull’altro fianco, la nuova foresta di Ardverikie. Sulla stessa linea ecco il Black Mount, enorme deserto, creato da poco. Da oriente a occidente, dalle vicinanze di Aberdeen fino alle rocce di Oban, abbiamo ora una linea ininterrotta di boschi, mentre in altre parti dell’Altopiano si trovano i nuovi parchi di Loch Archaig, Glengarry, Glenmoriston ecc... La trasformazione delle loro terre in pascoli per le pecore... ha cacciato i gaelici su terre aride. Adesso cervi e caprioli cominciano a sostituire le pecore, e spingono i gaelici in una miseria ancor più schiacciante... Le boscaglie da selvaggina219a non possono coesistere con la popolazione: in ogni caso o le une o l’altra devono cedere il posto. Lasciate crescere i terreni da caccia di numero e di estensione nel prossimo quarto di secolo come in quello ora trascorso, e non troverete più nessun gaelico sulla sua terra natia. Questo movimento fra i proprietari dell’Altopiano è dovuto in parte alla moda, al solletico aristocratico, alla passione per la caccia, ecc.; ma in parte quei proprietari esercitano il commercio della selvaggina con esclusiva mira al profitto. Poichè è un fatto che un appezzamento di terreno montuoso, recinto come riserva di caccia, è in molti casi ben più profittevole che non come pascolo per le pecore... L’amatore, che cerca una riserva di caccia, limita la sua offerta solo a seconda della capacità della sua borsa... Sono state inflitte all’Altopiano sofferenze non meno crudeli di quelle inflitte all’Inghilterra dalla politica dei re normanni. Cervi e caprioli hanno avuto maggiore spazio a disposizione, mentre gli uomini sono stati cacciati in un cerchio sempre più ristretto... Si è rubata al popolo una libertà dopo l’altra... E l’oppressione continua a crescere giorno per giorno. I proprietari perseguono come saldo principio la loro azione di rare fazione e dispersione del popolo, come se si trattasse di una necessità dell’agricoltura, proprio come nelle regioni selvagge d’America e d’Australia vengono spazzati via alberi e sterpaglie: e l’operazione segue il suo andamento tranquillo quasi si trattasse di affari ordinari»[220].
Il furto dei beni ecclesiastici, l’alienazione fraudolenta dei beni dello Stato, il furto della proprietà comune, la trasformazione usurpatoria, compiuta con un terrorismo senza scrupoli, della proprietà feudale e della proprietà dei clan in proprietà privata moderna: ecco altrettanti metodi idillici dell’accumulazione originaria. Questi metodi conquistarono il campo all’agricoltura capitalistica, incorporarono la terra al capitale e crearono all’industria delle città la necessaria fornitura di proletariato eslege.
3. LEGISLAZIONE SANGUINARIA CONTRO GLI ESPROPRIATI DALLA FINE DEL SECOLO XV IN POI. LEGGI PER L’ABBASSAMENTO DEI SALARI.
Non era possibile che gli uomini scacciati dalla terra per lo scioglimento dei seguiti feudali e per l’espropriazione violenta e a scatti, divenuti eslege, fossero assorbiti dalla manifattura al suo nascere con la stessa rapidità con la quale quel proletariato veniva messo al mondo. D’altra parte, neppure quegli uomini lanciati all’improvviso fuori dall’orbita abituale della loro vita potevano adattarsi con altrettanta rapidità alla disciplina della nuova situazione. Si trasformarono così, in massa, in mendicanti, briganti, vagabondi, in parte per inclinazione, ma nella maggior parte dei casi sotto la pressione delle circostanze. Alla fine del secolo XV e durante tutto il secolo XVI si ha perciò in tutta l’Europa occidentale una legislazione sanguinaria contro il vagabondaggio. I padri dell’attuale classe operaia furono puniti, in un primo tempo, per la trasformazione in vagabondi e in miserabili che avevano subito. La legislazione li trattò come delinquenti «volontari » e partì dal presupposto che dipendesse dalla loro buona volontà il continuare a lavorare o meno nelle antiche condizioni non più esistenti.
In Inghilterra questa legislazione cominciò sotto Enrico VII.
Enrico VIII, 1530: i mendicanti vecchi e incapaci di lavorare ricevono una licenza di mendicità. Ma per i vagabondi sani e robusti frusta invece e prigione. Debbono esser legati dietro a un carro e frustati finchè il sangue scorra dal loro corpo; poi giurare solennemente di tornare al loro luogo di nascita oppure là dove hanno abitato gli ultimi tre anni e « mettersi al lavoro » (to put himself to labour). Che ironia crudele! 27 Enrico VIII, viene ripetuto lo statuto precedente, inasprito però da nuove aggiunte. Quando un vagabondo viene colto sul fatto una seconda volta, la pena della frustata deve essere ripetuta e sarà reciso mezzo orecchio; alla terza ricaduta invece il vagabondo dev’essere considerato criminale indurito e nemico della comunità e giustiziato come tale.
Edoardo VI: uno statuto del suo primo anno di governo, 1547, ordina che se qualcuno rifiuta di lavorare dev’essere aggiudicato come schiavo alla persona che l’ha denunciato come fannullone.
Il padrone deve nutrire il suo schiavo a pane e acqua, bevande deboli e scarti di carne a suo arbitrio. Ha il diritto di costringerlo a qualunque lavoro, anche al più ripugnante, con la frusta e con la catena. Se lo schiavo si allontana per 15 giorni, viene condannato alla schiavitù a vita e dev’essere bollato a fuoco sulla fronte o sulla guancia con la lettera S; se fugge per la terza volta, dev’essere giustiziato come traditore dello Stato. Il padrone lo può vendere, lasciare in eredità, affittarlo a terze persone come schiavo, alla stregua di ogni altro bene mobile o capo di bestiame. Se gli schiavi intraprendono qualcosa contro il padrone, anche in tal caso saranno giustiziati. I giudici di pace hanno il compito di far cercare e perseguire i bricconi, su denuncia. Se si trova che un vagabondo ha oziato per tre giorni, sarà portato al suo luogo di nascita, bollato a fuoco con ferro rovente con il segno V sul petto, e adoprato quivi, in catene, a pulire la strada o ad altri servizi. Se il vagabondo dà un luogo di nascita falso, rimarrà per punizione schiavo a vita di quel luogo, dei suoi abitanti o della sua corporazione, e sarà marchiato con una S. Tutte le persone hanno il diritto di togliere ai vagabondi i loro figlioli e di tenerli come apprendisti, i ragazzi fino ai 24 anni, le ragazze fino ai 20. Se scappano, dovranno essere schiavi, fino a quell’età, dei maestri artigiani che possono incatenarli, frustarli, ecc., ad arbitrio. Ogni padrone può metter al collo, alle braccia o alle gambe del suo schiavo un anello di ferro per poterlo conoscere meglio e per esserne più sicuro[221].
L’ultima parte di questo statuto prevede che certi poveri debbano ricevere occupazione presso il luogo o presso gli individui che danno loro da mangiare e da bere e che sono disposti a trovar loro lavoro. Questa specie di schiavi della parrocchia si è conservata in Inghilterra fin al XIX secolo molto inoltrato, col nome di roundsrnen (uomini a disposizione).
Elisabetta, 1572: i mendicanti senza licenza e di più di 14 anni di età debbono essere frustati duramente e bollati a fuoco al lobo dell’orecchio sinistro, se nessuno li vuol prendere a servizio per due anni; in caso di recidiva e quando siano al di sopra dei diciotto anni debbono esser.., giustiziati, se nessuno li vuol prendere a servizio per due anni; ma alla terza recidiva debbono essere giustiziati come traditori dello Stato, senza grazia. Statuti simili: 18, Elisabetta, c. 13 e 1597221a.
Giacomo I. Una persona che va chiedendo in giro elemosina viene dichiarata briccone e vagabondo. I giudici di pace nelle Petty sessions (Tribunali locali.) sono autorizzati a farla frustare in pubblico e a incarcerarla, la prima volta per sei mesi, la seconda per due anni. Durante l’incarceramento sarà frustata quante volte e nella misura che i giudici di pace riterranno giusta... I vagabondi incorreggibili e pericolosi debbono essere bollati a fuoco con una R sulla spalla sinistra e messi ai lavori forzati; se vengono sorpresi ancora a mendicare, debbono essere giustiziati, senza grazia. Queste ordinanze, che hanno fatto legge fino ai primi anni del secolo XVIII, sono state abolite soltanto da 12, Anna, c. 23.
Leggi simili in Francia, dove alla metà del secolo XVII si era stabilito a Parigi un reame dei vagabondi (royaume des truands). Ancora nel primo periodo di Luigi XVI (ordinanza del 13 luglio 1777) ogni uomo di sana costituzione dai sedici ai sessant’anni, se era senza mezzi per vivere e senza esercizio di professione, doveva essere mandato in galera. Analogamente lo statuto di Carlo V dell’ottobre 1537 per i Paesi Bassi, il primo editto degli stati e delle città d’Olanda del 19 marzo 1614, il manifesto delle Province Unite del 25 giugno 1649, ecc.
Così la popolazione rurale espropriata con la forza, cacciata dalla sua terra, e resa vagabonda, veniva spinta con leggi fra il grottesco e il terroristico a sottomettersi, a forza di frusta, di marchio a fuoco, di torture, a quella disciplina che era necessaria al sistema del lavoro salariato.
Non basta che le condizioni di lavoro si presentino come capitale a un polo e che all’altro polo si presentino uomini che non hanno altro da vendere che la propria forza-lavoro. E non basta neppure costringere questi uomini a vendersi volontariamente. Man mano che la produzione capitalistica procede, si sviluppa una classe operaia che per educazione, tradizione, abitudine, riconosce come leggi naturali ovvie le esigenze di quel modo di produzione. L’organizzazione del processo di produzione capitalistico sviluppato spezza ogni resistenza; la costante produzione di una sovrappopolazione relativa tiene la legge dell’offerta e della domanda di lavoro, e quindi il salario lavorativo, entro un binario che corrisponde ai bisogni di valorizzazione del capitale; la silenziosa coazione dei rapporti economici appone il suggello al dominio del capitalista sull’operaio. Si continua, è vero, sempre ad usare la forza extraeconomica, immediata, ma solo per eccezione. Per il corso ordinario delle cose l’operaio può rimanere affidato alle « leggi naturali della produzione », cioè alla sua dipendenza dal capitale, che nasce dalle stesse condizioni della produzione, e che viene garantita e perpetuata da esse. Altrimenti vanno le cose durante la genesi storica della produzione Capitalistica. La borghesia, al suo sorgere, ha bisogno del potere dello Stato, e ne fa uso, per « regolare » il salario, cioè per costringerlo entro limiti convenienti a chi vuol fare del plusvalore, per prolungare la giornata lavorativa e per mantenere l’operaio stesso a un grado normale di dipendenza. È questo un momento essenziale della cosiddetta accumulazione originaria.
La classe degli operai salariati, che è sorta nella seconda metà del secolo XIV, formava allora e nel secolo successivo soltanto un elemento costitutivo molto ristretto dalla popolazione, e la sua posizione aveva una forte protezione nella proprietà contadina autonoma nelle campagne e nell’organizzazione corporativa nelle città. Tanto nelle campagne che nelle città padroni e operai erano socialmente vicini. La subordinazione del lavoro al capitale era solo formale, cioè il modo di produzione stesso non aveva ancora carattere specificamente capitalistico. L’elemento variabile del capitale prevaleva fortemente su quello costante. La richiesta di lavoro salariato cresceva dunque rapidamente ad ogni accumulazione del capitale, mentre l’offerta di lavoro salariato seguiva solo lentamente. Una parte notevole del prodotto nazionale, più tardi trasformata in fondo di accumulazione del capitale, allora passava ancora nel fondo di consumo dell’operaio.
La legislazione sul lavoro salariato, che fin dalla nascita mira allo sfruttamento dell’operaio e gli è sempre egualmente ostile[222] man mano che progredisce, viene inaugurata in Inghilterra dallo Statute of Labourers di Edoardo III 1349. Le corrisponde in Francia l’ordinanza del 1350, promulgata in nome di re Giovanni. Le legislazioni inglese e francese si svolgono parallelamente e sono identiche per il contenuto. Non ritorno sulla parte degli statuti operai che cerca di imporre un prolungamento della giornata lavorativa poichè questo punto è stato già esaminato (capitolo 8., 5).
Lo Statute of Labourers fu promulgato per le insistenti lamentele della Camera dei Comuni. «Prima », dice ingenuamente un tory, « i poveri esigevano un salario così alto da minacciare l’industria e la ricchezza. Ora il salario è così basso da minacciare ancora l’industria e la ricchezza, ma in maniera diversa e forse più pericolosa di prima»[223]. Venne stabilita una tariffa legale dei salari per la città e per la campagna, per il lavoro a cottimo e per quello a giornata. Gli operai rurali devono impegnarsi per un anno, quelli di Città « a mercato aperto ». Viene proibito, pena la prigione, di pagare un salario più alto di quello statutario, ma è punito più gravemente chi riceve il salario più alto che non chi lo paga. Così, ancora nelle sezioni 18 e 19 dello statuto degli apprendisti di Elisabetta viene punito con dieci giorni di prigione chi paga un salario più alto, ma è punito con ventuno giorni chi l’accetta. Uno statuto del 1360 aggravava le pene e autorizzava addirittura il padrone a estorcere lavoro alla tariffa legale mediante costrizione fisica. Tutte le combinazioni, i contratti, giuramenti ecc. coi quali muratori e falegnami si vinco lavano reciprocamente vengono dichiarati nulli. La coalizione fra operai viene trattata come delitto grave a partire dal secolo XIV fino al 1825, anno dell’abolizione delle leggi contro le coalizioni. Lo spirito dello statuto operaio del 1349 e dei suoi rampolli risplende chiaro nel fatto che viene imposto in nome dello Stato un massimo di salario, ma non, per carità!, un minimo.
Nel secolo XVI la situazione degli operai era, come si sa, molto peggiorata. Il salario in denaro saliva, ma non in proporzione del deprezzamento del denaro e del corrispondente aumento del prezzo delle merci. In realtà dunque il salario calava. Tuttavia le leggi miranti a tenerlo basso perduravano, e perdurava il taglio dell’orecchio e il bollo a fuoco per coloro «che nessuno voleva prendere a servizio ». Con lo statuto degli apprendisti 5, Elisabetta, c. 3, i giudici di pace ebbero il potere di stabilire certi salari e di rnodificarli a seconda delle stagioni e dei prezzi delle merci. Giacomo I estese questo regolamento del lavoro anche ai tessitori, filatori e a tutte le possibili categorie di operai[224] ; Giorgio II estese le leggi contro le coalizioni operaie a tutte le manifatture.
Nel periodo manifatturiero propriamente detto il modo di produzione capitalistico era divenuto abbastanza forte da render tanto inattuabile quanto superflua una regolamentazione legale del salario, ma non si volle rinunciare alle armi del vecchio arsenale in caso di necessità. Ancora 8, Giorgio II, proibiva un salario giornaliero superiore ai 2 scellini 7 pence e mezzo ai garzoni dei sarti di Londra e dintorni, se non nel caso di lutto generale; ancora 13, Giorgio III, c. 68, affidava ai giudici di pace la regolamentazione del salario dei tessitori di seta; ancora nel 1796 ci volevano due giudici dei tribunali superiori per decidere se gli ordini dei giudici di pace sul salario lavorativo fossero validi anche per operai non agricoli; ancora nel 1799 un Atto del parlamento confermava che il salario degli operai delle miniere di Scozia era regolato da uno statuto di Elisabetta e da due Atti scozzesi del 1661 e del 1671. Ma un incidente senza precedenti alla Camera bassa inglese dimostrò quanto la situazione fosse rovesciata. Alla Camera dei Comuni, che da più di 400 anni aveva fabbricato leggi sul massimo che il salario non doveva assolutamente superare, il Whitbread propose nel 1796 un minimo di salario legale per gli operai giornalieri agricoli. Il Pitt si oppose, ma ammise che la « situazione dei poveri era crudele (cruel) ». Finalmente nel 1813 vennero abolite le leggi sulla regolamentazione dei salari. Esse erano un’anomalia ridicola, da quando il capitalista regolava la fabbrica con la sua legislazione privata e faceva integrare con la tassa dei poveri il salario dell’operaio agricolo fino al minimo indispensabile. Le disposizioni degli statuti operai sui contratti fra padroni e operai, sui licenziamenti a termine, ecc., che consentono- la querela per rottura di contratto solo in un tribunale civile se contro il padrone, ma in tribunale penale se contro l’operaio, rimangono ancora in pieno vigore anche oggi.
Le atroci leggi contro le coalizioni sono cadute nel 1825 di fronte all’atteggiamento minaccioso del proletariato. Però caddero solo in parte. Alcuni bei residui dei vecchi statuti sono scomparsi solo nel 1859. E finalmente l’Atto del parlamento del 29 giugno 1871 pretende di eliminare- le ultime tracce di quella legislazione di classe con il riconoscimento legale delle Trades’ Unions. Ma un Atto del parlamento della stessa data (An act to amend the criminal law relating to violence, threats and molestation) ristabiliva di fatto la vecchia situazione in nuova forma. Con questo giuoco di prestigio parlamentare i mezzi dei quali gli operai possono servirsi in uno sciopero o in un lock-out (sciopero dei fabbricanti coalizzati con contemporanea chiusura delle fabbriche) venivano di fatto sottratti al diritto comune e posti sotto una legislazione penale eccezionale, la cui interpretazione spettava ai fabbricanti stessi nella loro qualità di giudici dì pace. La stessa Camera dei Comuni e lo stesso signor Gladstone avevano con la nota onestà presentato due anni prima un disegno di legge per l’abolizione di tutte le leggi penali d’eccezione contro la classe operaia. Ma il disegno non fu fatto arrivare oltre la seconda lettura, e in tal modo la cosa fu trascinata per le lunghe finchè alla fine il « grande partito liberale » trovò, per mezzo di un’alleanza con i tories, il coraggio di volgersi decisamente contro quello stesso proletariato che l’aveva condotto al potere. Non soddisfatto di questo tradimento, il «grande partito liberale » permise ai giudici inglesi, sempre compiacenti al servizio delle classi dominanti, di riesumare le leggi perente sulle «cospirazioni» e di applicarle alle coalizioni operaie. Si vede dunque che il parlamento inglese ha rinunciato solo di controvoglia e sotto la pressione delle masse alle leggi contro gli scioperi e le Trades’ Unions, dopo aver tenuto esso stesso, per cinque secoli, con egoismo spudorato, la posizione di una Trade Union permanente dei capitalisti contro gli operai.
Fin dall’inizio della tempesta rivoluzionaria la borghesia francese osò sottrarre agli operai il diritto d’associazione che si erano appena conquistato. Con decreto del 14 giugno 1791 la borghesia dichiarò che ogni coalizione operaia era un « attentato contro la libertà e la dichiarazione dei diritti dell’uomo », punibile con 500 livres di multa e con la privazione dei diritti civili attivi per un anno[225], Questa legge che costringe, con una misura di polizia statale, entro limiti comodi al capitale la lotta di concorrenza fra capitale e lavoro, è sopravvissuta a rivoluzioni e a cambiamenti dinastici. Perfino il Terrore la lasciò intatta. Solo di recente è stata cancellata dal codice penale Non c’e niente di più caratteristico del pretesto di questo colpo di Stato borghese. Dice il relatore, Le Chapelier: « Benché sia desiderabile che il salario diventi un po’ più elevato di quello che è in questo momento, affinchè colui che lo riceve sia fuori di quella dipendenza assoluta, causata dalla privazione dei mezzi di sussistenza necessari, che è quasi la dipendenza della schiavitù» gli operai non debbono tuttavia accordarsi sui loro interessi, non debbono agire in comune moderando cosi quella loro « assoluta dipendenza che e quasi schiavitù », perchè con ciò essi ledono appunto « la libertà dei loro c i - d e v a n t m a î t r e s, degli attuali imprenditori » (la libertà di mantenere gli operai in schiavitù!), e perché una coalizione contro il dispotismo degli antichi padroni delle corporazioni — indovinate — e un ristabilimento delle corporazioni abolite dalla costituzione francese![226].
4. GENESI DEI FITTAVOLI CAPITALISTI.
Dopo aver esaminato la creazione di proletari eslege a mezzo della violenza, la disciplina sanguinaria che trasforma i proletari eslege in operai salariati, la sudicia azione di alta politica che aumenta con operazioni di polizia il grado di sfruttamento del lavoro e con esso l’accumulazione del capitale, ci si pone la domanda: di dove vengono originariamente i capitalisti? Poiché l’espropriazione della popolazione rurale crea in via immediata soltanto dei grandi proprietari fondiari. Per quanto riguarda la genesi del fittavolo, possiamo per così dire toccarla con mano, perchè è un processo lento che si svolge attraverso molti secoli. Anche i servi della gleba, accanto ai quali erano anche molti piccoli proprietari liberi, si trovavano in rapporti di possesso molto differenti e quindi vennero emancipati in condizioni economiche differentissime.
In Inghilterra la prima forma dell’affittuario è quella del bailiff anche esso servo della gleba. La sua posizione è simile a quella del villicus nella Roma antica, solo che ha una sfera di azione più ristretta. Durante la seconda metà del secolo XIV il bailiff viene sostituito da un fittavolo, fornito dal landlord di sementi, bestiame e attrezzi agricoli. La sua posizione non è molto diversa da quella del contadino. La sola differenza è che egli sfrutta una maggiore quantità di lavoro salariato. Presto diventa métayer, mezzadro. Egli fornisce una parte del capitale agricolo, il landlord ne fornisce l’altra, ed entrambi si spartiscono il prodotto complessivo in una proporzione fissata per contratto. In Inghilterra questa forma scompare rapidamente per far posto al vero e proprio fittavolo, che valorizza il proprio capitale adoperando operai salariati e paga al landlord una parte del plusprodotto in denaro o in natura quale rendita fondiaria.
Finché, per tutto il secolo XV, il contadino indipendente e li servo agricolo che oltre a prestare il servizio salariato coltiva anche per proprio conto arricchiscono se stessi col proprio lavoro, la situazione del fittavolo e il suo campo di produzione rimangono egualmente mediocri. La rivoluzione agricola dell’ultimo terzo del secolo XV, che dura per quasi tutto il secolo XVI (con eccezione però degli ultimi decenni), arricchisce il fittavolo con la stessa rapidità con la quale impoverisce la popolazione rurale[227]. L’usurpazione dei pascoli comunali ecc, gli permette di ottenere un grande aumento del proprio bestiame quasi senza spese, mentre il bestiame gli fornisce più abbondante concime per la lavorazione della terra.
Nel secolo XVI si aggiunge .un elemento d’importanza decisiva. Allora i contratti d’affitto erano a lunga scadenza, spesso avevano la durata di 99 anni. La continua caduta del valore dei metalli nobili e quindi del denaro portò frutti d’oro ai fittavoli. Anche se prescindiamo da tutte le altre circostanze sopra discusse, la caduta del valore del denaro abbassò il salario lavorativo. Un frammento di questo venne ad aggiungersi al profitto del fittavolo. Il continuo aumento dei prezzi del grano, della lana, della carne, in breve di tutti i prodotti agricoli, fece ingrossare il capitale in denaro del fittavolo senza alcun contributo da parte sua, mentre la rendita fondiaria, ch’egli doveva pagare, era stata contrattata sulla base del vecchio valore dei denaro[228].
Così il fittavolo s’arricchì contemporaneamente a spese dei suoi operai e a spese del suo landlord. Nessuna meraviglia dunque che l’Inghilterra alla fine del secolo XVI possedesse una classe di «fittavoli capitalisti » che per quei tempi erano ricchi[229].
5. RIPERCUSSIONE DELLA RIVOLUZIONE AGRICOLA SULL’INDUSTRIA. C’REAZIONE DEL MERCATO INTERNO PER IL CAPITALE INDUSTRIALE.
L’espropriazione e la cacciata delta popolazione rurale, che procedeva a scatti continuamente ripetendosi, tornava sempre di nuovo, come si è visto, a fornire all’industria delle città masse di proletari che erano completamente al di fuori dei rapporti di corporazione, fausta circostanza che fa credere al vecchio A. Anderson (da non scambiare con James Anderson), nella sua storia del commercio, a un intervento diretto della Provvidenza. Dobbiamo fermarci ancora un po’ su questo elemento dell’accumulazione originaria. Alla rarefazione della popolazione rurale indipendente che coltivava per conto proprio non corrispondeva soltanto il condensamento del proletariato industriale, come, secondo il Geoffroy Saint-Hilaire, il condensamento della materia cosmica in un punto si spiega con la sua rarefazione in un altro[230]. Nonostante la diminuzione del numero dei suoi coltivatori il suolo continuò a dare altrettanto prodotto o anche più di prima, perchè la rivoluzione dei rapporti della proprietà fondiaria era accompagnata da un perfezionamento dei metodi di coltura, da maggiore cooperazione, da maggiore concentrazione dei mezzi di produzione, ecc., e perchè gli operai rurali non solo venivano costretti a un lavoro più intenso[231], ma anche perchè il campo di produzione nel quale lavoravano per se stessi andava contraendosi sempre più. Dunque, mentre una parte della popolazione rurale è resa disponibile, vengono resi disponibili anche i suoi antichi mezzi di sostentamento, i quali si trasformano ora in elemento materiale del capitale variabile. Il contadino estromesso deve comprarsi il valore dei mezzi di sostentamento in forma di salario lavorativo dal suo nuovo padrone, il capitalista industriale. E non diversamente stavano le cose per la materia prima agricola indigena dell’industria, che si trasformò in un elemento del capitale costante.
Supponiamo per esempio di avere una parte dei contadini della Vestfalia, che al tempo di Federico II filavano tutti, se non la seta, il lino, espropriata con la forza e cacciata dalla terra, mentre la parte rimasta è trasformata invece in giornalieri di grossi fittavoli. Contemporaneamente s’innalzano grandi filande e tessiture di lino, dove ora lavorano per un salario coloro che erano stati « resi disponibili »
Il lino ha sempre l’aspetto di prima. Non ne è cambiata nessuna fibra, ma gli è entrata in corpo una nuova anima sociale. Ora esso costituisce una parte del capitale costante del padrone della manifattura. Prima era distribuito fra una massa enorme di piccoli produttori, che lo coltivavano essi stessi e lo filavano a piccole proporzioni assieme alle loro famiglie; ma ora è concentrato in mano d’un capitalista che fa filare e tessere altri per conto suo. Il lavoro straordinario speso nella filatura del lino si realizzava prima in un’entrata straordinaria di innumerevoli famiglie contadine, o anche, al tempo di Federico Il, in imposte pour le roi de Prusse. Ora invece si realizza nel profitto di pochi capitalisti. I fusi e i telai, prima distribuiti su tutta la superficie della campagna, ora sono riuniti in poche grandi caserme da lavoro, e così gli operai, così la materia prima. E fusi e telai e materia prima sono da questo momento trasformati, da mezzi di un’esistenza indipendente per i filatori e i tessitori, in mezzi per comandarli[232] e per succhiar loro lavoro non retribuito. A guardare le grandi manifatture o le grandi tenute in affitto non si vede che sono composte di molti piccoli luoghi di produzione e formate mediante l’espropriazione di molti piccoli produttori indipendenti. Tuttavia lo sguardo spregiudicato non si lascia ingannare. Al tempo del Mirabeau, il leone della rivoluzione, le grandi manifatture si chiamavano ancora manufactures réunies, laboratori congiunti, come noi parliamo di campi congiunti. «Si vedono soltanto», dice il Mirabeau, «le grandi manifatture, dove centinaia di uomini lavorano sotto un direttore e che si chiamano abitualmente manifatture riunite (manufactures réunies). Invece quelle dove un grandissimo numero di operai lavorano ciascuno separatamente e ciascuno per proprio conto, vengono appena appena degnate d’uno sguardo. Vengono respinte in fondo in fondo. Ed è un grandissimo errore, perchè esse soltanto costituiscono una parte veramente importante della ricchezza nazionale... La fabbrica riunita (fabrique réunie) arricchisce prodigiosamente uno o due imprenditori, ma gli operai non saranno che giornalieri pagati più o meno bene, e non parteciperanno per nulla al benessere dell’imprenditore. Nella fabbrica separata (fabrique séparée) invece nessuno diventerà ricco, ma molti operai saranno agiati... Il numero degli operai industriosi ed economi aumenterà, perchè vedranno nella buona condotta, nell’attività, un mezzo per migliorare sostanzialmente le loro condizioni, e non per ottenere un piccolo rialzo del salario che non può mai essere un elemento importante per l’avvenire e che tutt’al più mette gli uomini in grado di vivere un po’ meglio giorno per giorno... Le manifatture separate individuali, per lo più collegate con la piccola agricoltura, sono le sole libere»[233] L’espropriazione e la cacciata d’una parte della popolazione rurale non solo mette a libera disposizione del capitale industriale, assieme agli operai, i loro mezzi di sussistenza e la loro materia da lavoro, ma crea anche il mercato interno.
Di fatto gli eventi che hanno trasformato i piccoli contadini in operai salariati e i loro mezzi di sussistenza e di lavoro in elementi materiali del capitale, creano contemporaneamente a quest’ultimo il suo mercato interno. Prima, la famiglia contadina produceva e lavorava i mezzi di sussistenza e le materie prime che poi consumava per la massima parte essa stessa. Ora, queste materie prime e questi mezzi di sussistenza sono diventati merci: le vende il grosso fittavolo che trova il suo mercato nelle manifatture. Refe, tela, lanerie rozze, cose le cui materie prime si trovavano nell’ambito di ogni famiglia contadina, che le filava e tesseva per proprio uso, ora si trasformano in articoli di manifattura, lo sbocco dei quali è costituito proprio dai distretti rurali. La numerosa e dispersa clientela che fino allora si basava su una massa di piccoli produttori che lavoravano per proprio conto, si concentra ora in un grande mercato, rifornito dal capitale industriale[234]. Così l’espropriazione dei contadini che prima coltivavano in proprio e il loro distacco dai propri mezzi di produzione procedono di pari passo con la distruzione dell’industria sussidiaria rurale, con il processo di separazione di manifattura e agricoltura. E solo la distruzione dell’industria domestica rurale può dare al mercato interno di un paese l’estensione e la salda consistenza delle quali abbisogna il modo di produzione capitalistico.
Tuttavia il periodo della manifattura in senso proprio non conduce a una trasformazione radicale. Ci si ricorderà che la manifattura s’impadronisce della produzione nazionale solo in maniera molto frammentaria e che poggia sempre sull’artigianato urbano e sull’industria sussidiaria domestica rurale che ne costituiscono l’ampio sfondo. Se la manifattura distrugge l’industria domestica rurale in una forma, in particolari branche d’attività, in certi punti, la richiama poi in vita in altri punti, in altre branche e forme, perchè ne ha bisogno fino a un certo grado per la lavorazione della materia prima. Essa produce quindi una nuova classe di piccoli operai rurali che esercitano la coltivazione della terra come attività sussidiaria e come attività principale hanno il lavoro industriale per la vendita del prodotto alla manifattura: direttamente oppure attraverso la via indiretta del commerciante. Questa è una delle ragioni, seppure non la principale, di un fenomeno che in un primo momento disorienta lo studioso della storia inglese. A partire dall’ultimo terzo del secolo XV lo studioso trova lamentele perpetue, che si interrompono solo per certi intervalli, sull’aumento dell’economia capitalistica nelle campagne e sulla distruzione progressiva dei contadini. D’altra parte egli li ritrova sempre di nuovo questi contadini, seppure diminuiti di numero e in forma sempre peggiorata[235]. La ragione principale di questo fatto è: l’Inghilterra è prevalentemente ora coltivatrice di grano ora allevatrice di bestiame, a periodi alterni, e insieme ad essi oscilla il volume dell’economia contadina. Solo la grande industria offre, con le macchine, il fondamento costante dell’agricoltura capitalistica, espropria radicalmente l’enorme maggioranza della popolazione rurale e porta a compimento il distacco fra agricoltura e industria domestica rurale strappando le radici di quest’ultima... la filatura e la tessitura[236]. Quindi solo essa conquista al capitale industriale tutto il mercato interno[237].
6. GENESI DEL CAPITALISTA INDUSTRIALE.
La genesi del capitalista industriale[238] non è avvenuta nella stessa maniera graduale di quella del fittavolo. Senza dubbio molti piccoli mastri artigiani e un numero anche maggiore di piccoli artigiani indipendenti o anche operai salariati si sono trasformati in piccoli capitalisti, e poi, mediante uno sfruttamento a poco a poco sempre più esteso del lavoro salariato e la corrispondente accumulazione, in capitalisti sans phrase. Nell’epoca dell’infanzia della produzione capitalistica le cose sono spesso andate come nel periodo dell’infanzia del sistema delle città medievali, quando il problema chi fra i servi della gleba fuggiti in città doveva essere padrone e chi servo, veniva risolto in gran parte mediante la data più antica o più recente della loro fuga. Ma il passo di lumaca di questo metodo non corrispondeva in nessun modo ai bisogni commerciali del nuovo mercato mondiale, creato dalle grandi scoperte della fine del secolo XV. Il Medioevo però aveva tramandato due forme di capitale, che maturano nelle più svariate formazioni sociali economiche e che prima dell’era del modo di produzione capitalistico sono considerate come capitale quand même — il capitale usurario e il capitale commerciale. « Oggi tutta la ricchezza della società va per prima cosa in possesso del capitalista... è lui che paga il fitto al proprietario fondiario, il salario all’operaio, al collettore delle imposte e delle decime quel che loro è dovuto; e serba per sè la parte maggiore, che cresce di giorno in giorno, del prodotto annuo del lavoro. Ora il capitalista può essere considerato come proprietario di prima mano di tutta la ricchezza sociale, benché nessuna legge gli abbia trasferito il diritto su questa proprietà... Questo cambiamento riguardo alla proprietà è stato effettuato mediante il prendere interesse sul capitale... e non è poco strano che i legislatori di tutt’Europa volessero impedire questo mediante leggi contro l’usura... il potere del capitalista su tutta la ricchezza del paese è una rivoluzione completa del diritto di proprietà, e per mezzo di quale legge o di quale serie di leggi è stata attuata questa rivoluzione?»[239] . L’autore avrebbe dovuto dirsi che le rivoluzioni non si fanno con le leggi.
Il capitale denaro formatosi mediante l’usura e il commercio veniva intralciato nella sua trasformazione in capitale industriale[240], nelle campagne dalla costituzione feudale, nelle città dalla costituzione corporativa. Questi limiti caddero con il discioglimento dei seguiti feudali, con l’espropriazione e parziale espulsione della popolazione rurale. La nuova manifattura venne impiantata nei porti marittimi d’esportazione o in punti della terraferma che erano al di fuori del controllo dell’antico sistema cittadino e della sua costituzione corporativa. Quindi in Inghilterra si ebbe una lotta accanita delle corporate towns contro questi nuovi vivai industriali.
La scoperta delle terre aurifere e argentifere in America, lo sterminio e la riduzione in schiavitù della popolazione aborigena, seppellita nelle miniere, l’incipiente conquista e il saccheggio delle Indie Orientali, la trasformazione dell’Africa in una riserva di caccia commerciale delle pelli nere, sono i segni che contraddistinguono l’aurora dell’era della produzione capitalistica. Questi procedimenti idillici sono momenti fondamentali dell’accumulazione originaria. Alle loro calcagna viene la guerra commerciale delle nazioni europee, con l’orbe terracqueo come teatro. La guerra commerciale si apre con la secessione dei Paesi Bassi dalla Spagna, assume proporzioni gigantesche nella guerra antigiacobina dell’Inghilterra e continua ancora nelle guerre dell’oppio contro la Cina, ecc.
I vari momenti dell’accumulazione originaria si distribuiscono ora, più o meno in successione cronologica, specialmente fra Spagna, Portogallo, Olanda, Francia e Inghilterra. Alla fine del secolo XVII quei vari momenti vengono combinati sistematicamente in Inghilterra in sistema coloniale, sistema del debito pubblico, sistema tributario e protezionistico moderni. I metodi poggiano in parte sulla violenza più brutale, come per esempio il sistema coloniale. Ma tutti si servono del potere dello Stato, violenza concentrata e organizzata della società, per fomentare artificialmente il processo di trasformazione del modo di produzione feudale in modo di produzione capitalistico e per accorciare i passaggi. La violenza è la levatrice di ogni vecchia società, gravida di una società nuova. È essa stessa una potenza economica.
Un uomo che si è fatto una specialità del cristianesimo, W Howitt, così parla del sistema coloniale cristiano: «Gli atti di barbarie e le infami atrocità delle razze cosiddette cristiane in ogni regione del mondo e contro ogni popolo che sono riuscite a soggiogare, non trovano parallelo in nessun’altra epoca della storia della terra, in nessun’altra razza, per quanto selvaggia e incolta, spietata e spudorata»[241]. La storia dell’amministrazione coloniale olandese e l’Olanda è stata la nazione capitalistica modello del secolo XVII — «mostra un quadro insuperabile di tradimenti, corruzioni, assassini e infamie»[242]. Più caratteristico di tutto è il suo sistema del furto di uomini a Celebes per ottenere schiavi per Giava. I ladri di uomini venivano addestrati a questo scopo. Il ladro, l’interprete e il venditore erano gli agenti principali di questo traffico, e principi indigeni erano i venditori principali. La gioventù rubata veniva nascosta nelle prigioni segrete di Celebes finchè era matura ad essere spedita sulle navi negriere. Una relazione ufficiale dice: « Questa sola città di Makassar per esempio è piena di prigioni segrete, una più orrenda dell’altra, stipate di sciagurati, vittime della cupidigia e della tirannide, legati in catene, strappati con la violenza alle loro famiglie». Per impadronirsi di Malacca gli olandesi corruppero il governatore portoghese, che nel 1641 li lasciò entrare nella Città; ed essi corsero subito da lui e l’assassinarono per «astenersi» dal pagamento della somma di 21.875 sterline, prezzo del tradimento. Dove gli olandesi mettevano piede, seguivano la devastazione e lo spopolamento. Banjuwangi, provincia di Giava, contava nel 1750 più di ottantamila abitanti, nel 1811 ne aveva ormai soltanto ottomila. Ecco il doux commerce!
La Compagnia inglese delle Indie Orientali aveva ottenuto, come si sa, oltre al dominio politico nelle Indie Orientali, il monopolio esclusivo del commercio del tè, del commercio con la Cina in genere e del trasporto delle merci dall’Europa e per l’Europa. Ma la navigazione costiera dell’India e fra le isole, come pure il commercio all’interno dell’India, erano divenuti monopolio degli alti funzionari della Compagnia. I monopoli del sale, dell’oppio, del betel e di altre merci erano miniere inesauribili di ricchezza. I funzionari stessi fissavano i prezzi e scorticavano a piacere l’infelice indù. Il governatore generale prendeva parte a questo commercio privato. I suoi favoriti ottenevano contratti a condizioni per le quali, più bravi degli alchimisti, essi potevano fare l’oro dal nulla. Grossi patrimoni spuntavano in un sol giorno come i funghi; l’accumulazione originaria si attuava senza l’anticipo neppure di uno scellino. Il processo di Warren Hastings pullula di tali esempi. Ecco un caso. A un certo Sullivan viene accordato un contratto di. fornitura d’oppio al momento della sua partenza — per incarico pubblico — per una parte dell’India lontanissima dai distretti dell’oppio. Sullivan vende il suo contratto a un certo Binn per quarantamila sterline; Binn lo rivende lo stesso giorno per sessantamila e l’ultimo compratore, che poi eseguì il contratto, dichiara di averne tratto ancora un guadagno enorme. Secondo una lista presentata al parlamento, la compagnia e i suoi funzionari si erano fatti regalare dagli indiani fra il 1757 e il 1766 sei milioni di sterline! Fra il 1769 e il 1770 gli inglesi fabbricarono una carestia acquistando tutto il riso e rifiutando di rivenderlo fuorché a prezzi favolosi[243].
Il trattamento degli indigeni era naturalmente più rabbioso che altrove nelle piantagioni destinate soltanto al commercio di esportazione, come nelle Indie Occidentali, e nei paesi ricchi a densa popolazione, abbandonati alla rapina e all’assassinio, come il Messico e le Indie Orientali. Tuttavia neppure nelle colonie vere e proprie il carattere cristiano dell’accumulazione originaria si smentiva. Quei sobri virtuosi del protestantesimo che sono i puritani della Nuova Inghilterra misero nel 1703, con risoluzioni della loro assembly, un premio di quaranta sterline su ogni scalpo d’indiano e per ogni pellirossa prigioniero; nel 1720 misero un premio di cento sterline per ogni scalpo, nel 1744, dopo che Massachusetts-Bay ebbe dichiarata ribelle una certa tribù, i premi seguenti: per uno scalpo di maschio dai dodici anni in su, cento sterline di valuta nuova, per prigionieri maschi centocinque sterline, per donne e bambini prigionieri cinquantacinque sterline, per scalpi di donne e bambini cinquanta sterline! Alcuni decenni dopo, il sistema coloniale si prese la sua vendetta contro i discendenti dei pii pilgrim fathers che nel frattempo erano diventati sediziosi. Per istigazione inglese e al soldo inglese essi furono tomahawked (uccisi a colpi di scure di guerra dei pellirossa). Il parlamento britannico dichiarò che i cani feroci e lo scalpi erano «mezzi che Dio e la natura avevano posto in sua mano».
Il sistema coloniale fece maturare come in una serra il commercio e la navigazione. Le società monopolia (Lutero) furono leve potenti della concentrazione del capitale. La colonia assicurava alle manifatture che sbocciavano il mercato di sbocco di un’accumulazione potenziata dal monopolio del mercato. Il tesoro catturato fuori d’Europa direttamente con il saccheggio, l’asservimento, la rapina e l’assassinio rifluiva nella madre patria e qui si trasformava in capitale. L’Olanda, che è stata la prima a sviluppare in pieno il sistema coloniale, era già nel 1684 all’apogeo della sua grandezza commerciale. Era «in possesso quasi esclusivo del commercio delle Indie Orientali e del traffico fra il sud-ovest e il nord-est europeo. Le sue imprese di pesca, la sua marina, le sue manifatture superavano quelle di ogni altro paese. I capitali della repubblica erano forse più importanti di quelli del resto d’Europa nel loro insieme». Il Gillich dimentica di aggiungere che la massa popolare olandese era già nel 1648 più logorata dal lavoro, più impoverita e più brutalmente oppressa di quella del resto d’Europa nel suo insieme.
Oggigiorno la supremazia industriale porta con sè la supremazia commerciale. Invece nel periodo della manifattura in senso proprio è la supremazia commerciale a dare il predominio industriale. Da ciò la funzione preponderante che ebbe allora il sistema coloniale. Esso fu «il dio straniero» che si mise sull’altare accanto ai vecchi idoli dell’Europa e che un bel giorno con una spinta improvvisa li fece ruzzolar via tutti insieme e proclamò che fare del plusvalore era il fine ultimo e unico dell’umanità.
Il sistema del credito pubblico, cioè dei debiti dello Stato, le cui origini si possono scoprire fin dal Medioevo a Genova e a Venezia, s’impossessò di tutta l’Europa durante il periodo della manifattura, e il sistema coloniale col suo commercio marittimo e le sue guerre commerciali gli servì da serra. Così prese piede anzitutto in Olanda. Il debito pubblico, ossia l’alienazione dello Stato — dispotico, costituzionale o repubblicano che sia — imprime il suo marchio all’era capitalistica. L’unica parte della cosiddetta ricchezza nazionale che passi effettivamente in possesso collettivo dei popoli moderni è il loro debito pubblico243a. Di qui, con piena coerenza, viene la dottrina moderna che un popolo diventa tanto più ricco quanto più a fondo s’indebita. Il credito pubblico diventa il credo del capitale. E col sorgere dell’indebitamento dello Stato, al peccato contro lo spirito santo, che è quello che non trova perdono, subentra il mancar di fede al debito pubblico.
Il debito pubblico diventa una delle leve più energiche dell’accumulazione originaria: come con un colpo di bacchetta magica, esso conferisce al denaro, che è improduttivo, la facoltà di procreare, e così lo trasforma in capitale, senza che il denaro abbia bisogno di assoggettarsi alla fatica e al rischio inseparabili dall’investimento industriale e anche da quello usurario. In realtà i creditori dello Stato non danno niente, poichè la somma prestata viene trasformata in obbligazioni facilmente trasferibili, che in loro mano continuano a funzionare proprio come se fossero tanto denaro in contanti. Ma anche fatta astrazione dalla classe di gente oziosa, vivente di rendita, che viene cosi creata, e dalla ricchezza improvvisata dei finanzieri che fanno da intermediari fra governo e nazione, e fatta astrazione anche da quella degli appaltatori delle imposte, dei commercianti, dei fabbricanti privati, ai quali una buona parte di ogni prestito dello Stato fa il servizio di un capitale piovuto dal cielo, il debito pubblico ha fatto nascere le società per azioni, il commercio di effetti negoziabili di ogni specie, l’aggiotaggio: in una parola, ha fatto nascere il giuoco di Borsa e la bancocrazia moderna.
Fin dalla nascita le grandi banche agghindate di denominazioni nazionali non sono state che società di speculatori privati che si affiancavano ai governi e, grazie ai privilegi ottenuti, erano in grado di anticipar loro denaro. Quindi l’accumularsi del debito pubblico non ha misura più infallibile del progressivo salire delle azioni di queste banche, il cui pieno sviluppo risale alla fondazione della Banca d’Inghilterra (1694). La Banca d’Inghilterra cominciò col prestare il suo denaro al governo all’otto per cento; contemporaneamente era autorizzata dal parlamento a batter moneta con lo stesso capitale, tornando a prestarlo un’altra volta al pubblico in forma di banconote. Con queste banconote essa poteva scontare cambiali, concedere anticipi su merci e acquistare metalli nobili. Non ci volle molto tempo perchè questa moneta di credito fabbricata dalla Banca d’Inghilterra stessa diventasse la moneta nella quale la Banca faceva prestiti allo Stato e pagava per conto dello Stato gli interessi del debito pubblico. Non bastava però che la Banca desse con una mano per aver restituito di più con l’altra, ma, proprio mentre riceveva, rimaneva creditrice perpetua della nazione fino all’ultimo centesimo che aveva dato. A poco a poco essa divenne inevitabilmente il serbatoio dei tesori metallici del paese e il centro di gravitazione di tutto il credito commerciale. In Inghilterra, proprio mentre si smetteva di bruciare le streghe, si cominciò a impiccare i falsificatori di banconote. Gli scritti di quell’epoca, per esempio quelli del Bolingbroke, dimostrano che effetto facesse sui contemporanei l’improvviso emergere di quella genìa di bancocrati, finanzieri, rentiers, mediatori, agenti di cambio e lupi di Borsa243b.
Con i debiti pubblici è sorto un sistema di credito internazionale che spesso nasconde una delle fonti dell’accumulazione originaria di questo o di quel popolo. Così le bassezze del sistema di rapina veneziano sono ancora uno di tali fondamenti arcani della ricchezza di capitali dell’Olanda, alla quale Venezia in decadenza prestò forti somme di denaro. Altrettanto avviene fra l’Olanda e l’Inghilterra. Già all’inizio del secolo XVIII le manifatture olandesi sono superate di molto, e l’Olanda ha cessato di essere la nazione industriale e commerciale dominante. Quindi uno dei suoi affari più importanti diventa, dal 1701 al 1776, quello del prestito di enormi capitali, che vanno in particolare alla sua forte concorrente, l’Inghilterra. Qualcosa di simile si ha oggi fra Inghilterra e Stati Uniti: parecchi capitali che oggi si presentano negli Stati Uniti senza fede di nascita sono sangue di bambini che solo ieri è stato capitalizzato in Inghilterra.
Poichè il debito pubblico ha il suo sostegno nelle entrate dello Stato che debbono coprire i pagamenti annui d’interessi, ecc., il sistema tributario moderno è diventato l’integramento necessario del sistema dei prestiti nazionali. I prestiti mettono i governi in grado di affrontare spese straordinarie senza che il contribuente ne risenta immediatamente, ma richiedono tuttavia in seguito un aumento delle imposte. D’altra parte, l’aumento delle imposte causato dall’accumularsi di debiti contratti l’uno dopo l’altro costringe il governo a contrarre sempre nuovi prestiti quando si presentano nuove spese straordinarie. Il fiscalismo moderno, il cui perno è costituito dalle imposte sui mezzi di sussistenza di prima necessità (quindi dal rincaro di questi), porta perciò in se stesso il germe della progressione automatica. Dunque, il sovraccarico d’imposte non è un incidente, ma anzi è il principio. Questo sistema è stato inaugurato la prima volta in Olanda, e il gran patriota De Witt l’ha quindi celebrato nelle sue Massime come il miglior sistema per render l’operaio sottomesso, frugale, laborioso e... sovraccarico di lavoro. Tuttavia qui l’influsso distruttivo che questo sistema esercita sulla situazione del l’operaio salariato, qui ci interessa meno dell’espropriazione violenta del contadino, dell’artigiano, in breve di tutti gli elementi costitutivi della piccola classe media, che il sistema stesso porta con sè. Su ciò non c’è discussione, neppure fra gli economisti borghesi. E la efficacia espropriatrice del sistema è ancor rafforzata dal sistema protezionistico che è una delle parti integranti di esso.
La grande parte che il debito pubblico e il sistema fiscale ad esso corrispondente hanno nella capitalizzazione della ricchezza e nell’espropriazione delle masse, ha indotto una moltitudine di scrittori, come il Cobbett, il Doubleday e altri a vedervi a torto la causa fondamentale della miseria dei popoli moderni.
Il sistema protezionistico è stato un espediente per fabbricare fabbricanti, per espropriare lavoratori indipendenti, per capitalizzare i mezzi nazionali di produzione e di sussistenza, per abbreviare con la forza il trapasso dal modo di produzione antico a quello moderno. Gli Stati europei si sono contesi la patente di quest’invenzione e, una volta entrati al servizio dei facitori di plusvalore, non solo hanno a questo scopo imposto taglie al proprio popolo, indirettamente con i dazi protettivi, direttamente con premi sull’esportazione, ecc., ma nei paesi da essi dipendenti hanno estirpato con la forza ogni industria; come per esempio la manifattura laniera irlandese è stata estirpata dall’Inghilterra. Sul continente europeo il processo è stato molto semplificato, sull’esempio del Colbert. Quivi il capitale originario dell’industriale sgorga in parte direttamente dal tesoro dello Stato. «Perchè», esclama il Mirabeau, « andar a cercar così lontano la causa dello splendore manifatturiero della Sassonia prima della guerra dei Sette anni? Centottanta milioni di debito pubblico!»[244].
Sistema coloniale, debito pubblico, peso fiscale, protezionismo, guerre commerciali, ecc., tutti questi rampolli del periodo della manifattura in senso proprio crescono come giganti nel periodo d’infanzia della grande industria. La nascita di quest’ultima viene celebrata con la grande strage erodiana degli innocenti. Le fabbriche reclutano il proprio personale, come la regia marina, attraverso l’arruolamento forzoso. Se Sir F. M. Eden parla con annoiato scetticismo degli orrori dell’espropriazione della popolazione rurale e della sua espulsione dalla terra a partire dall’ultimo terzo del secolo XV fino al tempo suo, che è la fine del secolo XVIII, e si congratula tutto compiaciuto di questo processo; secondo lui «necessario» per «stabilire» l’agricoltura capitalistica e «la vera proporzione fra terra arabile e pascoli», egli non dà prova però della stessa comprensione economica per la necessità del furto dei ragazzi e della loro schiavitù per la trasformazione della conduzione manifatturiera in conduzione di fabbrica e per stabilire la vera proporzione fra capitale e forza- lavoro. Egli dice: «Può esser degno dell’attenzione del pubblico considerare se una manifattura, che per essere gestita con successo deve saccheggiare cottages e workhouses in cerca di bambini poveri per farli sgobbare, a turni, la maggior parte della notte e derubarli del riposo...; una manifattura che inoltre mescola insieme, stipati, gruppi di entrambi i sessi, di differenti età e di differenti inclinazioni, cosicchè il contagio dell’esempio non può fare a meno di condurre alla depravazione e alla scostumatezza, — se tale manifattura possa aumentare la somma della felicità nazionale e individuale?»[245].
«Nel Derbyshire, nel Nottinghamshire e particolarmente nel Lancashire», dice il Fielden, «le macchine di recente inventate venivano adoperate in grandi fabbriche, costruite vicinissimo a corsi d’acqua capaci di far girare la ruota. In questi luoghi, lontani dalle città, si chiedevano all’improvviso migliaia di braccia; e specialmente il Lancashire, che fino a quel momento era relativamente poco popolato e sterile, ebbe bisogno ora anzitutto di popolazione. E si ricercavano soprattutto le dita piccole e agili. Subito sorse l’abitudine di procurarsi apprendisti (!) dalle diverse workhouses delle parrocchie, da Londra, Birmingham e altrove. Molte e molte migliaia di queste creaturine derelitte, dai sette ai tredici o quattordici anni, vennero così spedite al nord. Era costume che il padrone (cioè il ladro di ragazzi) vestisse e nutrisse i suoi apprendisti e li alloggiasse in una casa degli apprendisti vicino alla fabbrica. Venivano nominati dei guardiani per sorvegliare il loro lavoro. Era interesse di questi aguzzini di far sgobbare i ragazzi fino all’estremo, perchè la loro paga era in proporzione della quantità di prodotto che si poteva estorcere al ragazzo. La conseguenza di ciò fu naturalmente la crudeltà... In molti distretti industriali, specialmente del Lancashire, queste creature innocenti e prive d’amici, consegnate al padrone della fabbrica, venivano sottoposte alle torture più strazianti. Venivano affaticati a morte con gli eccessi di lavoro.., venivano frustati, incatenati e torturati coi più squisiti raffinamenti di crudeltà; in molti casi venivano affamati fino a ridurli pelle e ossa, mentre la frusta li manteneva al lavoro... E in alcuni casi venivano perfino spinti al suicidio!... Le belle e romantiche vallate del Derbyshire, del Nottinghamshire e del Lancashire, lontane dall’occhio del pubblico, divennero raccapriccianti deserti di tortura... e spesso di assassinio!... I profitti dei fabbricanti erano enormi. Ma questo non faceva che acuire la loro fame da lupi mannari, ed essi dettero inizio alla prassi del «lavoro notturno», cioè dopo aver paralizzato col lavoro diurno un gruppo di braccia, ne tenevano pronto un altro gruppo per il lavoro notturno; il gruppo diurno entrava nei letti che il gruppo notturno aveva appena lasciato, e viceversa. È tradizione popolare nel Lancashire che i letti non si raffreddavano mai»[246].
Con lo sviluppo della produzione capitalistica durante il periodo della manifattura la pubblica opinione europea aveva perduto l’ultimo resto di pudore e di coscienza morale. Le nazioni cominciarono a vantarsi cinicamente di ogni infamia che fosse un mezzo per accumulare capitale. Si leggano per esempio gli ingenui annali commerciali del galantuomo A. Anderson. Vi si strombetta come un trionfo della saggezza politica inglese il fatto che l’Inghilterra estorcesse alla Spagna, nella pace di Utrecht, col trattato d’asiento (gli spagnoli chiamavano asiento i permessi per il traffico con le colonie, altrimenti monopolio della madre patria.) il privilegio di esercitare da quel momento la tratta dei negri, che fino allora gli inglesi avevano esercitato soltanto fra l’Africa e le Indie Occidentali inglesi, anche fra l’Africa e l’America spagnola. L’Inghilterra ottenne il diritto di provvedere l’America spagnola di 4.800 negri all’anno, fino al 1743. In tal modo veniva anche coperto ufficialmente il contrabbando inglese. Liverpool è diventata una città grande sulla base della tratta degli schiavi che costituisce il suo metodo di accumulazione originaria. E fino ad oggi gli «onorabili» di Liverpool sono rimasti i Pindaro della tratta degli schiavi, la quale — si confronti lo scritto citato del dott. Aikin del 1795 — «acuisce lo spirito d’iniziativa commerciale fino alla passione, forma marinai magnifici e rende enormi somme di denaro». Nel 1730 Liverpool impiegava per la tratta degli schiavi 15 navi; nel 1751, 53; nel 1760, 74; nel 1770, 96; nel 1792, 132.
L’industria cotoniera, introducendo in Inghilterra la schiavitù dei bambini, dette allo stesso tempo l’impulso alla trasformazione dell’economia schiavistica negli Stati Uniti, prima più o meno patriarcale, in un sistema di sfruttamento commerciale. In genere, la schiavitù velata degli operai salariati in Europa aveva bisogno del piedistallo della schiavitù sans phrase nel nuovo mondo[247] .
Tantae molis erat il parto delle «eterne leggi di natura» del modo di produzione capitalistico, il portare a termine il processo di separazione fra lavoratori e condizioni di lavoro, il trasformare a un polo i mezzi sociali di produzione e di sussistenza in capitale, e il trasformare al polo opposto la massa popolare in operai salariati, in liberi «poveri che lavorano», questa opera d’arte della storia moderna[248]. Se il denaro, come dice l’Augier, «viene al mondo con una voglia di sangue in faccia»[249], il capitale viene al mondo grondante sangue e sporcizia dalla testa ai piedi, da ogni poro[250].
7. TENDENZA STORICA DELL’ACCUMULAZIONE CAPITALISTICA.
A che: cosa si riduce l’accumulazione originaria del capitale, cioè la sua genesi storica? In quanto non è trasformazione immediata di schiavi e di servi della gleba in operai salariati, cioè semplice cambiamento di forma, l’accumulazione originaria del capitale significa soltanto l’espropriazione dei produttori immediati, cioè la dissoluzione della proprietà privata fondata sul lavoro personale.
La proprietà privata, come antitesi della proprietà sociale, collettiva, esiste soltanto là dove i mezzi di lavoro e le condizioni esterne del lavoro appartengono a privati. Ma, a seconda che questi privati sono i lavoratori o i non lavoratori, anche la proprietà privata assume carattere differente. Le infinite sfumature che la proprietà privata presenta a prima vista sono soltanto un riflesso degli stati intermedi che stanno fra questi due estremi.
La proprietà privata del lavoratore sui suoi mezzi di produzione è il fondamento della piccola azienda; la piccola azienda è condizione necessaria dello sviluppo della produzione sociale e della libera individualità dell’operaio stesso. Certo, questo modo di produzione esiste anche nella schiavitù, nella servitù della gleba e in altri rapporti di dipendenza, ma esso fiorisce, fa scattare tutta la sua energia, conquista la sua forma classica e adeguata soltanto là dove il lavoratore è libero proprietario privato delle proprie condizioni di lavoro ch’egli stesso maneggia: quando il contadino è libero proprietario del campo che coltiva e così l’artigiano dello strumento che maneggia da virtuoso.
Questo modo di produzione presuppone uno sminuzzamento del suolo e degli altri mezzi di produzione; ed esclude, oltre alla concentrazione dei mezzi di produzione, anche la cooperazione, la divisione del lavoro all’interno degli stessi processi di produzione, la dominazione e la disciplina della natura da parte della società, il libero sviluppo delle forze produttive sociali. Esso è compatibile solo con dei limiti ristretti, spontanei e naturali, della produzione e della società. Volerlo perpetuare significherebbe, come dice bene il Pecqueur, «decretare la mediocrità generale». Quando è salito a un certo grado, questo modo di produzione genera i mezzi materiali della propria distruzione. A partire da questo momento, in seno alla società si muovono forze e passioni che si sentono incatenate da quel modo di produzione: esso deve essere distrutto, e viene distrutto. La sua distruzione, che è la trasformazione dei mezzi di produzione individuali e dispersi in mezzi di produzione socialmente concentrati, e quindi la trasformazione della proprietà minuscola di molti nella proprietà colossale di pochi, quindi l’espropriazione della gran massa della popolazione, che viene privata della terra, dei mezzi di sussistenza e degli strumenti di lavoro; questa terribile e difficile espropriazione della massa della popolazione costituisce la preistoria del capitale. Essa comprende tutt’una serie di metodi violenti, dei quali noi abbiamo passato in rassegna solo quelli che fanno epoca come metodi dell’accumulazione originaria del capitale. L’espropriazione dei produttori immediati viene compiuta con il vandalismo più spietato e sotto la spinta delle passioni più infami, più sordide e meschinamente odiose. La proprietà privata acquistata col proprio lavoro, fondata per così dire sulla unione intrinseca della singola e autonoma individualità lavoratrice e delle sue condizioni di lavoro, viene soppiantata dalla proprietà privata capitalistica che è fondata sullo sfruttamento di lavoro che è sì lavoro altrui, ma, formalmente, è libero[251] .
Appena questo processo di trasformazione ha decomposto a sufficienza l’antica società in profondità e in estensione, appena i lavoratori sono trasformati in proletari e le loro condizioni di lavoro in capitale, appena il modo di produzione capitalistico si regge su basi proprie, assumono una nuova forma la ulteriore socializzazione del lavoro e l’ulteriore trasformazione della terra e degli altri mezzi di produzione in mezzi di produzione sfruttati socialmente, cioè in mezzi di produzione collettivi, e quindi assume una forma nuova anche l’ulteriore espropriazione dei proprietari privati. Ora, quello che deve essere espropriato non è più iL lavoratore indipendente che lavora per sè, ma il capitalista che sfrutta molti operai.
Questa espropriazione si compie attraverso il giuoco delle leggi immanenti della stessa produzione capitalistica, attraverso la centralizzazione dei capitali. Ogni capitalista ne ammazza molti altri. Di pari passo con questa centralizzazione ossia con l’espropriazione di molti capitalisti da parte di pochi, si sviluppano su scala sempre crescente la forma cooperativa del processo di lavoro, la consapevole applicazione tecnica della scienza, lo sfruttamento metodico della terra, la trasformazione dei mezzi di lavoro in mezzi di lavoro utilizzabili solo collettivamente, la economia di tutti i mezzi di produzione mediante il loro uso come mezzi di produzione del lavoro sociale, combinato, mentre tutti i popoli vengono via via intricati nella rete del mercato mondiale e così si sviluppa in misura sempre crescente il carattere internazionale del regime capitalistico. Con la diminuzione costante del numero dei magnati del capitale che usurpano e monopolizzano tutti i vantaggi di questo processo di trasformazione, cresce la massa della miseria, della pressione, dell’asservimento, della degenerazione, dello sfruttamento, ma cresce anche la ribellione della classe operaia che sempre più s’ingrossa ed è disciplinata, unita e organizzata dallo stesso meccanismo del processo di produzione capitalistico. Il monopolio del capitale diventa un vincolo del modo di produzione, che è sbocciato insieme ad esso e sotto di esso. La centralizzazione dei mezzi di produzione e la socializzazione del lavoro raggiungono un punto in cui diventano incompatibili col loro involucro capitalistico. Ed esso viene spezzato. Suona l’ultima ora della proprietà privata capitalistica. Gli espropriatori vengono espropriati.
Il modo di appropriazione capitalistico che nasce dal modo di produzione capitalistico, e quindi la proprietà privata capitalistica, sono la prima negazione della proprietà privata individuale, fondata sul lavoro personale.
Ma la produzione capitalistica genera essa stessa, con l’ineluttabilità di un processo naturale, la propria negazione. È la negazione della negazione. E questa non ristabilisce la proprietà privata, ma invece la proprietà individuale fondata sulla conquista dell’era capitalistica, sulla cooperazione e sul possesso collettivo della terra e dei mezzi di produzione prodotti dal lavoro stesso.
La trasformazione della proprietà privata sminuzzata poggiante sul lavoro personale degli individui in proprietà capitalistica è naturalmente un processo incomparabilmente più lungo, più duro e più difficile della trasformazione della proprietà capitalistica, che già poggia di fatto sulla conduzione sociale della produzione, in proprietà sociale. Là si trattava dell’espropriazione della massa della popolazione da parte di pochi usurpatori, qui si tratta dell’espropriazione di pochi usurpatori da parte della massa del popolo[252].
NOTE
[189] In Italia dove la produzione capitalistica si sviluppa prima che altrove anche il dissolvimento dei rapporti di servitù della gleba ha luogo prima che altrove. Quivi il servo della gleba viene emancipato prima di essersi assicurato un diritto di usucapione sulla terra. Quindi la sua emancipazione lo trasforma subito in proletario eslege, che per di più trova pronti i nuovi padroni nelle città, tramandate nella maggior parte fin dall’età romana. Quando la rivoluzione del mercato mondiale dopo la fine del secolo XV distrusse la supremazia commerciale dell’Italia settentrionale, sorse un movimento in direzione opposta. Gli operai delle città furono spinti in massa nelle campagne e vi dettero un impulso mai veduto alla piccola coltura, con dotta sul tipo dell’orticoltura.
[190] « I piccoli proprietari fondiari che coltivavano i propri campi con le proprie braccia e godevano d’un modesto benessere... formavano allora una parte della nazione molto più importante di ora... Non meno di 160.000 proprietari fondiari, che con le loro famiglie devono aver costituito più di un settimo della popolazione totale, vivevano della coltivazione dei loro piccoli appezzamenti in freehold (proprietà libera da ogni specie di vincolo). L’entrata media di questi piccoli proprietari fondiari... viene stimata fra le 60 e le 70 sterline. È stato calcolato che il numero di coloro che coltivavano terreno proprio era maggiore di quello dei fittavoli su terreno altrui». MACAULAY, History of England, 10. ed., Londra, 1854, 1, pp. 333- 334. Ancora nell’ultimo terzo del secolo XVII i quattro quinti della massa della popolazione inglese erano agricoli (ivi, p. 413). Cito il Macaulay perchè da quel sistematico falsificatore della storia che è «circoncide» il più possibile dati di fatto del genere.
[191] Non si deve mai dimenticare che anche il servo della gleba era non soltanto proprietario, sia pure proprietario obbligato a tributi, dei piccoli appezzamenti di terreno annessi alla sua casa, ma anche comproprietario delle terre comunali. «Ivi (in Slesia) il contadino è servo della gleba». Cionondimeno quei serfs posseggono beni comunali. «Non si è potuto sinora indurre gli slesiani alla spartizione dei beni comunali, mentre nella Nuova Marca non vi è quasi villaggio nel quale questa spartizione non sia stata attuata con il maggior successo» (MIRABRAU, De la Monarchie Prussienne, Londra, 1788, vo II, pp. 125, 126).
[192] Il Giappone, con la sua organizzazione della proprietà fondiaria di tipo esclusivamente feudale e con la sua piccola proprietà contadina sviluppata, ci fornisce un quadro del Medioevo europeo molto più fedele di tutti i nostri libri di storia, dettati per lo più da pregiudizi borghesi. È troppo comodo essere e «liberali» a spese del Medioevo.
[193] Nella sua Utopia Tommaso Moro parla dello strano paese in cui «le pecore divorano gli uomini». Utopia, trad. Robinson, ed. Arber, Londra, 1869, p. 41.
193a Bacone espone il nesso fra un contadiname libero e agiato e una buona fanteria. «Importava straordinariamente per la potenza e la forza del regno avere affittanze d’una misura sufficiente a mantenere fuori della miseria uomini capaci, e vincolare saldamente una gran parte del suolo del regno in possesso alla yeomanry o a gente di condizione intermedia fra gentlemen e cottagers e servi di fattoria... Poichè è opinione generale dei più competenti nella strategia... che la forza principale di un esercito consiste nella fanteria o gente a piedi. Ma per formare una buona fanteria, c’è bisogno di gente che sia cresciuta non in maniera servile o misera, ma libera e in un certo benessere. Quando dunque uno Stato si distingue quindi soprattutto per i nobili e per i gentiluomini, e i coltivatori e i contadini sono semplicemente gli operai e i servi agricoli di costoro, oppure anche meri cottagers ossia mendicanti provvisti di alloggio, potrete avere una buona cavalleria, ma non mai buone e solide truppe di fanteria... E questo si vede in Francia e in Italia e in altri paesi stranieri, dove in effetto tutto è nobiltà o contadiname misero... tanto che essi sono costretti ad usare per i loro battaglioni di fanteria truppe mercenarie di svizzeri e simili: donde viene anche che quelle nazioni hanno molta popolazione e pochi soldati». (The Reign of Henry VII ecc., Verbatim Reprint from Kennet’s England, ed. 1719, Londra, 1870, p. 308).
[194] Dott. HUNTER, Public Health, Seventh Report, 1864, p. 134. «La superficie di terra che (nelle leggi antiche) veniva assegnata, sarebbe considerata oggi troppo vasta per gli operai e piuttosto adatta a trasformarli in piccoli fittavoli (farmers)». (GEORCE ROBERTS, The Social History of the People of the Southern Counties of England in past centuries, Londra, 1856, pp. 184, 185).
[195] «Il diritto del povero di partecipare alle decime della chiesa è stabilito dal tenore dei vecchi statuti» (TUCKETT, A History of the past and present State of the Labouring Population, vol. II, pp. 804, 805).
[196] WJLLIAM COBBETT, A History of the Protestant Reformation, paragrafo 471.
[197] «Lo spirito» protestante si riconosce, fra l’altro, dall’esempio seguente. Vari proprietari fondiari e fittavoli agiati dell’Inghilterra meridionale si riunirono in conciliabolo e stesero dieci questioni sulla retta interpretazione della legge sui poveri di Elisabetta, che presentarono per il parere ad un celebre giurista di quel tempo, il Sergeant [serviens ad legem: antica denominazione inglese, in volgare sergeant, per uno dei più alti titoli raggiungibili dai giurisperiti]. Snigge (più tardi giudice sotto Giacomo I). «Nona questione: alcuni fra i fittavoli più ricchi della parrocchia hanno escogitato un abile progetto col quale può essere eliminata ogni confusione nell’esecuzione dell’Atto. Propongono di costruire nella parrocchia una prigione. Ad ogni povero che non si vuol lasciar chiudere in detta prigione, sarà negata l’assistenza. Poi si manderà un avviso nei dintorni del tenore che se qualche persona è disposta a prendere in fitto i poveri di questa parrocchia, consegni, in un giorno dato, proposte sigillate, sul prezzo più basso al quale è disposta a liberarcene. Gli autori di questo progetto presuppongono che nelle contee vicinali ci siano persone che non han voglia di lavorare e sono senza patrimonio e senza credito per procurarsi un’affittanza o un podere in modo da poter vivere senza lavorare («so as to live without labour»). Costoro dovrebbero essere inclini a fare proposte molto favorevoli alla parrocchia. Se i poveri dovessero, qua e là, morire sotto la tutela dell’appaltatore, il peccato ricadrà su quest’ultimo, poichè la parrocchia avrebbe adempiuto i suoi doveri verso i poveri. Tuttavia temiamo che l’Atto presente non consenta nessuna misura prudenziale (prudential measure) del genere; ma dovete sapere che tutti gli altri freeholders di questa contea e della confinante si uniranno a noi per spingere i loro membri della Camera bassa a proporre una legge che permetta l’imprigionamento e il lavoro coatto dei poveri, cosicchè ogni persona che si opponga a essere rinchiusa non abbia più diritto ad alcun sussidio. Speriamo che ciò tratterrà le persone in miseria dal chiedere l’assistenza». («will prevent persons in distress from wanting relief»). R. Blakey, The History of Political Literature from the earliest times, Londra, 1855, voI. II, pp. 84, 85). In Scozia l’abolizione della servitù della gleba ha avuto luogo secoli dopo che in Inghilterra. Ancora nel 1698 Fletcher di Saltoun dichiarava nel parlamento scozzese: «Il numero dei mendicanti è stimato in Scozia non meno di duecentomila. L’unico rimedio che io, repubblicano per principio, posso proporre è di restaurare l’antico stato della servitù della gleba e di fare schiavi tutti quelli che non sono capaci di provvedere alla propria sussistenza». Così Eden, The State of the Poor, libro 1, cap. 1, pp. 60, 61. «Il pauperismo risale alla libertà degli agricoltori... Manifatture e commercio sono i veri genitori dei poveri della nostra nazione». Eden, come quello scozzese repubblicano per principio, sbaglia solo perchè non è l’abolizione della servitù della gleba, ma l’abolizione della proprietà che il coltivatore ha del suolo, a farne un proletario oppure un povero. Alle leggi inglesi sui poveri corrisponde in Francia, dove l’espropriazione si compì in altra maniera, l’ordinanza di Moulins, 1566, e l’editto del 1656.
[198] Il signor Rogers, benché allora fosse professore di economia politica all’università di Oxford, centro avito dell’ortodossia protestante, accentua nella sua prefazione alla History of Agriculture la pauperizzazione delle masse popolari operata dalla Riforma.
[199] A Letter to Sir T. C. Bunbury, Brt. : On the High Price of Provisions. By a Suffolk Gentleman, Ipswich, 1795, p. 4. Perfino il fanatico difensore del sistema delle grandi affittanze, autore della Inquiry into the Connection between the present Price of Provisions and the Size of Farms, ecc., Londra, 1773, p. 139, dichiara: «Lamento più di tutto la perdita della nostra yeomanry, quella schiera di uomini che in realtà mantenevano l’indipendenza di questa nazione; e mi rammarica vedere ora i loro terreni in mano a signori monopolizzatori e affittati a piccoli fittavoli, i quali conservano i loro titoli d’affitto a condizioni tali che stanno solo di poco meglio dei vassalli e debbono esser pronti a ubbidire alla chiamata tutte le volte che c’è qualche guaio».
[200] Sulla morale privata di questo eroe borghese, ecco fra l’altro: «Le grosse assegnazioni di terreni a Lady Orkney in Irlanda nel 1695 sono pubblica prova della simpatia del sovrano e dell’influsso della Lady... i preziosi servigi di Lady Orkney pare consistessero in... foeda labiorum ministeria». (Sloane Manuscript Collection nel British Museum, n. 4224. Il manoscritto è intitolato: The character and behaviour of King William, Sunderland ecc. as represented in Original Letters to the Duke of Shrewsbury from Somers, Halifax, Oxford, Secretary Vernon ecc. È pieno di cose curiose).
[201] «L’alienazione illegale dei beni della corona, in parte per vendita in parte per donazione, costituisce un capitolo scandaloso nella Storia inglese... una frode gigantesca ai danni della nazione (gigantic fraud on the nation)». (F. W. NEWMAN, Lectures on Political Economy, Londra, 1851, p. 130). (Si può seguire nei particolari come siano giunti ai loro possessi gli attuali grandi proprietari fondiari inglesi in [N. H. EVANS], Our old Nobility. By Noblesse Oblige, Londra, 1879. F. E).
[202] Si legga per esempio il pamphlet di E. Burke sulla casa ducale di Bedford, della quale é rampollo Lord John Russel, «the tomtit of liberalism» [la cinciallegra del liberalismo].
[203] «I fittavoli proibiscono ai cottagers (salariati agricoli con cottage, ma privi di terra) di mantenere qualsiasi creatura viva fuorché se stessi, col protesto che se tenessero bestiame o pollame, ruberebbero foraggio dai fienili. Dicono anche: mantenete poveri i cottagers e li manterrete laboriosi. Ma la verità è che i fittavoli usurpano a questo modo tutti i diritti sulle terre comuni». (A Political Inquiry into the Consequences of enclosing Waste Lands, Londra, 1785, p. 75).
[204] EDEN, The State of the Poor, prefazione [pp. XVII, XIX].
[205] Capital Farms (Two Letters on the Flour Trade and the Dearness of Corn. By a Person in Business, Londra, 1767, pp. 19, 20).
[206] Merchant Farms. An Inquiry into the Present High Prices of Provisions, Londra, 1767, p. 111, nota. Questo buon lavoro, uscito anonimo, è opera del Rev. Nathaniel Forster.
[207] TH0MAS WRIGHT, A short Address to the Public on the Monopoly of large Farms, 1779, pp. 2, 3.
[208] Rev. ADDINGTON, Inquiry into the Reasons for and against enclosing open fields, Londra, 1772, pp. 37-43 passim.
[209] Dott. R. PRICE, Observations on reversionar ypayments, vol. II, p. 155. Si leggano il Forster, l’Addington, il Kent, il Price e James Anderson, e si confrontino le miserabili chiacchiere da sicofante del MacCulloch nel suo catalogo The Literature of Political Economy, Londra, 1845.
[210] Dott. R. PRICE, Observations ecc., vol. II, pp. 147, 148.
[211] Observations ecc., pp. 159, 160. Viene in mente Roma antica. «... li ricchi applicatosi il più delle terre indivise e contando sul tempo lungo da che le ritenevano che niuno più le ritoglierebbe ad essi, aveansi acquistate le adiacenze e quanti vi erano piccoli fondi de’ poveri, ora persuasivamente per compera, ed ora colla violenza e coltivavano in luogo di poderi le grandi tenute, usandovi cultori e pastori comperati come schiavi, affinché la milizia non gli spiccasse dalla coltura, come se liberi fossero. Riusciva tale procedimento ad essi fruttuosissimo per la molta figliuolanza degli schiavi, ampliata fuori de’ pericoli per la esenzione dalla guerra; con che li facoltosi s’avean trasricchito, e la serie degli schiavi s’era moltiplicata per le campagne. Per contrario gl’Italiani s’avean pochezza di popolazione, malmenati dalla povertà, dai tributi, e da’ militari servigi. Da’ quali quando aveano riposo appassivan per ozio, appunto per questo, perché la campagna era nelle mani de’ facoltosi, e questi impiegavan gli schiavi, non gli uomini liberi a coltivarla». (APPIANO, Guerre civili, I, 7 [trad. it. Mario Mastrofini, Collana degli antichi storici greci volgarizzati, Milano, 1830]). Questo passo si riferisce all’età precedente la legge licinia. Il servizio militare, che tanto affrettò la rovina del plebeo romano, fu anche uno dei mezzi principali usati da Carlo Magno per favorire artificialmente la trasformazione dei liberi coltivatori tedeschi in servi e in servi della gleba.
[212] [J. ARBUTHNOT] An Inquiry into the Connection between the Present Prices of Provisions ecc., pp. 124, 129. Similmente, ma con tendenza opposta: «Gli operai vengono cacciati dai loro cottages e costretti a cercare occupazione nelle città; ma allora si ha un maggiore sovrappiù, e così il capitale viene aumentato». ([R. B. SEELEY], The Perils of the Nation, 2. ed., Londra, 1843, p. XIV).
[213] «A king of England might as well claim to drive all his subjects into the sea».(F. W. NEWMAN, Lectures on Political Economy, p. 132).
[214] Lo Steuart dice: «La rendita di queste terre» (egli attribuisce erroneamente questa categoria economica ai tributo dei taskmen [obbligati] al capo del clan) «è del tutto insignificante in confronto alla loro estensione, ma, per quanto riguarda il numero delle persone mantenute da una fattoria, si troverà forse che un appezzamento nelle terre alte scozzesi nutre dieci volte più persone che una terra dello stesso valore nelle province più ricche». (Works, vol. I, cap. XVI, p. 104).
[215] JAMES ANDERSON, Observations on the means of exciting a spirit of National Industry ecc., Edimburgo, 1777.
[216] Nel 1860 gente che era stata espropriata con la forza venne esportata nel Canada con false promesse. Alcuni fuggirono sulle montagne e sulle isole vicine. Vennero inseguiti dai poliziotti, vennero a corpo a corpo con questi e riuscirono a scappare.
[217] Buchanan, il commentatore di A. Smith, scrive nel 1814: «Nell’Alta Scozia l’antico stato della proprietà viene sovvertito con la forza giorno per giorno... Il landlord, senza riguardo ai fittavoli ereditari» (anche questa è una categoria applicata qui erroneamente) «offre la terra al maggior offerente, e se questi é un riformatore (improver) introduce subito un nuovo sistema di coltivazione. La terra, che prima era disseminata di piccoli contadini, si poteva dire popolata in proporzione del prodotto che dava; col nuovo sistema di coltivazione perfezionata e di rendite aumentate si ottiene il massimo prodotto possibile con le spese minori possibili, e a questo scopo si allontanano le braccia ora divenute inutili... Questa gente cacciata dalla terra natia cerca sussistenza nelle città di fabbrica ecc...» (DAVID BUCHANAN, Observations or, ecc. A. Smith’s Wealth of Nations, Edimburgo, 1814, vol. IV, p. 144). «I grandi di Scozia hanno espropriato famiglie come avrebbero estirpato la gramigna, hanno trattato interi villaggi e la loro popolazione come gli indiani trattano per vendetta le tane delle bestie feroci... L’uomo viene barattato per un vello di pecora, per una coscia di agnello, per meno ancora... Nell’assemblea dei mongoli, quando ebbero fatto irruzione nella Cina settentrionale, si propose di sterminare gli abitanti e di trasformare le terre in pascoli. Questa proposta è stata messa in atto da molti grandi landlords dell’Alta Scozia nella propria terra, contro i propri compatrioti». (GEORGE ENSOR, An Inquiry concerning the Population of Nations, Londra, 1818, pp. 215, 216).
[218] Quando l’attuale duchessa di Sutherland ricevette a Londra con grande sfarzo Mrs. Beecher-Stowe, autrice della Capanna dello zio Tom, per ostentare la sua simpatia per gli schiavi negri della repubblica americana — cosa ch’essa, assieme alle nobili donne sue compagne saggiamente tralasciò di fare durante la guerra civile, quando ogni «nobile» cuore inglese batteva per gli schiavisti —, io esposi nella New York Tribune le condizioni degli schiavi dei Sutherland (l’articolo è parzialmente riprodotto in Carey The Slave Trade, L.ondra, 1853, pp. 202, 203). Il mio articolo venne ristampato in un giornale scozzese e provocò una graziosa polemica fra quest’ultimo e i sicofanti dei Sutherland.
[219] Su questo commercio del pesce si trovano notizie interessanti in Portfolio, New series, del signor David Urquhart. Nassau W. Senior nel suo scritto postumo sopra citato definisce «la procedura nel Sutherlandshire come uno dei clearing più benefici a memoria d’uomo». (Journals, Conversations and Essays relating to Ireland, Londra, 1868).
219a Nelle «deer forests» (parchi da cervi e caprioli) di Scozia non vi è neppur un albero. Si cacciano via le pecore e si spingono i cervi su per le nude montagne e questa si chiama una o «deer forest». Dunque, nemmeno rimboschimento!
[220] ROBERT SOMERS, Letters from the Highlands; or, the Famine of 1847, Londra, 1848, pp. 12-28 passim. Queste lettere uscirono per la prima volta nel Times. Naturalmente gli economisti inglesi spiegavano la carestia dei gaelici del 1847 con la loro sovrappopolazione. Comunque i gaelici «premevano» sui mezzi di sussistenza a loro disposizione. Il «clearing of estates» o, com’era chiamato in Germania, il «Bauernlegen» si fece sentire in Germania particolarmente dopo la guerra dei Trent’anni e ancora nel 1790 provocò insurrezioni di contadini nella Sassonia elettorale. Vigeva soprattutto nella Germania orientale. Fu Federico II a garantire per primo diritti di proprietà ai contadini nella maggior parte delle province prussiane. Dopo la conquista della Slesia egli costrinse i proprietari fondiari a ricostruire le capanne, i fienili, ecc, e a rifornire i fondi dei contadini di bestiame e attrezzi. Aveva bisogno di soldati per il suo esercito e di sudditi tassabili per il tesoro del suo Stato. Del resto si può vedere dal passo seguente del suo ammiratore Mirabeau che vita piacevole conducesse il contadino sotto il disordine finanziario di Federico e sotto il suo guazzabuglio governativo di dispotismo, burocrazia e feudalesimo: «Il lino costituisce dunque una delle più grandi ricchezze del contadino nel nord della Germania. Disgraziatamente per la specie umana esso è soltanto una risorsa contro la miseria, non un mezzo di benessere. Le imposte dirette, le corvées e altre prestazioni di ogni genere schiacciano il contadino tedesco, tanto più che deve pagare per giunta imposte indirette su tutto quello che compera... e per colmo di rovina non osa vendere i suoi prodotti dove e come vuole: non osa comprare le cose delle quali ha bisogno dai mercanti che potrebbero fornirgliele al prezzo migliore. Tutte queste cause lo rovinano lentamente, ma sicuramente e non sarebbe in grado di pagare le imposte dirette, al momento della scadenza, senza la filatura; questa gli offre una risorsa dando un’occupazione utile alla moglie, ai figli, servi, garzoni e al contadino stesso; ma che vita dura anche con questo aiuto! D’estate, lavora come un forzato all’aratura e al raccolto; va a letto alle nove e si alza alle due per poter fare tutto il lavoro; d’inverno dovrebbe ristorare le forze con un riposo più lungo, ma se si disfà di derrate che occorrerebbe vendere per pagare le imposte, non gli rimane il grano per il pane e per la semina. Dunque bisogna filare per supplire al vuoto... e bisogna filare con estrema assiduità. Così d’inverno il contadino va a letto a mezzanotte o all’una e si alza alle cinque o alle sei; oppure va a letto alle nove e si alza alle due, tutti i giorni della sua vita, eccetto forse le domeniche. Questo eccesso di veglie e di lavoro logorano la natura umana, e da ciò viene che uomini e donne invecchiano molto prima nelle campagne che nelle città». (MIRABEAU De la Monarchie Prussienne, vol. III, p. 212 sgg.).
Aggiunta alla seconda edizione. Nel marzo del 1866, diciott’anni dopo la pubblicazione dello scritto di Robert Somers sopra citato, il professor Leone Levi tenne alla Society of Arts una conferenza sulla trasformazione dei pascoli da pecore in boscaglie da selvaggina, dove descrive il progresso della devastazione nell’Altopiano scozzese. Fra l’altro dice: «Spopolamento e trasformazione in semplice pascolo da pecore erano i mezzi più comodi per avere un’entrata senza spendere niente... Nell’Altopiano una deer forest divenne l’alternativa usuale al pascolo. Le pecore sono ora scacciate dalla selvaggina, come prima si erano cacciati gli uomini per far posto alle pecore... Si può camminare dalle terre del conte di Dalhousie nel Forfarshire fino a John o’Groats senza mai lasciare la boscaglia. In molte di queste boscaglie sono di casa la volpe, la lince, la martora, la puzzola, la donnola e la lepre alpina, mentre il coniglio, lo scoiattolo e il ratto vi sono arrivati da poco. Enormi distese di terreno che una volta figuravano nelle statistiche scozzesi come pascoli di eccezionale fertilità ed estensione, ora sono escluse da ogni coltivazione e da ogni miglioramento e sono dedicate unicamente al piacere di pochissimi cacciatori, che dura poi solo per un breve periodo ogni anno».
L’Economist di Londra del 2 giugno 1866 dice: «Un giornale scozzese comunica la settimana scorsa fra altre novità: “Una delle migliori fattorie da pecore nel Sutherlandshire, per la quale poco tempo fa era stato offerto, alla scadenza del contratto d’affitto in vigore, un canone annuo di 1200 sterline, viene trasformata in una deer forest! “. Ecco all’opera gli istinti feudali... come al tempo del conquistatore normanno... che distrusse trentasei villaggi per creare la Foresta Nuova... Due milioni di acri che includono alcuni dei terreni più fertili della Scozia sono letteralmente abbandonati. L’erba naturale del Glen Tilt contava fra le più nutrienti della contea di Perth; la deer forest di Ben Aulder era il miglior suolo foraggifero dell’ampio distretto di Badenoch; una parte della Black Mount forest era il pascolo scozzese più adatto per le pecore dal muso nero. Ci si può fare un’idea dell’estensione del terreno devastato per amore della caccia, se si pensa al fatto che questo comprende una superficie molto più grande di tutta la contea di Perth. La perdita che subisce il paese in fonti di produzione a causa di questa devastazione forzata si può valutare dal fatto che il terreno della forest di Ben Aulder poteva nutrire 15.000 pecore e che esso costituisce soltanto un trentesimo di tutta la riserva di caccia della Scozia... Tutta questa terra da caccia è completamente improduttiva.... avrebbe potuto alla stessa maniera essere sprofondata nelle onde del Mare del Nord. Questi deserti o terreni abbandonati improvvisati dovrebbero essere eliminati da un intervento deciso della legislazione».
[221] L’autore dell’Essay on Trade ecc, del 1770 osserva: «Sotto il governo di Edoardo VI sembra che gli inglesi si siano di fatto messi molto seriamente a incoraggiare le manifatture e a dare occupazione ai poveri. Lo vediamo da un notevole statuto secondo il quale tutti i vagabondi devono essere bollati a fuoco» ecc. (ivi, p. 8).
221a Tommaso Moro dice nella sua Utopia [ 41, 42]: « ... Senza giovare alla repubblica, anzi noiandola, rovinano le case, abbattono le terre per lasciare alle pecore più larghi paschi. Come se occupassero poco terreno le selve e i vivai, quei buoni uomini fanno dei luoghi abitati e coltivati un deserto. Così, perchè un insaziabile divoratore rinchiuda infiniti campi, sono cacciati i lavoratori, o con inganni privati dei loro beni, o con ingiurie continue astretti a venderli. Così pure sono i miseri forzati a partirsi, maschi e femmine, mogli e mariti, orfani e vedove, padri con i piccoli flgliuoli e famiglia piuttosto numerosa che ricca. Si partono, dico, dai soliti luoghi senz’aver dove ridursi; le povere masserizie sono vendute a vil prezzo; il quale poichè hanno in breve tempo consumato errando qua e là, che altro possono fare che rubare ed essere appiccati, vedete voi con qual giustizia? ovvero mendicare? Benché allora sono imprigionati come poltroni che non vogliono lavorare; e quantunque essi più che volentieri lavorerebbero, essendo condotti al lavoro» [Utopia di TOMMASO MORO cancelliere d’Inghilterra (trad. G. B. Doni), Milano, 1821, pp. 16-17]. Di questi poveri profughi, di cui Tommaso Moro dice che erano costretti a rubare, «72.000 grandi e piccoli ladri furono giustiziati sotto Enrico VIII» (HOLINSHED, Description of England, vol. I, p. 186). Ai tempi di Elisabetta «i vagabondi venivano impiccati in fila, ma di solito non trascorreva anno in cui non divenissero vittime della forca in un posto o nell’altro dai 300 ai 400 di loro» (STRYPE, Annals of the Reformation and Establishment of Religion, and other Various Occurrences in the Church of England during Queen Elisabeth’s Happy Reign, 2. ed., 1725, vol. II). Secondo lo stesso Strype, nel Somersetshire, in un solo anno, furono giustiziate 40 persone, bollate a fuoco 35, frustate 37, e 183 « bricconi disperati» a furono rilasciati. Tuttavia, egli dice, «questo grande numero di accusati non comprende un quinto dei delitti contro le persone, grazie alla noncuranza dei giudici di pace e alla sciocca pietà del popolo». E aggiunge: «Le altre contee d’Inghilterra non erano in una situazione migliore di quella del Somersetshire e molte si trovavano anche in condizioni peggiori».
[222] « Tutte le volte che il legislatore tenta di regolare le differenze fra gli imprenditori (masters) e i loro operai, i suoi consiglieri sono sempre gli imprenditori», dice A. Smith. «Lo spirito delle leggi è la proprietà», dice il Linguet.
[223] [J. B. BYLES], Sophisms of Free Trade. By a Barrister, Londra, 1850, p. 206. Egli aggiunge maliziosamente: «Eravamo sempre pronti a intervenire per il padrone. Non si può far niente per l’operaio? ».
[224] Da una clausola dello statuto di Giacomo I, 2, cap. 6, risulta che certi pannaioli si arrogavano di imporre ufficialmente la tariffa dei salari nei propri laboratori, nella loro qualità di giudici di pace. In Germania gli statuti per tener bassi i salari furono frequenti soprattutto dopo la guerra dei Trent’anni. «Molto fastidosa era pei proprietari fondiari, nelle terre spopolate, la mancanza di servitori e di operai. A tutti gli abitanti dei villaggi era proibito affittare camere a uomini e donne non sposati; tutti i residenti di questo tipo dovevano esser denunciati all’autorità e messi in prigione nel caso che non volessero diventare servitori, anche se si mantenevano con altra attività, se facevano la semina ai contadini a paga giornaliera, o se addirittura trafficavano col denaro e col grano (Privilegi e sanzioni imperiali per la Slesia, I, 125). Per tutt’un secolo nelle ordinanze dei principi territoriali continuano sempre a ritornare aspre lamentele sulla canaglia maligna e impertinente che non vuole adattarsi alle dure condizioni, non vuole accontentarsi del salario legale; al singolo proprietario fondiario viene proibito di dare più di quanto è stato stabilito per il territorio. Eppure dopo la guerra le condizioni del servizio sono a volte ancor migliori di quel che saranno cento anni dopo; ancora nel 1652 in Slesia la servitù aveva carne due volte alla settimana, e ancor nel nostro secolo nella stessa regione ci sono state delle circoscrizioni nelle quali la servitù aveva carne solo tre volte all’anno. Anche il salario giornaliero dopo la guerra dei Trenta anni era più elevato che nei secoli successivi» (G. FREYTAG, [Neue Bilder aus dem Leben des deutschen Volkes, Lipsia, 1862, pp. 34, 35]).
[225] L’articolo I di questa legge suona: «Poichè l’annullamento di ogni specie di corporazione di cittadini dello stesso ceto e della stessa professione è una delle basi fondamentali della costituzione francese, è proibito ristabilir di fatto, sotto qualunque pretesto e sotto qualunque forma». L’articolo IV dichiara: «Se dei cittadini che esercitano le stesse professioni, arti e mestieri prendono deliberazioni, fanno convenzioni tendenti a rifiutare d’accordo o a concedere soltanto a un prezzo determinato l’ausilio della loro industria o del loro lavoro, le dette deliberazioni e convenzioni... verranno dichiarate incostituzionali, attentati alla libertà e alla dichiarazione dei diritti dell’uomo ecc», cioè delitti contro lo Stato, proprio come negli antichi statuti operai (Révolutions de Paris, Parigi, 1791, voI. III, p. 523).
[226] BUCHEZ DE ROUX, Histoire Parlementaire, vol. X, pp. 193-195 passim.
[227] «Fittavoli», dice lo Harrison nella sua Description of England, «che prima trovavano difficile pagare quattro sterline di fitto, ora ne pagano quaranta, cinquanta, cento, e purtuttavia credono di aver fatto un cattivo affare se alla scadenza del contratto non hanno messo da parte la somma di sei o sette anni di fitto».
[228] Sull’influsso del deprezzamento del denaro nel secolo XVI su diverse classi della società: A Compendious or Briefe Examination of Certayne Ordinary complaints of Diverse of our Countrymen in these our Days. By W. S’., Gentleman. Londra, 1581. La forma dialogata di questo scritto contribuì a farlo attribuire per molto tempo a Shakespeare e a farlo ristampare ancora nel 1751 sotto il suo nome. Autore ne è William Stafford. A un certo punto il cavaliere (knight) ragiona come segue: Knight: «Voi, mio vicino, il contadino, voi, signor merciaio, e voi, compare ramaio, con gli altri artigiani, ve la sapete cavare abbastanza bene. Di tanto tutte le cose diventano più care di quel che erano, e di altrettanto voi aumentate i prezzi delle vostre merci e delle vostre attività che rivendete. Ma noi non abbiamo nulla da vendere che possa esser rialzato di prezzo, per compensare la spesa per le cose che dobbiamo comprare di nuovo». In un altro punto il cavaliere domanda al dottore: «Per favore, che specie di gente sono quelli che voi intendete dire? E, in primo luogo, quali sono secondo voi quelli che non avranno nessuna perdita? » — Il dottore: «Intendo dire tutti quelli che vivono comprando e vendendo, poichè se comprano caro, vendono poi altrettanto caro» — Il cavaliere: «Qual è la specie successiva di gente che, come voi dite, trarrà guadagno da ciò? » — Il dottore: «Eh, tutti quelli che hanno delle affittanze o delle fattorie in propria lavorazione (cioè coltivazione) all’antico canone d’affitto (rent), poichè dove pagano secondo il vecchio affitto, vendono secondo quello nuovo, il che significa che pagano pochissimo per la loro terra e vendono caro tutto quello che vi cresce... ». Il cavaliere: «Che specie di gente è quella che, come voi dite, avrà una perdita maggiore del guadagno di costoro? » — Il dottore: «Sono tutti i nobili, signori (noblemen, gentlemen) e tutti gli altri che vivono di rendita o di uno stipendio, o non lavorano (coltivano) essi stessi la loro terra o non si occupano di compra e vendita».
[229] In Francia il régisseur, l’amministratore e collettore delle prestazioni al signore feudale durante l’alto Medioevo, diventa presto un homme d’affaires che a furia di estorsioni, truffe ecc, si fa capitalista. Talvolta questi régisseurs erano perfino distinti signori. Per esempio: «Questo è il conto che messer Jacques de Thoraisse, cavalier castellano di Chasteillon su Besançon rende, al signore che tiene i conti a Digione per il duca e conte di Borgogna, circa le rendite appartenenti alla detta castellania dal venticinque dicembre MCCCLIX fino al ventotto dicembre MCCCLX » (ALEXIS MONTEIL, Histoire des Matériaux manuscrits ecc., vol. I, p. 234 sgg.). Si vede già qui come in tutte le sfere della vita sociale la parte del leone tocchi all’intermediario. Per esempio nel campo economico, finanzieri, agenti di Borsa, mercanti, piccoli bottegai scremano gli affari; nelle cause civili l’avvocato apella le parti; in politica il rappresentante conta più degli elettori, il ministro più del sovrano; nella religione Dio viene respinto nello sfondo dal «mediatore», e questi a sua volta è respinto indietro dal prete, che a sua volta è il mediatore inevitabile fra il buon pastore e le sue pecorelle. Anche in Francia, come in Inghilterra, i grandi territori feudali erano spartiti in un numero infinito di piccole fattorie, ma in condizioni incomparabilmente più sfavorevoli per la popolazione rurale. Durante il secolo XIV sorsero le affittanze, fermes o terriers. Il loro numero aumentò costantemente, da superare di molto le centomila. Pagavano un canone fondiario, in denaro o in natura, che variava dalla dodicesima alla quinta parte del prodotto. I terriers erano feudi, sottofeudi ecc. (fiefs, arriere-fiefs), a seconda dell’estensione e del valore delle proprietà; parecchi terriers contavano solo pochi arpents [iugero, bifolca] di terra. Tutti questi terriera esercitavano una qualche giurisdizione sui residenti; i gradi di questa giurisdizione erano quattro. Si comprende come fosse oppressa la popolazione rurale sotto tutti questi piccoli tiranni. Il Monteil dice che allora in Francia c’erano 160.000 tribunali, mentre oggi ne bastano 4.000 (comprese le corti di pace).
[230] Nelle sue Notions de Philosophie Naturelle, Parigi, I 83l
[231] Questo punto è sottolineato da Sir James Steuart.
[232] «Permetterò», dice il capitalista, «che voi abbiate l’onore di servirmi, a condizione che mi diate il poco che vi resta in cambio della fatica che sostengo nel comandarvi» (J. J. ROUSSEAU, Discours sur l’Économie Politique, [ Ginevra, 1760, p. 70]).
[233] MIRABEAU, De la Monarchie Prussienne sous Frédéric le Grand, Londra, 1788, vol. III, pp. 20-109 passim. Il Mirabeau ritiene i laboratori dispersi anche più economici e più produttivi di quelli «riuniti» , e vede in questi ultimi soltanto piante artificiali di serra sorte sotto la cura del governo dello Stato; ma questo si spiega con la situazione nella quale si trovava allora gran parte delle manifatture sul continente.
[234] «Venti libbre di lana trasformate senza dar nell’occhio nel fabbisogno annuo di vestiario di una famiglia operaia, per l’industriosità della famiglia stessa, nelle pause fra gli altri lavori.., questo non desta scalpore. Ma portate la lana sul mercato, mandatela nella fabbrica, poi dal sensale, poi dal commerciante; allora avrete grandi operazioni commerciali e capitale nominale impegnato venti volte maggiore dell’ammontare del valore di quella lana... Così la classe lavoratrice è sfruttata per mantenere una popolazione di fabbrica immiserita, una classe parassitaria di negozianti e un fittizio sistema commerciale, monetario e finanziario » (DAVID URQUHART, Familiar Words, p. 120).
[235] Qui l’età di Cromwell costituisce un’eccezione. Finchè durò la repubblica la massa della popolazione inglese di tutti gli strati si sollevò dalla degradazione nella quale era caduta sotto i Tudor.
[236] Il Tuckett sa che la grande industria laniera deriva dalle manifatture in senso proprio e dalla distruzione della manifattura rurale o domestica, con introduzione delle macchine. (TUCKETT, A History ecc., vol. I, pp. 139-144). «L’aratro, il giogo furono invenzione degli dèi e occupazione degli eroi: i telai, i fusi e il filatoio sono forse di origine meno nobile? Separate filatoio e aratro, fuso e giogo, e avrete fabbriche e case dei poveri, credito e panico, due nazioni nemiche, una agricola e una commerciale » (DAVID URQUHART, Familiar Words, p. 122). Ma ora arriva il Carey e accusa l’Inghilterra, certo non a torto, che essa fa del suo meglio per trasformare ogni altro paese in un puro e semplice popolo agricolo, il cui fabbricante sarebbe l’Inghilterra. Il Carey afferma che la Turchia è stata rovinata in questo modo perchè «ai proprietari e coltivatori della terra non stato mai permesso (dall’Inghilterra) di rafforzarsi con l’alleanza naturale fra aratro e telaio, fra martello e erpice» (The Slave Trade, p. 125). Secondo lui lo stesso Urquhart è uno degli agenti principali della rovina della Turchia, dove avrebbe fatto propaganda per il libero commercio nell’interesse dell’Inghilterra. Il più bello è che il Carey, che fra l’altro è un gran servo della Russia, vuole impedire questo processo di separazione proprio mediante quel sistema protezionistico che l’affretta.
[237] Gli economisti inglesi filantropi, come il Mill, il Rogers, Goldwin Smith, il Fawcett ecc, e fabbricanti liberali, come John Bright e consorti, domandano alla nobiltà fondiaria inglese, col tono di Dio quando domandava a Caino dov’era suo fratello Abele, dove sono finite le nostre migliaia di freeholders? Ma di dove mai siete venuti voi? Dalla distruzione di quei freeholders. Perchè non seguitate, domandando: dove sono finiti i tessitori, i filatori, gli artigiani indipendenti?
[238] Industriale qui sta in contrasto con agricolo. In senso «categorico» il fittavolo è capitalista industriale quanto il fabbricante.
[239] The Natural and Artificial Rights of Property Contrasted, Londra, 1832, pp. 98, 99. Autore di questo scritto anonimo è Th. Hodgskin.
[240] Perfino ancora nel 1794 i piccoli pannaioli di Leeds mandarono una deputazione al parlamento a presentare una petizione per una legge che proibisse a ogni commerciante di diventare fabbricante (Dott. AIKIN, Description -ecc.).
[241] WILLIAM HOWITT, Colonization and Christianity. A Popular History of the Treatment of the Natives by the Europeans in all their Colonies, Londra, 1838, p. 9. Sul trattamento degli schiavi si ha una buona compilazione in CHARLES COMTE, Traité de la Législation, 3. edizione, Bruxelles, 1837. Si deve studiare questa roba nei particolari per vedere a che cosa il borghese riduce se stesso e l’operaio, quando senza alcun impaccio può modellare il mondo a sua immagine e somiglianza.
[242] THOMAS STAMFORD RAFFLES, late Lieut. Governor of Java, History of Java and its dependencies, Londra, 1817.
[243] Nella sola provincia di Orissa, più di un milione di indù morì di fame nel 1866. Ciò nondimeno si cercò di arricchire la cassa dello Stato indiano con i prezzi ai quali si cedevano mezzi di sussistenza alla gente che stava per morir di fame.
243a William Cobbett osserva che in Inghilterra tutti gli istituti pubblici vengono designati come «regi», ma che in compenso c’era invece il debito «nazionale» (national debt).
243b «Se oggi i tartari inondassero l’Europa, sarebbe difficile render loro comprensibile che cosa sia, presso di noi, un finanziere». MONTESQUIEU, Esprit des Lois, vol. IV, p. 33, edizione di Londra, 1769.
[244] «Pourquoi aller chercher si loin la cause de l’éclat manufacturier de la Saxe avant la guerre! Cent quatre-vingt millions de dettes faites par les souverains! ». MIRABEAU, De la Monarchie Prussienne, vol. VI, p. 101.
[245] EDEN, The State of the Poor, vol. II, cap. I, p. 421.
[246] JOHN FIELDEN, The Curse of the Factory System, pp. 5, 6. Sulle infamie originarie del sistema delle fabbriche cfr. il dott. AIKIN (1795), Description of the Country from 30 to 40 miles round Manchester, p. 219, e GISBORNE, Inquiry into the Duties of Men, 1795, vol. II. Siccome la macchina a vapore trapiantò le fabbriche lontano dalle cascate della campagna, nel bel mezzo delle città, il facitore di plusvalore, così «desideroso di rinuncia», si trovò ormai sottomano il materiale infantile, senza bisogno della fornitura di schiavi a colpi di forza dalle workhouses. Quando Sir R. Peel (padre del « ministro della plausibilità») presentò nel 1815 il suo bill per la protezione dei fanciulli, F. Horner (lumen del comitato del bullion [metallo prezioso in verghe] e amico intimo del Ricardo) dichiarò alla Camera bassa: « È un fatto noto che una banda, se si potesse usare tale espressione, di ragazzi di fabbrica è stata pubblicamente messa all’asta e venduta al miglior offerente insieme agli altri effetti di usi bancarottiere. Due anni fa è arrivato davanti al King’s Bench [tribunale del re] un caso orribile. Si trattava di un certo numero di ragazzi. Una parrocchia di Londra li aveva consegnati a un fabbricante, che a sua volta li aveva passati a un altro. Alla fine erano stati trovati da alcune persone umanitarie in uno stato di affamamento assoluto. Un altro caso, ancor più atroce, era venuto a sua conoscenza quando era membro di un comitato parlamentare d’inchiesta Non molti anni fa una parrocchia di Londra e un fabbricante del Lancashire avevano concluso un contratto col quale si stipulava che il fabbricante doveva prendersi un idiota per ogni venti ragazzi sani ».
[247] Nel 1790 nelle Indie Occidentali inglesi c’erano dieci schiavi su un uomo libero, in quelle francesi quattordici su uno, in quelle olandesi ventitre su uno (HENRY BROUGHAM, An Inquiry in the Colonial Policy of the European Powers, Edimburgo, 1803, vol. II, p. 74).
[248] Il termine «labouring poor» si trova nelle leggi inglesi a cominciare dal momento in cui la classe dei salariati diventa degna di nota. I «labouring poor » sono in antitesi, da una parte, con gli «idle poor» [poveri oziosi], mendicanti ecc., dall’altra parte con gli operai che ancora non sono polli spennacchiati, ma sono proprietari dei loro mezzi di lavoro. Dalla legge il termine «labouring poor» è passato nell’economia politica, dal Culpeper, J. Child ecc, fino ad A. Smith e Eden. Da ciò si può giudicare la bonne foi dell’«execrable political cantmonger» [esecrabile ipocrita politico] Edmund Burke, quando dichiara che il termine «labouring poor» è «execrable political cant» [esecrabile ipocrisia politica]. Questo sicofante, che fece il romantico. contro la Rivoluzione francese al soldo dell’oligarchia inglese, allo stesso modo che aveva fatto il liberale nei confronti dell’oligarchia inglese al soldo delle colonie nordamericane agli inizi del movimento americano, era un volgare borghese fino alle midolla: «Le leggi del commercio sono le leggi della natura e di conseguenza le leggi di Dio» (E. BURKE, Thoughts and Details on Scarcity, pp. 31, 32). Non c’è da meravigliarsi che egli, fedele alle leggi della natura e di Dio, si sia venduto sempre al miglior offerente! Si trova negli scritti del Rev. Tucker — che era prete e tory, ma per il resto persona per bene e valente economista — un ottimo ritratto di questo Edmund Burke nel suo periodo liberale. Data l’infame codardia che regna oggi e crede devotissimamente alle «leggi del commercio», è dovere tornar sempre a bollare a fuoco i Burke, che si distinguono dai loro successori per una cosa sola —- il talento!
[249] MARIE AUGIER, Du Crédit Public [Parigi 1842, p. 265].
[250] « Il capitale», dice uno scrittore della Quarterly Review, «fugge il tumulto e la lite ed è timido per natura. Questo è verissimo, ma non è tutta la verità. Il capitale aborre la mancanza di profitto o il profitto molto esiguo, come la natura aborre il vuoto. Quando c’è un profitto proporzionato, il capitale diventa audace. Garantitegli il dieci per cento, e lo si può impiegare dappertutto; il venti per cento, - e diventa vivace; il cinquanta per cento, e diventa veramente temerario; per il cento per cento si mette sotto i piedi tutte le leggi umane; dategli il trecento per cento, e non ci sarà nessun crimine che esso non arrischi, anche pena la forca. Se il tumulto e le liti portano profitto, esso incoraggerà l’uno e le altre. Prova: contrabbando e tratta degli schiavi» (T. J. DUNNING, Trades’-Unions ecc., pp. 35, 36).
[251] «Noi ci troviamo in una situazione del tutto nuova per la società.., tendiamo a separare ogni specie di proprietà da ogni specie di lavoro». (SISMONDI, Nouveaux Principles de I’Èconomie Politique, vol. II, p. 434).
[252] «Il progresso dell’industria, del quale la borghesia è l’agente involontario e passivo, Sostituisce all’isolamento degli operai, risultante dalla concorrenza, la loro unione rivoluzionaria mediante l’associazione. Lo sviluppo della grande industria toglie dunque di sotto ai piedi della borghesia il terreno stesso sul quale essa produce e si appropria i prodotti. Essa produce innanzi tutto i suoi propri seppellitori. Il suo tramonto e la vittoria del proletariato sono ugualmente inevitabili... Di tutte le classi che oggi stanno di fronte alla borghesia, solo il proletariato è una classe veramente rivoluzionaria. Le altre classi decadono e periscono con la grande industria, mentre il proletariato ne è il prodotto più genuino. I ceti medi, il piccolo industriale, il piccolo negoziante, l’artigiano, il contadino, tutti costoro combattono la borghesia per salvare dalla rovina l’esistenza loro di ceti medi... Essi sono reazionari, essi tentano di far girare all’indietro la ruota della storia (KARL MARX e FRIEDRICH ENGELS, Manifest der komniunistischen Partei, Londra, 1848, pp. 9, 11.
AVVERTENZA PER IL LETTORE
Il testo del I libro del Capitale che viene qui riportato NON È UNA DELLE TRADUZIONI INTEGRALI DEL TESTO ORIGINALE che sono disponibili: esso infatti è una rivisitazione delle traduzioni esistenti (in italiano ed in francese) a cui sono state apportate le seguenti modifiche:
1 – negli esempi numerici, per facilitare la lettura, sono state cambiate le unità di misura e le grandezze;
2 – diversi dati richiamati nella forma di testo sono stati trasformati in tabelle ed in grafici;
3 – in alcuni esempi numerici le cifre decimali indicate sono state limitate a due e nel caso di numeri periodici, ad esempio 1/3 o 2/3, la cifra periodica è stata indicata ponendovi a fianco un apice (’).
Ci rendiamo conto che leggere un testo del Capitale in cui Marx formula esempi in Euro (€) invece che in Lire Sterline (Lst) o scellini potrebbe far sorridere e far pensare ad uno scherzo o ad una manipolazione che ha travisato il pensiero dell’Autore, avvertiamo invece il lettore che il testo è assolutamente fedele al pensiero originale e che ci siamo permessi di introdurre alcune “varianti” per consentire a coloro che non hanno dimestichezza con le unità di misura e monetarie inglesi di non bloccarsi di fronte a questa difficoltà e di facilitarne così la lettura o lo studio. In altre parti si è invece mantenuto le unità di misura e monetarie inglesi originali perchè la lettura non creava problemi di comprensione e per ragioni di fedeltà storica.
Ci facciamo altresì carico dell’osservazione che Engels ha formulato nelle “considerazioni supplementari” poste all’inizio del III Libro,laddove, di fronte alle molteplici interpretazioni del testo che vennero fatte dopo la prima edizione, sostiene: “Nella presente edizione ho cercato innanzitutto di comporre un testo il più possibile autentico, di presentare, nel limite del possibile, i nuovi risultati acquisiti da Marx, usando i termini stessi di Marx, intervenendo unicamente quando era assolutamente necessario, evitando che, anche in quest’ultimo caso, il lettore potesse avere dei dubbi su chi gli parla. Questo sistema è stato criticato; si è pensato che io avrei dovuto trasformare il materiale a mia disposizione in un libro sistematicamente elaborato, en faire un livre, come dicono i francesi, in altre parole sacrificare l’autenticità del testo alla comodità del lettore. Ma non è in questo senso che io avevo interpretato il mio compito. Per una simile rielaborazione mi mancava qualsiasi diritto; un uomo come Marx può pretendere di essere ascoltato per se stesso, di tramandare alla posterità le sue scoperte scientifiche nella piena integrità della sua propria esposizione. Inoltre non avevo nessun desiderio di farlo: il manomettere in questo modo perchè dovevo considerare ciò una manomissione l’eredità di un uomo di statura così superiore, mi sarebbe sembrato una mancanza di lealtà. In terzo luogo sarebbe stato completamente inutile. Per la gente che non può o non vuole leggere, che già per il primo Libro si è data maggior pena a interpretarlo male di quanto non fosse necessario a interpretarlo bene — per questa gente è perfettamente inutile sobbarcarsi a delle fatiche”.
Marx ed Engels non ce ne vogliano, ma posti di fronte alle molteplici “fughe” dallo studio da parte di persone che non possedevano una cultura accademica, fughe che venivano imputate alla difficoltà presentate dal testo, abbiamo deciso di fare uno “strappo” alle osservazioni di Engels, intervenendo in alcune parti avendo altresì cura di toccare il testo il meno possibile. Nel fare questo “strappo” eravamo tuttavia confortati dal fatto che, a differenza della situazione in cui Engels si trovava, oggi chi vuole accedere al testo “originale”, dispone di diverse edizioni in varie lingue.
Coloro che volessero accostarsi al testo originale in lingua italiana si consigliano le seguenti edizioni:
Il capitale, Le Idee, Editori Riuniti, traduzione di Delio Cantimori;
Il capitale, Edizione Einaudi, traduzione di Delio Cantimori;
Il capitale, Edizione integrale - I mammut – Newton Compton, a cura di Eugenio Sbardella.
Chi volesse accedere ad edizioni del Capitale e di altri testi di Marx in lingue estere, si propone di consultare il sito internet di seguito riportato:
http://www.marxists.org/xlang/marx.htm
venerdì 28 febbraio 2025
K.Marx,Manoscritti economico -filosofici: Il denaro.
Se i sentimenti, le passioni, ecc. dell'uomo non sono soltanto determinazioni antropologiche in senso [stretto], ma affermazioni veramente ontologiche dell'essenza (della natura), e se essi si affermano realmente solo per il fatto che il loro oggetto è per essi sensibile, si intende che: 1) il modo della loro affermazione non è per nulla unico ed identico, ma anzi il modo diverso di affermarsi costituisce la particolarità della loro esistenza, della loro vita; il modo con cui l'oggetto è per essi, è il modo particolare del loro godimento; 2) là dove l'affermazione sensibile è la soppressione immediata dell'oggetto nella sua forma per sé stante (mangiare, bere, lavorare un oggetto, ecc.), proprio là ha luogo l'affermazione dell'oggetto; 3) in quanto l'uomo è umano, e quindi anche il suo sentimento, ecc., è umano, l'affermazione dell'oggetto da parte di un altro è anche un godimento suo proprio; 4) solo attraverso l'industria in pieno sviluppo, cioè attraverso la mediazione della proprietà privata, l'essenza ontologica della passione umana diviene tanto nella sua totalità quanto nella sua umanità; la scienza dell'uomo è quindi essa stessa un prodotto dell'attuazione pratica che l'uomo fa di se stesso; 5) il senso della proprietà privata - liberata dalla sua estraniazione - è l'esistenza degli oggetti essenziali per l'uomo, tanto come oggetto di godimento quanto come oggetto di attività.
Il denaro, possedendo la caratteristica di comprar tutto, di appropriarsi di tutti gli oggetti, è dunque l'oggetto in senso eminente. L'universalità di questa sua caratteristica costituisce l'onnipotenza del suo essere; è tenuto per ciò come l'essere onnipotente... il denaro fa da mezzano tra il bisogno e l'oggetto, tra la vita e i mezzi di sussistenza dell'uomo. Ma ciò che media a me la mia vita, mi media pure l'esistenza degli altri uomini per me. Questo è per me l'altro uomo.
«Eh, diavolo! Certamente mani e piedi, testa e sedere son tuoi! Ma tutto quel che io mi posso godere allegramente, non è forse meno mio? Se posso pagarmi sei stalloni, le loro forze non sono le mie ? Io ci corro su, e sono perfettamente a mio agio come se io avessi ventiquattro gambe» (GOETHE, Faust, Mefistofele)1.
Shakespeare nel Timone di Atene:
«Oro? Oro giallo, fiammeggiante, prezioso? No, o dèi, non sono un vostro vano adoratore. Radici, chiedo ai limpidi cieli. Ce n'è abbastanza per far nero il bianco, brutto il bello, ingiusto il giusto, volgare il nobile, vecchio il giovane, codardo il coraggioso... Esso allontana... i sacerdoti dagli altari; strappa di sotto al capo del forte il guanciale. Questo giallo schiavo unisce e infrange le fedi; benedice i maledetti; rende gradita l'orrida lebbra; onora i ladri e dà loro titoli, riverenze, lode nel consesso dei senatori. È desso che fa risposare la vedova afflitta; colei che l'ospedale e le piaghe ulcerose fanno apparire disgustosa, esso profuma e prepara di nuovo giovane per il giorno d'aprile. Avanti, o dannato metallo, tu prostituta comune dell'umanità, che rechi la discordia tra i popoli...»
E più oltre:
«Tu dolce regicida, o caro divorzio tra padre e figlio, tu splendido profanatore del più puro letto coniugale, tu Marte valoroso, seduttore sempre giovane, fresco, amato, delicato, il cui rossore scioglie la neve consacrata nel grembo di Diana; tu, dio visibile, che fondi insieme strettamente le cose impossibili, e le costringi a baciarsi! Tu i parli in ogni lingua, per ogni intento [XLII]; o tu pietra di paragone di tutti i cuori, pensa, l'uomo, il tuo schiavo si ribella; e col tuo valore gettalo in una discordia che tutto confonda in modo che le bestie abbiano l'impero del mondo»2.
Shakespeare descrive l'essenza del denaro in modo veramente incisivo. Per comprenderlo, cominciamo dall'interpretazione del passo di Goethe.
Ciò che mediante il denaro è a mia disposizione, ciò che io posso pagare, ciò che il denaro può comprare, quello sono io stesso, il possessore del denaro medesimo, Quanto grande è il potere del denaro, tanto grande è il mio potere. Le caratteristiche del denaro sono le mie stesse caratteristiche e le mie forze essenziali, cioè sono le caratteristiche e le forze essenziali del suo possessore. Ciò che io sono e posso, non è quindi affatto determinato dalla mia individualità. Io sono brutto, ma posso comprarmi la più bella tra le donne. E quindi io non sono brutto, perché l'effetto della bruttezza, la sua forza repulsiva, è annullata dal denaro. Io, considerato come individuo, sono storpio, ma il denaro mi procura venti quattro gambe; quindi non sono storpio. Io sono un uomo malvagio, disonesto, senza scrupoli, stupido; ma il denaro è onorato, e quindi anche il suo possessore. Il denaro è il bene supremo, e quindi il suo possessore è buono; il denaro inoltre mi toglie la pena di esser disonesto; e quindi si presume che io sia onesto. Io sono uno stupido, ma il denaro è la vera intelligenza di tutte le cose; e allora come potrebbe essere stupido chi lo possiede? Inoltre costui potrà sempre comperarsi le persone intelligenti, e chi ha potere sulle persone intelligenti, non è più intelligente delle persone intelligenti? Io che col denaro ho la facoltà di procurarmi tutto quello a cui il cuore umano aspira, non possiedo forse tutte le umane facoltà ? Forse che il mio denaro non trasforma tutte le mie deficienze nel loro contrario ?
E se il denaro è il vincolo che mi unisce alla vita umana, che unisce a me la società, che mi collega con la natura e gli uomini, non è il denaro forse il vincolo di tutti i vincoli? Non può esso sciogliere e stringere ogni vincolo ? E quindi non è forse anche il dissolvitore universale ? Esso è tanto la vera moneta spicciola quanto il vero cemento, la forza galvano-chimica della società.
Shakespeare rileva nel denaro soprattutto due caratteristiche;
1) è la divinità visibile, la trasformazione di tutte le caratteristiche umane e naturali nel loro contrario, la confusione universale e l'universale rovesciamento delle cose. Esso fonde insieme le cose impossibili;
2) è la meretrice universale, la mezzana universale degli uomini e dei popoli.
La confusione e il rovesciamento di tutte le qualità umane e naturali, la fusione delle cose impossibili - la forza divina - propria del denaro risiede nella sua essenza in quanto è l'essenza estraniata, che espropria e si aliena, dell'uomo come essere generico. Il denaro è il potere alienato dell' umanità.
Quello che io non posso come uomo, e quindi quello che le mie forze essenziali individuali non possono, lo posso mediante il denaro. Dunque il denaro fa di ognuna di queste forze essenziali qualcosa che esso in sé non è, cioè ne fa il suo contrario.
Quando io ho voglia di mangiare oppure voglio servirmi della diligenza perché non sono abbastanza forte per fare il cammino a piedi, il denaro mi procura tanto il cibo quanto la diligenza, cioè trasforma i miei desideri da entità rappresentate e li traduce dalla loro esistenza pensata, rappresentata, voluta nella loro esistenza sensibile, reale, li traduce dalla rappresentazione nella vita, dall'essere rappresentato nell'essere reale. In quanto è tale mediazione, il denaro è la forza veramente creatrice.
La domanda esiste, sì, anche per chi non ha denaro, ma la sua domanda è un puro ente dell'immaginazione, che non ha nessun effetto, nessuna esistenza per me, per un terzo, per la [...]3[XLIII]; e quindi resta per me stesso irreale, privo di oggetto. La differenza tra la domanda che ha effetto, in quanto è fondata sul denaro, e la domanda che non ha effetto, in quanto è fondata soltanto sul mio bisogno, sulla mia passione, sul mio desiderio, ecc., è la stessa differenza che passa tra l'essere e il pensare, tra la semplice rappresentazione quale esiste dentro di me e la rappresentazione qual è per me come oggetto reale fuori di me.
Quando non ho denaro per viaggiare, non ho nessun bisogno, cioè nessun bisogno reale e realizzantesi di viaggiare. Se ho una certa vocazione per lo studio, ma non ho denaro per realizzarla, non ho nessuna vocazione per lo studio, cioè nessuna vocazione efficace, nessuna vocazione vera. Al contrario, se io non ho realmente nessuna vocazione per lo studio, ma ho la volontà e il denaro, ho una vocazione efficace. Il denaro, in quanto è il mezzo e il potere esteriore, cioè nascente non dall'uomo come uomo, né dalla società umana come società, in quanto è il mezzo universale e il potere universale di ridurre la rappresentazione a realtà e la realtà a semplice rappresentazione, trasforma tanto le forze essenziali reali, sia umane che naturali in rappresentazioni meramente astratte e quindi in imperfezioni, in penose fantasie, quanto, d'altra parte, le imperfezioni e le fantasie reali, le forze essenziali realmente impotenti, esistenti soltanto nell'immaginazione dell'individuo, in forze essenziali reali e in poteri reali. Già in base a questa determinazione il denaro è dunque l'universale rovesciamento delle individualità, rovesciamento che le capovolge nel loro contrario e alle loro caratteristiche aggiunge caratteristiche che sono in contraddizione con quelle.
Sotto forma della potenza sovvertitrice qui descritta il denaro si presenta poi anche in opposizione all'individuo e ai vincoli sociali, ecc., che affermano di essere entità per se stesse. Il denaro muta la fedeltà in infedeltà, l'amore in odio, l'odio in amore, la virtù in vizio, il vizio in virtù, il servo in padrone, il padrone in servo, la stupidità in intelligenza, l'intelligenza in stupidità.
Poiché il denaro, in quanto è il concetto esistente e in atto del valore, confonde e inverte ogni cosa, è la universale confusione e inversione di tutte le cose, e quindi il mondo rovesciato, la confusione e l'inversione di tutte le qualità naturali ed umane.
Chi può comprare il coraggio, è coraggioso anche se è vile. Siccome il denaro si scambia non con una determinata qualità, né con una cosa determinata, né con alcuna delle forze essenziali dell'uomo, ma con l'intero mondo oggettivo, umano e naturale, esso quindi, considerato dal punto di vista del suo possessore, scambia le caratteristiche e gli oggetti gli uni con gli altri, anche se si contraddicono a vicenda. È la fusione delle cose impossibili; esso costringe gli oggetti contraddittori a baciarsi. Se presupponi l'uomo come uomo e il suo rapporto col mondo come un rapporto umano, potrai scambiare amore soltanto con amore, fiducia solo con fiducia, ecc. Se vuoi godere dell'arte, devi essere un uomo artisticamente educato; se vuoi esercitare qualche influsso sugli altri uomini, devi essere un uomo che agisce sugli altri uomini stimolandoli e sollecitandoli realmente. Ognuno dei tuoi rapporti con l'uomo, e con la natura, dev'essere una manifestazione determinata e corrispondente all'oggetto della tua volontà, della tua vita individuale nella sua realtà. Se tu ami senza suscitare una amorosa corrispondenza, cioè se il tuo amore come amore non produce una corrispondenza d'amore, se nella tua manifestazione vitale di uomo amante non fai di te stesso un uomo amato, il tuo amore è impotente, è un'infelicità.
mercoledì 26 febbraio 2025
Shakespeare, Poesie d'amore
16 Poesie d’Amore di Shakespeare.
Sonetto 145
Quelle labbra che Amor creò con le sue mani
bisbigliarono un suono che diceva “Io odio”
a me, che per amor suo languivo:
ma quando ella avvertì il mio penoso stato,
subito nel suo cuore scese la pietà
a rimproverar la lingua che sempre dolce
soleva esprimersi nel dar miti condanne;
e le insegnò a parlarmi in altro modo,
“Io odio” ella emendò con un finale,
che le seguì come un sereno giorno
segue la notte che, simile a un demonio,
dal cielo azzurro sprofonda nell’inferno.
Dalle parole “Io odio” ella scacciò ogni odio
e mi salvò la vita dicendomi “non te”.
Sonetto 10
È infamia il tuo negare amore verso gli altri
tu che per te stesso sei così inaccorto.
Si può ammettere, se vuoi, che sei da molti amato
ma è molto più evidente che tu non ami alcuno:
sei tanto posseduto da odio distruttore
che neppur contro te stesso esiti a tramare,
portando alla rovina una splendida dimora
che per tuo desiderio dovresti rinsaldare.
Muta il tuo pensiero affinché io muti il mio sentire!
Dev’essere meglio accolto l’odio dell’amore?
Sii piacente e generoso come la tua persona
o prova a te stesso almeno il tuo nobil cuore:
fa’, per amor mio, che un altro te abbia vita
affinché la tua bellezza continui a rifiorire.
Sonetto 47
I miei occhi e il cuore son venuti a patti
ed or ciascuno all’altro il suo ben riversa:
se i miei occhi son desiosi di uno sguardo,
o il cuore innamorato si distrugge di sospiri,
gli occhi allor festeggian l’effigie del mio amore
e al fantastico banchetto invitano il mio cuore;
un’altra volta gli occhi son ospiti del cuore
che a lor partecipa il suo pensier d’amore.
Così, per la tua immagine o per il mio amore,
anche se lontano sei sempre in me presente;
perché non puoi andare oltre i miei pensieri
e sempre io son con loro ed essi son con te;
o se essi dormono, in me la tua visione
desta il cuore mio a delizia sua e degli occhi.
Sonetto 116
Non sia mai ch’io ponga impedimenti
all’unione di anime fedeli; Amore non è Amore
se muta quando scopre un mutamento
o tende a svanire quando l’altro s’allontana.
Oh no! Amore è un faro sempre fisso
che sovrasta la tempesta e non vacilla mai;
è la stella-guida di ogni sperduta barca,
il cui valore è sconosciuto, benché nota la distanza.
Amore non è soggetto al Tempo, pur se rosee labbra e gote
dovran cadere sotto la sua curva lama;
Amore non muta in poche ore o settimane,
ma impavido resiste al giorno estremo del giudizio:
se questo è errore e mi sarà provato,
io non ho mai scritto, e nessuno ha mai amato.
Sonetto 88
Quando avrai deciso di non stimarmi più
ed esporrai i miei meriti al pubblico disprezzo,
contro me stesso combatterò al tuo fianco
e proverò che sei sincero pur sapendoti spergiuro.
Conoscendo a fondo ogni mia mancanza,
a tuo sostegno potrei portare a conoscenza
colpe nascoste di cui mi son macchiato,
affinché perdendomi tu possa averne gloria:
e in tal modo anch’io ne sarei gratificato:
perché volgendo a te ogni mio pensier d’amore,
le gravi accuse che imputerò a me stesso,
dando a te un vantaggio, doppio per me sarà.
Il mio amore è così grande, talmente ti appartengo,
che per la tua ragione sopporterò ogni torto.
Non ti amo con i miei occhi
Per la verità, io non ti amo coi miei occhi,
perché essi vedono in te un mucchio di difetti;
ma è il mio cuore che ama quel che loro disprezzano
e, apparenze a parte, ne gode alla follia.
Né i miei orecchi delizia il timbro della tua voce,
né la mia sensibilità è incline a vili toccamenti,
né il mio gusto e l’olfatto bramano l’invito
al banchetto dei sensi con te soltanto.
Ma né i miei cinque spiriti, né i miei cinque sensi
possono dissuadere questo mio sciocco cuore dal tuo servizio,
avendo ormai perso ogni sembianza umana,
ridotto a schiavo e misero vassallo del tuo superbo cuore.
Solo in questo io considero la mia peste un bene:
che chi mi fa peccare, m’infligge pure la penitenza.
Sonetto 130
Gli occhi della mia donna non sono come il sole;
il corallo è molto più rosso delle sue labbra:
se la neve è bianca, allora perché i suoi seni sono grigi?
Se i capelli devono essere filamenti, fili neri crescono sulla sua testa
Ho visto rose variegate, rosse e bianche,
ma non ho visto alcuna rosa sulle sue guance;
e c’è più delizia in altri profumi
che nell’alito che il mio amore esala.
mi piace sentirla parlare, perché so
che la sua voce, per me, è come musica;
quando la vidi non mi sembrò una dea:
la mia donna, quando cammina, non ha grazia.
E nonostante ciò, il mio amore è cosi raro
come se lei fosse stata elogiata da falsi paragoni.
Sonetto 142
Amore è il mio peccato e odio la tua miglior virtù:
odio del mio peccato, fondato su amor colpevole.
Oh ma confronta il mio stato al tuo
e scoprirai che il mio non merita rimprovero;
o se lo merita, non da quelle labbra tue
che hanno profanato il carminio che le adorna
e al pari delle mie suggellato falso amore,
sottraendo a letti altrui i lor legittimi piaceri.
Sia mio diritto amarti, come tu ami quelli
che i tuoi occhi anelano quanto i miei ti tediano:
radica nel tuo cuor pietà, affinché crescendo,
possa la tua pietà meritare d’essere pietita.
Se cercherai di avere quanto tu or rifiuti
dal tuo stesso esempio potrà esserti negato.
Sonetto 18
Posso paragonarti a un giorno d’estate?
Tu sei più amabile e più tranquillo.
Venti forti scuotono i teneri boccioli di Maggio,
e il corso dell’estate ha fin troppo presto una fine.
Talvolta troppo caldo splende l’occhio del cielo,
e spesso la sua pelle dorata s’oscura;
ed ogni cosa bella la bellezza talora declina,
spogliata per caso o per il mutevole corso della natura.
Ma la tua eterna estate non dovrà svanire,
né perder la bellezza che possiedi,
né dovrà la morte farsi vanto che tu vaghi nella sua ombra,
quando in eterni versi nel tempo tu crescerai:
finché uomini respireranno o occhi potran vedere,
queste parole vivranno, e daranno vita a te.
Sonetto 57
Essendo schiavo tuo, che altro potrei fare
se non servir ore e momenti di ogni tuo volere?
Non è prezioso il tempo che io ho da spendere,
né servigi da rendere finché tu non li chieda.
Né oso io dolermi di quei momenti senza fine
mentre, mio signore, guardo l’ora in tua attesa,
né giudico esasperante l’amarezza dell’assenza
quando al tuo servitore tu hai detto addio.
Né oso domandare al mio pensier geloso
ove tu possa essere o supporre cosa stia facendo,
ma in triste schiavitù io aspetto e solo penso
quanto tu renda felice chi ti sta vicino.
L’amore è così sciocco che in ogni tuo piacere,
qualunque sia il tuo agire, non crede in alcun male.
Sonetto 29
Quando, inviso alla fortuna e agli uomini,
in solitudine piango il mio reietto stato
ed ossessiono il sordo cielo con futili lamenti
e valuto me stesso e maledico il mio destino:
volendo esser simile a chi è più ricco di speranze,
simile a lui nel tratto, come lui con molti amici
e bramo l’arte di questo e l’abilità di quello,
per nulla soddisfatto di quanto mi è più caro:
se quasi detestandomi in queste congetture
mi accade di pensarti, ecco che il mio spirito,
quale allodola che s’alzi al rompere del giorno
dalla cupa terra, eleva canti alle porte del cielo;
quel ricordo del tuo dolce amor tanto m’appaga
ch’io più non muto l’aver mio con alcun regno.
Sonetto 46
I miei occhi e il cuore sono in conflitto estremo
per contendersi l’immagine della tua persona:
gli occhi al cuor vorrebbero celare la tua effigie,
agli occhi il cuor contesta la libertà di tal diritto.
Il cuore a difesa adduce che tu dimori in lui
– un tempio mai violato da sguardi penetranti –
ma gli accusati negano tal dissertazione,
dicendo che in loro giace il tuo bel sembiante.
Per attribuir questo diritto si convoca in giuria
un esame dei pensieri che al cuore son fedeli,
e per verdetto loro viene aggiudicata
la parte dei puri occhi e quella del caro cuore:
così: agli occhi spetta la tua esteriorità,
e diritto del mio cuore è il tuo profondo amore.
All’amata
Se leggi questi versi,
dimentica la mano che li scrisse:
t’amo a tal punto
che non vorrei restar
nei tuoi dolci pensieri,
se il pensare a me
ti facesse soffrire.
Sonetto 109
No, non dire mai che il mio cuore è stato falso
anche se l’assenza sembrò ridurre la mia fiamma;
come non è facil ch’io mi stacchi da me stesso,
così è della mia anima che vive nel tuo petto:
quello è il rifugio mio d’amore; se ho vagato
come chi viaggia, io di nuovo lì ritorno
fedelmente puntuale, non mutato dagli eventi,
tanto ch’io stesso porto acqua alle mie colpe.
Non credere mai, pur se in me regnassero
tutte le debolezze che insidiano la carne,
ch’io mi possa macchiare in modo tanto assurdo
da perdere per niente la somma dei tuoi pregi:
perché niente io chiamo questo immenso universo
tranne te, mia rosa; in esso tu sei il mio tutto.
Sonetto 1
Alle meraviglie del creato noi chiediam progenie
perché mai si estingua la rosa di bellezza,
e quando ormai sfiorita un dì dovrà cadere,
possa un suo germoglio continuarne la memoria:
ma tu, solo devoto ai tuoi splendenti occhi,
bruci te stesso per nutrir la fiamma di tua luce
creando miseria là dove c’è ricchezza,
tu nemico tuo, troppo crudele verso il tuo dolce io.
Ora che del mondo sei tu il fresco fiore
e l’unico araldo di vibrante primavera,
nel tuo stesso germoglio soffochi il tuo seme
e, giovane spilorcio, nell’egoismo ti distruggi.
Abbi pietà del mondo o diverrai talmente ingordo
da divorar con la tua morte quanto a lui dovuto.
Sonetto 22
Lo specchio non mi convincerà che sono vecchio,
finché tu e giovinezza avrete la stessa età;
ma quando in te io scorgerò i solchi del tempo
attenderò che morte dia pace ai giorni miei.
Poiché tutta la bellezza che ti inonda
altro non è che degna veste del mio cuore
che vive nel tuo petto, come il tuo nel mio:
come potrei dunque esser io più vecchio?
Perciò, amore, abbi cura di te stesso
così come io farò, non per me, ma per te
custodendo il tuo cuore che terrò così prezioso
qual tenera nutrice il suo bimbo da mal protegga.
Non sperare nel tuo cuore quando il mio sarà distrutto:
tu mi hai donato il tuo non per averlo indietro.
Sonetto 73
In me tu vedi quel periodo dell’anno
quando nessuna o poche foglie gialle ancor resistono
su quei rami che fremon contro il freddo,
nudi archi in rovina ove briosi cantarono gli uccelli.
In me tu vedi il crepuscolo di un giorno
che dopo il tramonto svanisce all’occidente
e a poco a poco viene inghiottito dalla notte buia,
ombra di quella vita che tutto confina in pace.
In me tu vedi lo svigorire di quel fuoco
che si estingue fra le ceneri della sua gioventù
come in un letto di morte su cui dovrà spirare,
consunto da ciò che fu il suo nutrimento.
Questo in me tu vedi, perciò il tuo amor si accresce
per farti meglio amare chi dovrai lasciar fra breve.
Sonetto 91
Vi è chi vanta la propria nascita, chi l’ingegno,
chi la ricchezza, chi la forza fisica,
chi il vestire alla moda anche se stravagante,
chi vanta falchi e cani e chi i cavalli.
E ogni temperamento ha una sua tendenza innata
in cui trova una gioia superiore al resto;
ma queste piccolezze non s’addicon al mio metro:
io tutte le miglioro in un solo immenso bene.
Per me il tuo amore è meglio di nobili natali,
più ricco della ricchezza, più fiero dell’eleganza,
di maggior diletto dei falchi o dei cavalli
e avendo te, di ogni vanto umano io mi glorio:
sfortunato solo in questo, che tu puoi togliermi
ogni cosa e far di me l’essere più misero.
Albert Einstein, Perchè il socialismo?
Perché il socialismo?
di Albert Einstein
Albert Einstein è il fisico di fama mondiale. Questo articolo è stato originariamente pubblicato nel primo numero di Monthly Review (maggio 1949). Successivamente è stato pubblicato nel maggio 1998 per commemorare il primo numero del cinquantesimo anno di MR .
- GLI EDITORI
È consigliabile che uno che non è un esperto di questioni economiche e sociali esprima opinioni sul tema del socialismo? Credo che lo sia per una serie di ragioni.
Consideriamo prima la questione dal punto di vista della conoscenza scientifica. Potrebbe sembrare che non ci siano differenze metodologiche essenziali tra astronomia ed economia: gli scienziati in entrambi i campi tentano di scoprire leggi di accettabilità generale per un gruppo circoscritto di fenomeni al fine di rendere l'interconnessione di questi fenomeni il più chiaramente comprensibile possibile. Ma in realtà tali differenze metodologiche esistono. La scoperta di leggi generali nel campo dell'economia è resa difficile dalla circostanza che i fenomeni economici osservati sono spesso influenzati da molti fattori che sono molto difficili da valutare separatamente. Inoltre, l'esperienza accumulata dall'inizio del cosiddetto periodo civilizzato della storia umana è stata - come è noto - largamente influenzata e limitata da cause di natura non esclusivamente economica. Ad esempio, la maggior parte dei principali stati della storia doveva la propria esistenza alla conquista. I popoli conquistatori si stabilirono, legalmente ed economicamente, come la classe privilegiata del paese conquistato. Presero per sé il monopolio della proprietà terriera e nominarono un sacerdozio tra i loro ranghi. I sacerdoti, responsabili dell'istruzione, trasformarono la divisione di classe della società in un'istituzione permanente e crearono un sistema di valori in base al quale le persone furono da allora in poi, in larga misura inconsciamente, guidate nel loro comportamento sociale. la maggior parte dei principali stati della storia deve la propria esistenza alla conquista. I popoli conquistatori si stabilirono, legalmente ed economicamente, come la classe privilegiata del paese conquistato. Presero per sé il monopolio della proprietà terriera e nominarono un sacerdozio tra i loro ranghi. I sacerdoti, responsabili dell'istruzione, trasformarono la divisione di classe della società in un'istituzione permanente e crearono un sistema di valori in base al quale le persone furono da allora in poi, in larga misura inconsciamente, guidate nel loro comportamento sociale. la maggior parte dei principali stati della storia deve la propria esistenza alla conquista. I popoli conquistatori si stabilirono, legalmente ed economicamente, come la classe privilegiata del paese conquistato. Presero per sé il monopolio della proprietà terriera e nominarono un sacerdozio tra i loro ranghi. I sacerdoti, responsabili dell'istruzione, trasformarono la divisione di classe della società in un'istituzione permanente e crearono un sistema di valori in base al quale le persone furono da allora in poi, in larga misura inconsciamente, guidate nel loro comportamento sociale.
Ma la tradizione storica è, per così dire, di ieri; da nessuna parte abbiamo davvero superato quella che Thorstein Veblen chiamava "la fase predatoria" dello sviluppo umano. I fatti economici osservabili appartengono a quella fase e anche le leggi che possiamo derivarne non sono applicabili ad altre fasi. Poiché il vero scopo del socialismo è proprio quello di superare e andare oltre la fase predatoria dello sviluppo umano, la scienza economica nel suo stato attuale può gettare poca luce sulla società socialista del futuro.
In secondo luogo, il socialismo è diretto verso un fine etico-sociale. La scienza, tuttavia, non può creare fini e, ancor meno, instillarli negli esseri umani; la scienza, al massimo, può fornire i mezzi per raggiungere certi fini. Ma i fini stessi sono concepiti da personalità con alti ideali etici e - se questi fini non sono nati morti, ma vitali e vigorosi - sono adottati e portati avanti da quei tanti esseri umani che, quasi inconsciamente, determinano la lenta evoluzione della società.
Per questi motivi, dovremmo stare attenti a non sopravvalutare la scienza e i metodi scientifici quando si tratta di problemi umani; e non dovremmo presumere che gli esperti siano gli unici ad avere il diritto di esprimersi su questioni che riguardano l'organizzazione della società.
Innumerevoli voci affermano da tempo che la società umana sta attraversando una crisi, che la sua stabilità è stata gravemente frantumata. È caratteristico di una tale situazione che gli individui si sentano indifferenti o addirittura ostili nei confronti del gruppo, piccolo o grande, a cui appartengono. Per illustrare il mio significato, lasciatemi registrare qui un'esperienza personale. Di recente ho discusso con un uomo intelligente e ben disposto la minaccia di un'altra guerra, che a mio parere metterebbe seriamente in pericolo l'esistenza dell'umanità, e ho osservato che solo un'organizzazione sovranazionale offrirebbe protezione da quel pericolo. Allora il mio visitatore, con molta calma e freddezza, mi disse: "Perché sei così profondamente contrario alla scomparsa della razza umana?"
Sono sicuro che fino a un secolo fa nessuno avrebbe fatto una dichiarazione del genere con tanta leggerezza. È l'affermazione di un uomo che ha cercato invano di raggiungere un equilibrio dentro di sé e ha più o meno perso la speranza di riuscire. È l'espressione di una dolorosa solitudine e isolamento di cui tante persone stanno soffrendo in questi giorni. Qual è la causa? C'è una via d'uscita?
È facile sollevare domande del genere, ma è difficile rispondere con un certo grado di sicurezza. Devo provarci, tuttavia, come meglio posso, anche se sono molto consapevole del fatto che i nostri sentimenti e le nostre aspirazioni sono spesso contraddittori e oscuri e che non possono essere espressi con formule facili e semplici.
L'uomo è, allo stesso tempo, un essere solitario e un essere sociale. Come essere solitario, cerca di proteggere la propria esistenza e quella di coloro che gli sono più vicini, di soddisfare i suoi desideri personali e di sviluppare le sue capacità innate. Come essere sociale, cerca di ottenere il riconoscimento e l'affetto dei suoi simili, di condividere i loro piaceri, di confortarli nei loro dolori e di migliorare le loro condizioni di vita. Solo l'esistenza di questi sforzi vari, spesso contrastanti, spiega il carattere speciale di un uomo, e la loro combinazione specifica determina la misura in cui un individuo può raggiungere un equilibrio interiore e può contribuire al benessere della società. È del tutto possibile che la forza relativa di queste due pulsioni sia, principalmente, fissata dall'eredità. Ma la personalità che finalmente emerge è in gran parte formata dall'ambiente in cui un uomo capita di trovarsi durante il suo sviluppo, dalla struttura della società in cui cresce, dalla tradizione di quella società e dalla sua valutazione di tipi particolari. di comportamento. Il concetto astratto di "società" significa per il singolo essere umano la somma totale dei suoi rapporti diretti e indiretti con i suoi contemporanei e con tutte le persone delle generazioni precedenti. L'individuo è in grado di pensare, sentire, lottare e lavorare da solo; ma dipende così tanto dalla società - nella sua esistenza fisica, intellettuale ed emotiva - che è impossibile pensare a lui, o capirlo, al di fuori della struttura della società. È la "società" che fornisce all'uomo cibo, vestiario, una casa, gli strumenti di lavoro, il linguaggio, le forme di pensiero, e la maggior parte del contenuto del pensiero; la sua vita è resa possibile dal lavoro e dai risultati dei molti milioni di passati e presenti che sono tutti nascosti dietro la piccola parola "società".
È evidente, quindi, che la dipendenza dell'individuo dalla società è un fatto di natura che non può essere abolito, proprio come nel caso delle formiche e delle api. Tuttavia, mentre l'intero processo vitale delle formiche e delle api è fissato nei minimi dettagli da istinti rigidi ed ereditari, il modello sociale e le interrelazioni degli esseri umani sono molto variabili e suscettibili di cambiamento. La memoria, la capacità di fare nuove combinazioni, il dono della comunicazione orale hanno reso possibili nell'essere umano sviluppi non dettati da necessità biologiche. Tali sviluppi si manifestano in tradizioni, istituzioni e organizzazioni; in letteratura; nelle realizzazioni scientifiche e ingegneristiche; in opere d'arte. Questo spiega come accade che, in un certo senso, l'uomo possa influenzare la propria vita attraverso la propria condotta,
L'uomo acquisisce alla nascita, per eredità, una costituzione biologica che dobbiamo considerare fissa e inalterabile, comprese le pulsioni naturali che sono caratteristiche della specie umana. Inoltre, durante la sua vita, acquisisce una costituzione culturale che adotta dalla società attraverso la comunicazione e molti altri tipi di influenze. È questa costituzione culturale che, con il passare del tempo, è soggetta a mutamenti e che determina in larga misura il rapporto tra individuo e società. L'antropologia moderna ci ha insegnato, attraverso l'indagine comparativa delle cosiddette culture primitive, che il comportamento sociale degli esseri umani può differire notevolmente, a seconda dei modelli culturali prevalenti e dei tipi di organizzazione che predominano nella società.
Se ci chiediamo come cambiare la struttura della società e l'atteggiamento culturale dell'uomo per rendere la vita umana il più soddisfacente possibile, dovremmo essere costantemente consapevoli del fatto che ci sono alcune condizioni che non siamo in grado di modificare. Come accennato prima, la natura biologica dell'uomo non è, per tutti gli scopi pratici, soggetta a modifiche. Inoltre, gli sviluppi tecnologici e demografici degli ultimi secoli hanno creato condizioni che sono destinate a restare. In popolazioni relativamente densamente stanziate con i beni indispensabili alla loro continua esistenza, sono assolutamente necessarie un'estrema divisione del lavoro e un apparato produttivo altamente centralizzato. Il tempo - che, guardando indietro, sembra così idilliaco - è passato per sempre quando individui o gruppi relativamente piccoli potevano essere completamente autosufficienti.
Sono giunto ora al punto in cui posso indicare brevemente ciò che per me costituisce l'essenza della crisi del nostro tempo. Riguarda il rapporto dell'individuo con la società. L'individuo è diventato più consapevole che mai della sua dipendenza dalla società. Ma non vive questa dipendenza come un bene positivo, come un legame organico, come una forza protettiva, ma piuttosto come una minaccia ai suoi diritti naturali, o anche alla sua esistenza economica. Inoltre, la sua posizione nella società è tale che le pulsioni egoistiche della sua costituzione vengono costantemente accentuate, mentre le sue pulsioni sociali, per natura più deboli, si deteriorano progressivamente. Tutti gli esseri umani, qualunque sia la loro posizione nella società, soffrono di questo processo di deterioramento. Inconsapevolmente prigionieri del proprio egoismo, si sentono insicuri, soli e privati dell'ingenuo, semplice, e godimento non sofisticato della vita. L'uomo può trovare un senso nella vita, breve e pericolosa com'è, solo dedicandosi alla società.
L'anarchia economica della società capitalista così com'è oggi è, a mio parere, la vera fonte del male. Vediamo davanti a noi un'enorme comunità di produttori i cui membri si sforzano incessantemente di privarsi a vicenda dei frutti del loro lavoro collettivo, non con la forza, ma nel complesso nel fedele rispetto delle regole legalmente stabilite. A questo riguardo, è importante rendersi conto che i mezzi di produzione, vale a dire l'intera capacità produttiva necessaria per produrre beni di consumo e beni capitali aggiuntivi, possono essere legalmente, e per la maggior parte sono, proprietà privata di individui.
Per semplicità, nella discussione che segue chiamerò "lavoratori" tutti coloro che non partecipano alla proprietà dei mezzi di produzione, sebbene ciò non corrisponda del tutto all'uso consueto del termine. Il proprietario dei mezzi di produzione è in grado di acquistare la forza lavoro del lavoratore. Usando i mezzi di produzione, l'operaio produce nuovi beni che diventano proprietà del capitalista. Il punto essenziale di questo processo è la relazione tra ciò che il lavoratore produce e ciò che viene pagato, entrambi misurati in termini di valore reale. Nella misura in cui il contratto di lavoro è "gratuito", ciò che il lavoratore riceve è determinato non dal valore reale dei beni che produce, ma dai suoi bisogni minimi e dai requisiti di forza lavoro dei capitalisti in relazione al numero di lavoratori in competizione per lavori.
Il capitale privato tende a concentrarsi in poche mani, in parte a causa della concorrenza tra i capitalisti, in parte perché lo sviluppo tecnologico e la crescente divisione del lavoro incoraggiano la formazione di unità di produzione più grandi a scapito di quelle più piccole. Il risultato di questi sviluppi è un'oligarchia del capitale privato il cui enorme potere non può essere efficacemente controllato nemmeno da una società politica organizzata democraticamente. Ciò è vero poiché i membri degli organi legislativi sono selezionati da partiti politici, in gran parte finanziati o altrimenti influenzati da capitalisti privati che, a tutti gli effetti pratici, separano l'elettorato dalla legislatura. La conseguenza è che i rappresentanti del popolo infatti non tutelano sufficientemente gli interessi delle fasce meno privilegiate della popolazione. Inoltre, nelle condizioni esistenti, i capitalisti privati controllano inevitabilmente, direttamente o indirettamente, le principali fonti di informazione (stampa, radio, istruzione). È quindi estremamente difficile, e nella maggior parte dei casi addirittura impossibile, per il singolo cittadino giungere a conclusioni obiettive e fare un uso intelligente dei suoi diritti politici.
La situazione prevalente in un'economia basata sulla proprietà privata del capitale è quindi caratterizzata da due principi fondamentali: primo, i mezzi di produzione (capitale) sono di proprietà privata e i proprietari li dispongono come meglio credono; secondo, il contratto di lavoro è gratuito. Naturalmente, in questo senso non esiste una società capitalista pura . In particolare, va notato che i lavoratori, attraverso lunghe e aspre lotte politiche, sono riusciti a garantire una forma un po 'migliorata del "contratto di lavoro gratuito" per alcune categorie di lavoratori. Ma nel suo insieme, l'economia odierna non differisce molto dal capitalismo "puro".
La produzione viene svolta a scopo di lucro, non per uso. Non è previsto che tutti coloro che possono e vogliono lavorare siano sempre in grado di trovare un impiego; quasi sempre esiste un "esercito di disoccupati". Il lavoratore ha costantemente paura di perdere il lavoro. Poiché i lavoratori disoccupati e mal pagati non forniscono un mercato redditizio, la produzione di beni di consumo è limitata e la conseguenza è un grande disagio. Il progresso tecnologico si traduce spesso in una maggiore disoccupazione piuttosto che in un alleggerimento del carico di lavoro per tutti. Il motivo del profitto, insieme alla concorrenza tra i capitalisti, è responsabile di un'instabilità nell'accumulazione e nell'utilizzo del capitale che porta a depressioni sempre più gravi. La concorrenza illimitata porta a un enorme spreco di manodopera,
Considero questo paralizzante degli individui il peggior male del capitalismo. Tutto il nostro sistema educativo soffre di questo male. Un atteggiamento competitivo esagerato viene inculcato nello studente, che è addestrato ad adorare il successo acquisitivo come preparazione per la sua futura carriera.
Sono convinto che ci sia un solo modo per eliminare questi gravi mali, vale a dire attraverso l'istituzione di un'economia socialista, accompagnata da un sistema educativo orientato verso obiettivi sociali. In una tale economia, i mezzi di produzione sono di proprietà della società stessa e sono utilizzati in modo pianificato. Un'economia pianificata, che adegua la produzione ai bisogni della comunità, distribuirà il lavoro da fare tra tutti coloro che possono lavorare e garantirebbe il sostentamento a ogni uomo, donna e bambino. L'educazione dell'individuo, oltre a promuovere le sue capacità innate, tenterebbe di sviluppare in lui un senso di responsabilità per i suoi simili invece della glorificazione del potere e del successo nella nostra società attuale.
Tuttavia, è necessario ricordare che un'economia pianificata non è ancora socialismo. Un'economia pianificata in quanto tale può essere accompagnata dalla completa schiavitù dell'individuo. Il raggiungimento del socialismo richiede la soluzione di alcuni problemi socio-politici estremamente difficili: come è possibile, vista la centralizzazione di vasta portata del potere politico ed economico, impedire che la burocrazia diventi onnipotente e arrogante? Come si possono tutelare i diritti dell'individuo e quindi assicurare un contrappeso democratico al potere della burocrazia?
La chiarezza sugli obiettivi e sui problemi del socialismo è della massima importanza nella nostra epoca di transizione. Poiché, nelle attuali circostanze, la discussione libera e senza ostacoli di questi problemi è caduta sotto un potente tabù, considero il fondamento di questa rivista un importante servizio.
domenica 23 febbraio 2025
Conosci per sapere!
• "Erano detti ciarlatani in genere coloro che, aiutati da una sciolta parlantina, vendevano un po’ di tutto: arnesi cervellotici, grasso di marmotta per i calli, unguenti per i dolori, sciroppi, minutaglie varie. Erano una delle principali attrazioni delle fiere e dei mercati, ma talvolta passavano anche di casa in casa. Per attirare l’attenzione si servivano di ogni mezzo, in particolare avevano un eloquio attraente: giochi di parole, scherzi, motteggi; esibivano animali insoliti come marmotte, serpenti, scimmie; suonavano qualche strumento o cantavano: a volte erano veri artisti, dotati di diversi talenti. Molti, oltre alla vendita di medicamenti e cose magiche, montavano una tenda sulla piazza dentro la quale cavavano i denti (attività esercitata anche dai barbieri, che erano più dediti ai salassi), o facevano piccole operazioni, cauterizzazioni, producendo una confusione infernale, poiché usavano un espediente al fine di non far sentire le urla dei pazienti a coloro che stavano in attesa, cosa che li avrebbe fatti scappare tutti: assoldavano qualche sfaccendato che nei pressi della tenda suonasse trombe sfiatate, coperchi, latte, in modo da coprire le grida di dolore degli operati. Tipo folcloristico quant’altri mai, il ciarlatano è rimasto lungamente impresso nella memoria collettiva anche dopo la sua scomparsa, restando sinonimo di chiacchierone, spacciatore di panzane e roba inutile, scaltro abbindolatore, confusionario, simpatico marpione, giramondo". [Dizionario dei proverbi italiani, Mondadori 2007].
• “Non vi è nulla al mondo di più comune che l'ignoranza e i ciarlatani.” Cleobulo
• “ Il mondo, spesso, è composto di truffatori e di gente a cui piace farsi truffare.” Voltaire
• Quanti ciarlatani vi sono nella politica borghese! Eppure ... più lo sono e più hanno successo...
• “ La conoscenza è la chiave che apre la porta del sapere.” Einstein
" Considerate la vostra semenza:
fatti non foste aviver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza.2
Dante Alighieri, Inferno, Canto XXVI
giovedì 20 febbraio 2025
Metti uno specchio nell'anima e lotta per essere felice!
La vita è bella!
La vita può essere tante vite nella vita stessa se si ha la capacità di vivere le diverse fasi e le diverse situazioni con entusiasmo, determinazione, tenacia, costanza, coerenza, utilizzando il passato come esperienza, maestra di vita, e non come rifugio alla propria insoddisfazione, alla propria tristezza, alla sensazione di un’esistenza inerte nel ricordo di epoche trascorse.
Molti, a secondo delle età, si accontentano di esistere, non di vivere.
“Se vuoi vivere una vita felice, legala a un obiettivo, non alle persone o alle cose.”
Albert Einstein
“ Siamo fatti anche noi della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni: e nello spazio e nel tempo di un sogno è racchiusa la nostra breve vita.”
W. Shakespeare
La vita può essere tante vite se si hanno sempre nuovi obiettivi, in coerenza con i propri ideali, i propri sogni, che non hanno scadenza come uno jogurt, ma sono sempre vivi nel cuore e nella mente e, con l’ausilio della scienza, artefici di nuove frontiere.
In qualsiasi fase della vita: “ Qualunque cosa tu possa fare, qualunque sogno tu possa sognare, comincia. L’audacia reca in se genialità, magia e forza. Comincia ora.”
J.W. Goethe
“Faber est suae quisque fortunae.”
Sallustio
Ogni essere umano utilizzi al meglio la propria intelligenza e la propria energia per utilizzare al massimo ciò che offre la natura ed essere artefice della propria vita, essere attore protagonista, non spettatore non informato o, peggio ancora, burattino in mano ai vari burattinai di ogni specie.
La vita è bella! Ogni essere umano merita di viverla in tutto il suo splendore!
Bisogna che ogni essere umano si affidi alla ragione, alla scienza, alla conoscenza e si incammini sulla strada che porta a superare le tradizioni:
“ La tradizione di tutte le generazioni passate pesa come un incubo sul cervello dei vivi.”
K. Marx
“ L’ignoranza è la madre delle tradizioni.”
Montesquieu
I conformismi, le false ideologie, rappresentazioni ipocrite della dimensioni socio-economiche, le accettazioni fideistiche della realtà.
Una società che non soddisfa i bisogni primari del genere umano, materiali e spirituali, non è per la vita e merita di essere superata.
“ L’uomo dell’avvenire dovrà nascere fornito di un cervello e di un sistema nervoso del tutto diversi da quelli di cui disponiamo noi , esseri ancora tradizionali, copernicani, classici.”
E. Montale
Per essere felici bisogna essere liberi materialmente e spiritualmente. Il primo passo per essere liberi è superare le paure con il coraggio della conoscenza. La mente ha bisogno di essere nutrita così come la pancia.
“Esiste un solo bene, la conoscenza, e un solo male, l’ignoranza.”
Socrate
Metti uno specchio nell’anima e lotta per essere felice!
mercoledì 12 febbraio 2025
Si potrebbe avere una vita migliore se...
Negli anni trenta la popolazione italiana era di 31 milioni di cittadini e si aveva un monte ore lavoro di 60 miliardi. Oggi la popolazione è di 60 milioni e si lavora 40 miliardi di ore lavoro. La tecnologia ha ridotto e ridurrà sempre più l’utilizzo della forza lavoro umana. Parlare di aumentare l’occupazione con più investimenti pubblici e privati è un inganno, perché sempre più essi sono intensivi, ovvero in tecnologie, e non estensivi, ovvero in esseri umani. Un’ azione concreta per l’aumento dell’occupazione passa solo per la riduzione dell’età pensionabile, per la riduzione dell’orario di lavoro, per un reddito di vita o con qualsiasi nome lo si vuol chiamare. D’altronde esiste già in tanti Paesi europei, ad esclusione di Grecia e di Italia. I pugilatori a pagamento con lingua da schiavi diranno: “ E i soldi?” Ci sono ed in abbondanza. Equitalia ha crediti per mille e duecento miliardi di euro, l’evasione fiscale e contributiva è di circa 500 miliardi di euro, dieci milioni di persone non fanno la dichiarazione dei redditi, altri milioni dichiarano meno di 15.000,00 euro all’anno. Se in Italia vi fossero leggi serie contro l’evasione, magari copiando gli U.S.A. o la Germania, la percentuale sarebbe minima. La realtà vera è che nessun partito politico vuole una lotta seria a questo cancro sociale, pur essendoci strumenti utili allo scopo. Tenendo conto che la spesa sociale dello Stato, senza gl’interessi del debito è di circa 500 miliardi, se tutti pagassero le tasse ci sarebbero soldi per superare tante situazioni difficili dei cittadini ed avere maggiore giustizia sociale.
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