Una luce nel labirinto

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Non arrendersi mai.

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Non sottomettersi mai.

sabato 27 giugno 2026

Il biennio rosso. Un' esperienza storica da tenere a mente.

IL MOVIMENTO OPERAIO ITALIANO E LE LOTTE DEL 1919 – 1920 L’ Italia uscì dalla prima guerra mondiale dissanguata in uomini e mezzi e profondamente sconvolta in tutto il suo tessuto sociale.La disoccupazione, la riconversione industriale da militare a civile, il ritorno dei reduci furono problemi giganteschi per il nostro paese. Vasti strati di piccola borghesia parassitaria e contadina si sentivano insoddisfatti del ruolo subalterno che venivano ad occupare, finita la guerra, dopo essere stati impegnati, durante il conflitto bellico, in posizioni di comando ed erano colpiti, come le classi a reddito fisso, dal livello altissimo di inflazione. Questa realtà dipendeva in gran parte dalle ingenti spese militari, che passarono da 2,387 milioni nel 1914-1915 a 20,612 milioni (+863%) nel 1917-1919. Gli stipendi invece erano, fatta eccezione per alcune categorie, quelli dell’anteguerra. La riconversione post-bellica dell’apparato produttivo scatenò un terremoto in campo industriale e finanziario. Qualche gruppo economico-finanziario si rafforzò, altri si ridimensionarono, qualche altro pose le basi per il suo lento declino, alcuni, come la FIAT, iniziarono la loro grande ascesa. L’industria siderurgica e meccanica, che era stata la grande beneficiaria della guerra ed aveva visto aumentare i suoi profitti, si ridimensionò. Iniziarono il loro sviluppo settori come quello chimico ed elettrico.La disoccupazione era crescente e le condizioni di vita degli strati proletari tendevano sempre più all’impoverimento. Nel gennaio 1919 i cattolici diedero vita al Partito Popolare Italiano, primo partito di ispirazione cattolica. Fondatore della nuova formazione politica fu Don Luigi Sturzo. Il 23 marzo del 1919 Mussolini fondava a Milano i Fasci di Combattimento. Il riferimento al “fascio “ non era nuovo nel panorama politico italiano. I fasci siciliani (1892-1894), i fasci di azione rivoluzionaria interventisti (1914) e il fascio parlamentare di difesa nazionale (unione di deputati che, dopo Caporetto si opposero alle ipotesi rinunciatarie). Il Fascismo, non era un movimento con un programma, ma un movimento composto da idee diverse; Mussolini s’impadroniva di queste idee per realizzare una sintesi politica in funzione della realtà e della situazione economica, che aveva bisogno d’investimenti intensivi e quindi di uno Stato, che guidasse lo sviluppo di concentrazione del capitale italiano, così come in Germania con Hitler ed in Russia con Stalin. Da qui il riferimento all’idealismo hegeliano e al concetto di rivoluzione per un ‘idea in continuo divenire.L’idea era il concetto di Stato :” Tutto è nello Stato , nulla è al di fuori di esso ,nulla contro lo Stato .” Il mondo culturale tra fine Ottocento e primo Novecento portò alla ribalta le teorie dell’ antipositivismo in contrapposizione al positivismo.Queste teorie affermavano che la Storia non era determinata dalla scienza, razionalità, materialismo. L’uomo era soggetto nella dinamica della realtà e non soggetto in rapporto dialettico con la realtà circostante. Il rifiuto di queste teorie del materialismo storico, che vedeva nella realtà capitalistica l’impossibilità di abolire la lotta di classe, se non superando questa stessa realtà, era conseguente. Le teorie dell’antipositivismo si identificarono nel vocianesimo, nel dannunzianesimo, nel nazionalismo e in altre correnti di pensiero, che tendevano a costruire uno Stato nuovo.Tali forze costituirono l’avanguardia del Partito fascista. Benito Mussolini era stato dapprima socialista massimalista e direttore dell’Avanti, quotidiano del partito. Era poi divenuto nazionalista e sostenitore della guerra. Molto ambizioso e deciso, era ben poco legato ai progetti ed ai programmi politici, che, soprattutto nei primi anni, ma anche dopo, cambiò con una certa disinvoltura. Musssolini raccolse sempre più consensi sia facendo leva sulle paure e sulle emozioni di molti italiani, sia sugli interessi economici della borghesia industriale ed agraria sia su quelli della piccola borghesia urbana. Nel clima acceso del biennio rosso, Mussolini fece della violenza un uso sistematico e costituì vere e proprie bande di uomini armati. Presentava “le squadracce “ dei fascisti come strumento necessario per riportare l’ordine nel paese, sconvolto dai “rossi “. L’elezioni politiche dell’anno 1919 mostrarono la volontà di cambiamento dell’elettorato. I risultati mostrarono l’enorme forza del Partito Socialista, la crescita del Partito Popolare, il declino dei liberali. Il Partito Socialista ottenne 156 deputati in confronto ai 48 del 1913, il Partito Popolare ne ebbe 100 rispetto ai 33 eletti nel 1913. I liberali persero la maggioranza, avendo ottenuto poco più di 200 deputati rispetto agli oltre 300 del 1913 e iniziarono il loro declino politico. Il Partito Fascista ottenne un risultato molto negativo. Il Partito Socialista, cresciuto enormemente in rappresentanza parlamentare, era la speranza di cambiamento per tanti lavoratori. Aveva aderito nel 1919 alla Terza Internazionale, che aveva come obiettivo la rivoluzione socialista. Tuttavia i suoi appelli ad un’azione rivoluzionaria erano più verbali che reali, essendo, fatto non secondario, diviso al suo interno tra riformisti e massimalisti. Filippo Turati, rappresentante dei riformisti, espresse i suoi dubbi e le sue perplessità circa la reazione di una parte importante della società: “Di tutte quelle classi medie, quelle piccole classi, quei ceti intellettuali, quegli uomini liberi che si avvicinavano a noi, che vedevano nella nostra ascensione la loro propria ascensione e la liberazione dell’uomo, e che noi con la minaccia della dittatura e del sangue gettiamo dalla parte opposta.” In questo panorama cresceva il partito dei nazionalisti e dei reduci della guerra. La “vittoria mutilata”, ovvero il sentimento di scontentezza per l’esito degli accordi di pace di Versailles trovò un ottimo portavoce in Gabriele D’Annunzio. I reduci della prima guerra mondiale ritennero che il loro ruolo non era valorizzato dallo Stato. All’inizio del 1919 i metallurgici, i ferrovieri, i tessili, gli edili reclamarono la fissazione dei minimi di salario e posero la rivendicazione della giornata lavorativa di 8 ore. Il 5 febbraio del 1919 i metallurgici conquistarono le 8 ore. Agli scioperi, in appoggio alle rivendicazioni economiche si intrecciarono scioperi politici, come quello dei ferrovieri triestini contro le operazioni di spostamento delle truppe in connessione con l’occupazione militare della Venezia – Giulia. La repressione che seguì vide multe ed anni di carcere per i manifestanti. Ma uno sciopero di 7 settimane, oltre a garantire ai ferrovieri triestini la stessa normativa di cui godevano sotto l’Austria, fece rientrare parte delle sanzioni. Le adesioni agli scioperi erano massicce e gli iscritti alla C. G L.aumentavano di pari passo con l’intensificazione della lotta. Anni Scioperi Partecipanti 1907 1890 321.500 1919 1663 1.050.000 1920 1881 1.268.000 1921 1045 644000 Iscritti C .G .L . fine 1918 249.000 tessere fine 1919 1.153.000 tessere fine 1920 2.320.000 tessere Iscritti P.S.I. 1913 47000 tessere 1919 87589 tessere 1920 216377 tessere 1921 106845 tessere Da questi dati emerge il rapporto stretto tra la lotta dei lavoratori e la crescita delle loro organizzazioni sindacali e politiche . Dimostra altresì che il calo della lotta porta al calo di adesione alle organizzazioni sindacali e politiche di riferimento. Le preoccupazioni della classe politica liberale, allora dominante, erano sostanzialmente due: fermare il revanscismo dei dannunziani e prevenire in ogni modo la possibilità di una rivoluzione comunista, tipo quella russa. La seconda preoccupazione era particolarmente sentita anche dagli industriali e dai grandi proprietari terrieri, che detenevano gran parte delle ricchezze del paese. Questa stessa preoccupazione portò gli industriali e i proprietari terrieri a finanziare la nascita del “Movimento dei Fasci Italiani di Combattimento”, che si costituì a Milano il 23 marzo 1919.Questo movimento aveva un indirizzo fortemente antisocialista. Mussolini ed i suoi seguaci vollero dimostrare la loro coerenza nel respingere il diffuso massimalismo delle file socialiste e il 15 aprile del 1919, durante l’ennesimo sciopero generale a Milano, dopo gli scontri un gruppo di fascisti e di arditi andò ad incendiare l’”Avanti”, il giornale del Partito Socialista, di cui Mussolini era stato il direttore negli anni della sua militanza socialista. Lo stesso cardinale di Milano Carlo Ferrari formò un gruppo di giovani ardimentosi, che prese il nome di Avanguardia Cattolica.Il motto “ O Cristo o morte” dava la misura della sensazione della situazione, specie nel milanese, roccaforte del Partito Socialista. L’11 giugno 1919 a La Spezia la classe operaia passò dagli scioperi di categoria e di officina, visto il continuo aumento dei prezzi, ai moti di piazza. La scintilla fu la decisione dei grossisti di frutta e verdura di attuare la serrata per protestare contro la maggiorazione dell’imposta comunale di consumo. Gli operai, contro questa decisione, spontaneamente abbandonarono il lavoro. Più di diecimila lavoratori in corteo si scontrarono con i carabinieri a cavallo, che cercavano di fermarli.Furono uccisi due lavoratori e feriti venticinque. I morti e i feriti non intimorirono i partecipanti al corteo, anzi li scatenò ancora di più tanto da incominciare ad assalire e saccheggiare i negozi. Il 13 giugno i moti di piazza si allargarono a Genova, assumendo, anche in questo caso forme di insurrezione. Negli scontri con i carabinieri morì un lavoratore. Conosciuti i fatti di La Spezia e Genova, anche Milano scese in lotta. Il 3 luglio scese in lotta tutta la popolazione di Firenze ed il giorno dopo tutta la città fu in mano ai lavoratori. Furono requisiti tutti i mezzi di trasporto, che servirono per il prelievo di merci dai magazzini delle campagne. La Camera del Lavoro era ormai il governo di Firenze. Il prezzo delle merci requisite fu abbassato del 50%, quella invenduta fu stoccata nei locali della Camera del Lavoro. In alcuni casi gli stessi esercenti portarono la loro merce allo stoccaggio, esponendo cartelli con la scritta:” La merce resta a disposizione della Camera del Lavoro”. I moti per il “caro viveri” si estesero a macchia d’olio e in un mese toccarono tutti i maggiori centri italiani. Tante città erano ormai in mano ai lavoratori e si sentivano slogan tipo: “ Fare come in Russia” . Il Partito Socialista non appoggiò i moti di piazza anzi, in alcuni casi collaborò con i governi liberali per stemperare il contrasto sociale. La reazione dello Stato contro i moti fu feroce e ove non bastavano i carabinieri si fece intervenire l’esercito. Tra i lavoratori ci furono parecchi morti,molti feriti ed innumerevoli arresti. Nello stesso mese si ebbe lo sciopero internazionalista a sostegno della Russia bolscevica, anche in questo caso ci furono episodi di violenza. In ottobre lo scontro si spostò nelle campagne, con l’occupazione delle terre da parte dei contadini in Sicilia. La protesta fu violenta e vide l’assalto alle residenze dei proprietari ed a una caserma dei carabinieri. Si ebbero tredici morti tra i contadini e uno tra i militari. Il movimento a favore dei lavoratori agricoli, attivo anche nell’Emilia Romagna, vide l’appoggio non solo dei socialisti, ma anche dei popolari, attraverso la Leghe Bianche. Importante fu pure il contributo delle associazioni degli ex-combattenti. Ci furono anche ammutinamenti dei soldati di Ancona, Brindisi e Trieste per non andare in Albania. I governi Nitti e Giolitti ricercando la collaborazione dei socialisti riformisti e per ridurre il conflitto sociale, portarono avanti alcune iniziative riformistiche a favore dei lavoratori. Ci fu l’introduzione della giornata lavorativa di otto ore, fu emanato un decreto per l’utilizzo delle terre incolte, furono istituiti gli uffici del lavoro. Il 13 settembre 1919 il giornale gramsciano “Ordine Nuovo” ufficializzava l’esistenza ed il ruolo dei consigli di fabbrica,quali nuclei di gestione autonoma delle industrie da parte degli operai. Già tre mesi prima Gramsci e Togliatti avevano affrontato il problema in un articolo intitolato “Democrazia operaia”. L’idea dei Consigli partiva dal presupposto che le elezioni dei delegati doveva farsi per reparto e non per mestiere e doveva essere estesa a tutti gli operai iscritti e non al sindacato. Le Commissioni Interne prevedevano invece la partecipazione al voto dei soli iscritti. Questa nuova forma organizzativa si concretizzò alla Fiat Centro ( diecimila addetti) e in seguito si estese ad altre fabbriche. La diffusione veloce della nuova forma organizzativa di fabbrica portò a metà ottobre del 1919 alla prima assemblea nella città di Torino dei Comitati Esecutivi dei Consigli di Fabbrica, in rappresentanza di oltre trentamila operai. Questo dato mostrò non solo l’estensione della lotta, ma anche il dibattito presente tra i lavoratori. Nell’idea di Gramsci la struttura del partito doveva partire dalla fabbrica per concretizzarsi nel territorio attraverso i circoli rionali, le sezioni urbane. In sintesi i consigli di fabbrica dovevano essere uno strumento di difesa degli interessi immediati e storici del proletariato. I Consigli per Gramsci dovevano essere quello che erano stati i Soviet in Russia. Nel novembre del 1919, come abbiamo visto, si tennero le elezioni politiche e, come abbiamo sopra analizzato, rappresentarono un grave insuccesso per le liste fasciste ed i partiti politici che si richiamavano all’interventismo. I giorni precedenti alle elezioni e quelli successivi videro episodi di violenza, di cui furono protagonisti fascisti ed arditi. A seguito di questi vennero effettuati numerosi arresti, fra i quali lo stesso Mussolini, che venne tuttavia rilasciato per l’intervento del Presidente del consiglio Nitti. L’inizio dei lavori alla Camera venne turbato da nuovi incidenti, con l’aggressione dei parlamentari socialisti da parte dei nazionalisti. Ci fu la morte di uno studente nazionalista e l’assalto ad un ‘armeria da parte dei manifestanti di sinistra. L’insuccesso elettorale dei fascisti frenò, per un certo periodo, gli scontri fra gruppi politici. Continuarono tra manifestanti e forze dell’ordine. L’Italia viveva un periodo insurrezionale pari al resto d’Europa . Pietro Nenni nel libro “Storia di quattro anni “ così scrive: ” Al Partito socialista italiano ha fatto totalmente difetto la preparazione rivoluzionaria ed esso si è ridotto così, in anni decisivi, ad essere una specie di passivo registratore degli stati d’animo e di esasperazione delle masse“ . La realtà del Partito Socialista, soprattutto da parte dei riformisti, vide in quegli anni una precisa scelta di difesa dello stato democratico. Dirigenti sindacali, come D’Aragona, e politici come Turati manifestarono il loro orrore per “ l’orda “ sovietica contrapposta all’”urbe” democratica. Costoro nel fuoco degli scioperi esaltarono il crumiraggio. Alla base di questa azione vi era la convinzione che le masse non erano preparate né spiritualmente né materialmente al socialismo; che la rivoluzione avrebbe quindi solo portato all’anarchia e così distrutto il paziente lavoro di elevamento graduale e di parziali conquiste; il passaggio da una prima simpatia per la rivoluzione bolscevica ad una crescente avversione soprattutto nei gruppi intellettuali riformisti, di cultura radicale – democratica, in cui da sempre vive il riformismo italiano. In quel periodo il Partito Socialista, maggiormente nell’ala riformista e la C. G .L .misero in campo molta attenzione nel non superare i limiti di un’azione rivendicativa e salariale. Si constatò in quegli anni la mancanza di obiettivi e di tattiche. La C .G . L . propose una Costituente, ma la maggioranza del Partito Socialista e più ancora le masse proletarie la respinsero. All’inizio del 1920 nacque la Confederazione generale dell’industria. Successivamente fu organizzata la Confederazione generale dell’agricoltura, due grandi organizzazioni padronali costituite per trattare uniti ed avere maggior forza non solo verso il sindacato, ma anche verso il governo. Nel convegno della Confindustria, tenuto a Milano il 7 marzo 1920, l’allora segretario, onorevole Iacopo Olivetti in una documentata relazione sui Consigli di Fabbrica e le vecchie Commissioni interne affermò: ” In officina non possono coesistere due poteri” . In una risoluzione della Lega industriale di Torino si invitavano le industrie“ a non voler riconoscere organismi che rappresentavano gli operai , i quali si staccassero dalle solite forme sindacali“ . La risoluzione concludeva dicendo: ” Dobbiamo cancellare l’esistenza dei consigli di Fabbrica” . Si preparava quindi una massiccia offensiva padronale contro le nuove forme di organizzazione sindacale della classe operaia. La scintilla dello scontro fu l’introduzione dell’ora legale il 22 marzo 1920. I lavoratori erano contro l’applicazione del nuovo orario e protestarono con durezza, tramutando poi la lotta in lotta politica. In pochi giorni tutto il proletariato torinese e piemontese era in lotta. Per quasi due settimane Torino rimase immobilizzata da uno sciopero che coinvolse tutte le categorie industriali e dei servizi, ai quali si affiancarono 200.000 braccianti delle province vicine. Il 14 aprile venne indetto uno sciopero generale in Piemonte a cui parteciparono 500.000 lavoratori. In quella situazione lo stato mise in campo 50.000 uomini in armi ed in assetto di guerra con autoblindo, lanciafiamme e batterie leggere. Questa lotta operaia, seppur molto estesa, fu perdente. Una delle cause fu la mancanza di volontà dei dirigenti sindacali e del Partito socialista di estendere la lotta ad altre città, ove erano sorti scioperi spontanei, ma non organizzati e guidati . Il 24 aprile il segretario della C. G. L . D’Aragona si recò a Torino per sancire un compromesso con gli industriali, che limitava i poteri dei Consigli di azienda nelle fabbriche. Il riformismo del Partito socialista era riuscito a porre un freno all’onda rivoluzionaria . Gramsci in seguito rimpiangerà di non essersi posto l’obiettivo di creare una vera frazione all’interno del Partito che avesse respiro nazionale. Rimpiangerà di non aver fatto dei Consigli un centro nazionale di raccolta e propulsione per la classe lavoratrice. L’ Ordine Nuovo in questa fase storica non seppe esprimere una concreta azione generale , non seppe rendere pratiche le indicazioni programmatiche, da esso stesso stilate . Accettò il mito dell’unità del Partito, professato da Serrati, che non voleva espellere i riformisti, ritenendo la loro presenza indispensabile per giungere al successo della lotta. Pietro Gobetti così scrisse nel 1922:” Il fronte unico dell’azione proletaria per i primi nelle trincee avanzate; per il secondo alla retroguardia. Serrati pensava l’occupazione del potere come coronamento dell’elevazione generale delle masse, Gramsci pensava l’elevamento delle masse attraverso l’occupazione del potere. Serrati era democratico, Gramsci marxista“ . In questo quadro si giunse all’occupazione delle fabbriche. La lotta iniziò su obiettivi economici. Gli operai metalmeccanici rivendicavano aumenti salariali, contro l’aumento del costo della vita. A metà agosto la commissione degli industriali troncò ogni trattativa e dichiarò: “ Ogni discussione è inutile. Gli industriali sono contrari alla concessione di qualsiasi aumento. Da quando è finita la guerra hanno continuato a calare i pantaloni. “ Ora basta! “ . In un congresso straordinario del 16-17 agosto a Milano la Fiom accettò la sfida e deliberò per il giorno 21 l’ostruzionismo in tutte le fabbriche, che significava il rallentamento dell’attività produttiva e quindi il rifiuto del cottimo e dello straordinario. Gli operai, invece, interpretarono l’ostruzionismo come sabotaggio e scavalcarono le intenzioni dei dirigenti sindacali, che avrebbero voluto mantenere la lotta in un ambito democratico. A Torino gruppi di operai legati all’Ordine Nuovo ed al Soviet, appoggiati dal piccolo sindacato anarchico, l ‘ U.S.I., che contava circa 300.000 iscritti a livello nazionale, funsero da locomotiva. La risposta delle aziende industriali fu basata su varie repressioni e in alcune fabbriche, sulla serrata. Alla fine di Agosto la situazione è molto tesa. Gli operai risposero all’azione padronale con errori volontari, sciupio di materiali ed attuando atti di violenza sui capi. La produzione in quindici giorni calò del 40 % . Fu per reagire a questa situazione che gli industriali dichiararono la serrata nazionale dal 1° settembre. La risposta dei lavoratori fu immediata ed occuparono le fabbriche come mezzo di lotta contro l’azione industriale. Il sindacato, anche in questo caso, fu scavalcato dalla base, che non si limitò ad occupare le fabbriche, ma si armò. La parola d’ordine era “ Fare come in Russia ! ” . In pochi giorni l’occupazione si allargò a macchia d’olio. L’ U .S .I, l’Ordine nuovo e il Soviet premevano affinché gli operai uscissero dalle fabbriche ed occupassero le città, ma i lavoratori non seguirono queste indicazioni, preferendo in questo caso seguire le linee del sindacato. Nello stesso periodo le questioni di politica estera continuavano ad agitare il paese. A Trieste si era avuta notevole tensione fra italiani e slavi. Il movimento fascista era ben presente nella città e faceva sentire la sua voce sulla questione dalmata. L’episodio più noto è quello dell’ hotel Balkan, dove erano ospitate le sedi di alcune associazioni slave. Dopo un ‘intensa sparatoria, con morti da entrambe le parti, l’edificio, ormai vuoto, venne dato alle fiamme. Il numero delle vittime non fu alto, ma suscitò emozione nel paese, che viveva con preoccupazione la questione dalmata e i rapporti con la Jugoslavia. Pochi giorni dopo si ebbe, da parte di fascisti e nazionalisti a Roma, l’assalto alla tipografia dell’ Avanti. Vennero aggrediti due deputati socialisti e nello stesso giorno venne ucciso dai dimostranti un “ volontario“ che si era posto alla guida di un tram per boicottare lo sciopero degli autotranvieri. I conservatori ed i borghesi erano preoccupati dalla situazione insurrezionale e la stessa preoccupazione emerge dalla biografia di Togliatti da parte di Giorgio Bocca, il quale riporta i piani militari degli occupanti delle fabbriche, le guardie rosse, che disponevano di un gran numero di armi e decisero di non portare alle estreme conseguenze l’azione, seguendo l’indicazione del sindacato e del partito socialista. Il 10 settembre si riunì a Milano il consiglio nazionale della C .G. L . , la Direzione del Partito socialista ed il proprio direttivo parlamentare. L’obiettivo della riunione era decidere quale sbocco dare alla lotta in atto. In quegli stessi giorni si ebbero a Torino scontri che costarono la vita a quindici persone, di cui la metà tra le forze dell’ordine. Furono messe ai voti due mozioni. La prima della C .G .L . poneva l’obiettivo del riconoscimento da parte del padronato del principio del controllo sindacale delle aziende. La seconda demandava alla direzione del partito l’incarico di dirigere il movimento. Passerà la mozione della C .G .L . Il 19 settembre 1920 il sindacato e gli industriali raggiunsero un accordo di compromesso. I punti salienti erano: Aumento di 4 lire al giorno. Miglioramenti sulle ferie, carovita, indennità di licenziamento. Istituzione di una commissione paritetica che studiasse formule per il controllo sindacale delle fabbriche, da sottoporre al governo per la legiferazione, di cui non si seppe più nulla. Dopo questo compromesso, l’occupazione delle fabbriche continuerà spontaneamente, ma il tutto verrà represso duramente dalle forze dell’ordine . Il “biennio rosso “ poteva dirsi concluso, si chiudeva un capitolo della storia del proletariato italiano che, in alcuni momenti, come disse Giolitti, fece tremare le strutture dello Stato. La delusione del movimento operaio, seguita alla fine della lotta, fece entrare in crisi lo stesso movimento ed il partito socialista ne risentì sia alle elezioni amministrative del 1920 sia a quelle politiche del 1921. Il soffio del vento rivoluzionario si era fermato. Contemporaneamente i fascisti iniziarono a darsi un organizzazione militare superiore e intrapresero la distruzione sistematica delle camere del lavoro e delle altre strutture del movimento dei lavoratori. I grandi proprietari di industrie e di terre, ma anche il ceto medio, i piccoli borghesi, che iniziavano a costituire una classe numerosa, appoggiavano il fascismo, così come la classe liberale. Fu lo stesso Giolitti a favorire l’ascesa del fascismo, quando alle elezioni di maggio del 1921, li inserì nei blocchi nazionali da opporre ai partiti di massa. Furono eletti 35 fascisti con alla testa Mussolini. La situazione economica dell’Italia era disastrosa. Il P.I.L. nel 1921 era ai livelli del 1913 e solo nel 1929 tornerà ai livelli del 1918. Gli investimenti delle società per azioni calarono del 6 % nel secondo semestre del 1920, del 19 % nel primo semestre del 1921 e del 79 % nel secondo semestre dello stesso anno. I fallimenti aumentarono nel 1921 del 177 % sul 1920. I disoccupati che erano a fine 1920 102.000 divennero 250.000 nel marzo del 1921 e superarono i 600.000 nel gennaio del 1922. I grandi gruppi italiani, soprattutto metallurgici, furono colpiti dalla crisi di riconversione e fortemente indebitati con gruppi bancari, li coinvolsero nel loro crollo. Oltre alla disoccupazione, gli effetti della crisi si scaricarono ovviamente sui salari, notevolmente ridotti . Si ebbero riduzioni drastiche di orari di lavoro, con forti perdite di salario,si ebbero revisioni di precedenti accordi sindacali, si ebbero serrate, come alla Fiat nel marzo, aprile 1921. Si aprì un ciclo economico intensivo e non estensivo come quello dal 1900 al 1914 con forti politiche protezionistiche. La classe operaia, dopo aver prodotto forti lotte, occupazioni delle fabbriche, sconfitta, attaccata nelle conquiste economiche precedenti, subì il peso della riconversione. Alla sconfitta, dovuta al riformismo si sovrappose l’attacco del fascismo, che né il Partito socialista né il nuovo Partito comunista, nato nel gennaio del 1921 seppero analizzare nella sua essenza. Gli anni 1921-1922 confermarono la gravità della crisi di direzione del movimento operaio. In esso paiono sommarsi, a rendere definitiva la sconfitta, le vecchie e nuove malattie: l’inazione del massimalismo, le capitolazioni del riformismo, la condotta settaria del nuovo partito comunista. Antonio Gramsci, nonostante abbia lasciato nessuna trattazione organica sull’argomento e nonostante qualche incertezza iniziale, fu quello che più si occupò di capire il fascismo. Nell’articolo “I due fascismi “ l’autore mette in risalto come la base vera del fascismo era la piccola borghesia urbana e la piccola borghesia agraria. Bordiga invece vide nel fascismo un’arma nelle mani della borghesia e non andò oltre questa analisi. Salvatori scrive: ” Secondo l’analisi che Gramsci elabora, il fascismo rappresenta, in sostanza, il fallimento del piano giolittiano, fondato sull’integrazione della classe operaia, sulla subordinazione delle masse contadine; il fascismo rappresenta l’avvento alla direzione dello stato della borghesia agraria, che mira a sopprimere la democrazia parlamentare e a sostituirla con un regime di violenza, che distrugga la possibilità di alleanza degli operai e contadini” . In questa prospettiva Gramsci si rese ben conto le forze borghesi tradizionali avevano assicurato la fortuna del fascismo per evitare il crollo dello stato e contenere le spinte popolari, ma che successivamente, raggiunto il loro scopo, avevano preso a diffidare di esso e non volevano lasciarsi “occupare“ .Quando fu chiaro che il fascismo aveva vinto ed era riuscito ad attrarre attorno a se la maggioranza della borghesia, le forze borghesi tradizionali non ritennero ciò, dal punto di vista classista, logico e naturale, ma ritennero che, visto il sistema totalitario, che si stava instaurando, all’interno dello stesso fascismo sarebbero emersi i conflitti, che non potevano manifestarsi per altre vie. Il fascismo dunque rappresentò la “lotta di classe “ della piccola borghesia, incastratasi tra capitalismo e proletariato. Le due facce del fascismo sono il suo essere anticapitalista e antiproletario. L’altro tratto fu il nazionalismo. Il “ biennio rosso” ha significato, oltre alle lotte operaie intense e vaste, l’ascesa e la discesa di un partito, il Partito socialista, che non sarà mai più così forte come nel 1919-1920. Alla fine della guerra ed allo “scoppio “ della pace il Partito socialista godeva di grande prestigio agli occhi degli operai, dei contadini, dei combattenti, che tornavano a casa dopo tre anni, di vasti strati della piccola borghesia impiegatizia, di giovani lavoratori ed intellettuali. Esso si era opposto alla guerra, aveva visto giusto condannandola e prevedendone le rovine e le sciagure conseguenti, era collegato al grande movimento rivoluzionario, che si raccoglieva intorno alla III internazionale e che riceveva la sua spinta dalla vittoria bolscevica . Nel 1919- 1920 la rivoluzione, che era alle porte, attraversò in Italia la sua crisi, senza approdare ad un risultato. Gli operai italiani si vennero a situare all’avanguardia, per la loro scelta e la loro capacità d’urto, sia rispetto all’occidente europeo sia rispetto al proprio partito, ma la “crisi rivoluzionaria “ fu caratterizzata da una contraddizione fondamentale, l’intensità e l’ampiezza della lotta delle classi lavoratrici e la scarsa preparazione del partito ad affrontare situazioni di questo tipo. Il Partito socialista nel giro di pochi anni era un partito distrutto, diviso, che aveva subito una scissione e che non seppe affrontare, per carenza di analisi l’avvento del fascismo. I continui richiami di Mussolini ad uno Stato forte ed autoritario e la sua dura e sprezzante propaganda contro il Parlamento ebbero successo, anche perché, agli occhi della grande e piccola borghesia, gli ultimi governi liberali si erano mostrati poco efficienti ed incapaci di fronteggiare la situazione. La loro debolezza, d’altra parte, favorì il movimento fascista e le sue illegalità. La fine dell’occupazione delle fabbriche aveva dimostrato chiaramente che in Italia il pericolo di una rivoluzione operaia non era reale. Le organizzazioni del movimento operaio e contadino rimanevano tuttavia molto fuori e tutt’altro che disposte a subire passivamente la violenza fascista. Gli scontri, agli inizi del 1921, si fecero più aspri e frequenti con numerose vittime da ambo le parti, con l’aiuto finanziario dei gruppi favorevoli, le cosiddette “ spedizioni punitive “ s’intensificarono . Gli avversari politici del fascismo, che più si mettevano in vista, venivano aggrediti a colpi di arma da fuoco, oppure bastonati con i manganelli, o, costretti con la forza a umiliarsi bevendo interi bicchieri di olio di ricino, un fortissimo purgante. Nella sola pianura padana, nei primi sei mesi del 1921, gli attacchi operati dalle squadre fasciste furono 726. Gli obiettivi di questa violenza mostrano chiaramente chi le squadre fasciste volevano colpire e da quali interessi erano sostenute: 59 case del popolo, 119 camere del lavoro, 107 cooperative, 83 leghe contadine, 141 sezioni socialiste, 100 circoli culturali, 28 sindacati operai, 53 circoli ricreativi operai. Gli organi dello Stato, che avrebbero dovuto mantenere l’ordine, non intervennero per reprimere le azioni illegali. Anzi, in alcuni casi, le forze di polizia si affiancarono a quelle fasciste. Talvolta il popolo seppe resistere con coraggio e dignità alle violenze. Epica fu, ad esempio, la difesa di Parma, assalita da migliaia di fascisti nell’agosto del 1922. La città si armò, alzò le barricate, respinse per alcuni giorni gli attacchi. Le squadre fasciste chiesero l’intervento dell’esercito, che, accolto con entusiasmo dalla popolazione, si rifiutò di combattere. Alla fine i fascisti dovettero ritirarsi, mentre il popolo di Parma abbandonava le barricate e riconsegnava ordinatamente la città ai militari ed ai carabinieri. Il timore dei socialisti di appoggiare dei governi borghesi e lo scarso e precario sostegno dato dai cattolici resero debolissimi gli ultimi governi liberali. Lo stesso Giolitti, dopo qualche parziale successo, dovette rinunciare. Il governo Facta, ultimo governo liberale, fu anche il più debole. Il 28 ottobre del 1922 i reparti armati dei fascisti, le camicie nere fecero la marcia su Roma, mentre Mussolini era già a colloquio con il re, che gli avrebbe dato l’incarico di formare il nuovo governo. Il primo governo di Mussolini, appoggiato dai liberali nazionalisti e da molti cattolici, ottenne il voto favorevole del parlamento, nonostante l’opposizione di socialisti e comunisti. Molti pensavano che fosse possibile trasformare il fascismo in un partito moderato e liberale e Mussolini lo lasciò credere e si mosse con abilità, emanando provvedimenti volti a guadagnare i voti dei conservatori e degli incerti. Nel frattempo però le violenze contro l’opposizione di sinistra continuavano. Nelle elezioni del 1924 il futuro duce presentò una lista di candidati formata sia da fascisti sia da liberali e cattolici. Tra questi molti rifiutarono di mescolarsi con i fascisti, ricordiamo i liberali Giovanni Amendola e Luigi Alberini, e i cattolici Luigi Sturzo e Alcide De Gasperi. Si oppose al fascismo anche il grande filosofo liberale Benedetto Croce. La nuova legge elettorale, che prevedeva un premio di maggioranza al partito che avesse avuto il maggior numero di voti, permise che Mussolini e la sua coalizione ottenessero la maggioranza assoluta. Alcuni deputati liberali e cattolici insieme ai partiti della sinistra cercarono di svolgere il ruolo di opposizione con dignità e vigore senza rassegnarsi. Un uomo di grande onestà e di alto livello morale, il deputato socialista Giacomo Matteotti, denunciò in uno storico discorso le violenze e le minacce, usate dai fascisti in tutta Italia per falsare il voto. Egli venne rapito da un gruppo di fascisti il 10 giugno 1924 e poi barbaramente assassinato. L’ondata di indignazione portò allo scioglimento della coalizione di governo. Molti deputati socialisti, comunisti, cattolici, abbandonarono per protesta il parlamento, riunendosi altrove. La forma di protesta dell’ Aventino si rivelò un grave errore. Il re sostenne ancora Mussolini e gli riconfermò la fiducia. Mussolini lasciò allora cadere la maschera del capo responsabile, rivendicò con precise parole “ la responsabilità morale e storica “ del delitto Matteotti e realizzò una serie di leggi che trasformarono l’Italia in uno stato a regime dittatoriale.Nel corso del 1925 infatti vennero sciolti tutti i partiti, tranne quello fascista. Il potere di legiferare venne sottratto al parlamento ed affidato al governo, cioè allo stesso Mussolini ed ai ministri, da lui scelti. Fu proibito lo sciopero e fu imposto ai lavoratori e datori di lavoro di iscriversi ai sindacati fascisti. Fu limitata la libertà di stampa ed associazione . Vennero creati il Ministero della cultura popolare, il Tribunale speciale per la difesa dello stato e la polizia politica. Quest’ ultima (OVRA, opera di vigilanza repressione antifascismo ) aveva il compito di identificare e denunciare gli oppositori del governo fascista. Iniziava per i lavoratori e per tanti sinceri democratici un periodo buio della loro storia. L’Italia era passata in pochi anni dalla possibilità di una rivoluzione comunista alla realtà della reazione fascista. Il partito socialista per salvare la patria dal comunismo, in modo inconsapevole, aveva creato le basi per darla in pasto agl’interessi della borghesia, che usava il fascismo per giungere agli obiettivi di concentrazione e sviluppo del capitale. I sogni lasciarono il posto agl’incubi.

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