Una luce nel labirinto

Una luce nel labirinto
Non arrendersi mai.

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Non sottomettersi mai.

lunedì 29 dicembre 2025

J.P. Goebbels. Discorso della guerra totale, Berlino, 18 febbraio,1943. Quante similitudini con alcuni guerrafondai di adesso...

Joseph Paul Goebbels, Discorso della guerra totale, Berlino, 18 febbraio 1943 Soltanto tre settimane or sono ero qui per leggere la dichiarazione del Führer per il 10° anniversario della presa del potere e per parlare a voi e al popolo tedesco. La crisi che ora stiamo affrontando sul Fronte Orientale era al proprio apice. Nel pieno della gravi sventure che la Nazione affrontava nella battaglia sul Volga, ci siamo raccolti in un raduno di massa, il 30 gennaio, per mostrare la nostra unità, la nostra unanimità e la nostra ferma volontà di vincere le difficoltà che fronteggiavamo nel quarto anno di guerra. Fu per me un’esperienza commovente e probabilmente lo fu per tutti voi, essere collegati via radio con gli ultimi, eroici combattenti a Stalingrado durante il nostro possente raduno, qui allo Sportpalast. Essi ci comunicarono che avevano ascoltato il proclama del Führer e forse per l’ultima volta nella vita si univano a noi con le braccia tese per intonare gli inni nazionali. Quale esempio hanno rappresentato i soldati tedeschi in questa grande epoca! E che obblighi ciò impone a noi tutti, in particolare all’intera madrepatria tedesca! Stalingrado è stata ed è il grande monito del destino alla Nazione tedesca! Una Nazione che ha la forza di sopravvivere ad un tale disastro e vincere, ed in più trarne forza ulteriore, è imbattibile. Nel mio discorso a voi e al popolo tedesco io ricorderò gli eroi di Stalingrado, che hanno lasciato a me e a voi tutti un immenso dovere da compiere. Io non so quanti milioni di persone mi stanno ascoltando stanotte alla radio, a casa e al fronte. Voglio parlare a tutti voi dal profondo del mio cuore ai vostri cuori. Io credo che l’intero popolo tedesco abbia un appassionato interesse per ciò che ho da dire stanotte. Perciò parlerò con sacra serietà e franchezza, come il momento esige. Il popolo tedesco, risvegliato, istruito e disciplinato dal Nazionalsocialismo, può sopportare tutta la verità. Esso è conscio della serietà della situazione e la sua leadership perciò può chiedergli le dure misure necessarie; sì! perfino i provvedimenti più energici. Noi tedeschi siamo agguerriti contro la debolezza e l’indecisione. I colpi e le sventure della guerra ci danno solo una forza maggiore, una risoluta determinazione e una volontà spirituale di combattere per vincere tutte le difficoltà e gli ostacoli con impeto rivoluzionario. Questo non è il momento di chiedersi come tutto ciò sia accaduto. Ciò può attendere un altro momento, quando il popolo tedesco e il mondo intero apprenderanno la verità intera sulla sfortuna delle ultime settimane, sul suo profondo e fatale significato. Gli eroici sacrifici d’eroismo dei nostri soldati a Stalingrado hanno avuto un vasto, storico significato per l’intero Fronte Orientale. Non è stato invano. Il futuro chiarirà perché. Se salto il passato per guardare avanti lo faccio intenzionalmente. Il tempo è scarso! Non ne abbiamo per dibattiti inutili. Dobbiamo agire, immediatamente, approfonditamente e con decisione, alla maniera Nazionalsocialista di sempre. Il movimento, fin dagli inizi, ha operato in questo modo per dominare le molte crisi che affrontava e vincere. Anche lo Stato Nazionalsocialista agiva con decisione quando era di fronte ad una minaccia. Noi non siamo come lo struzzo che caccia la testa nella sabbia per non vedere il pericolo. Siamo sufficientemente coraggiosi per guardare in faccia il pericolo, per prendere provvedimenti con freddezza e durezza e quindi agire con decisione ed a testa alta. Sia come movimento che come Nazione, abbiamo risposto al meglio quando avevamo bisogno di volontà fanatiche e determinate a vincere ed eliminare il pericolo, oppure di forza di carattere sufficiente a sopraffare ogni ostacolo, o d’accanita determinazione per raggiungere il nostro scopo, o d’un cuore d’acciaio in grado di sostenere qualunque battaglia interna e esterna. Così sarà ora. Il mio compito è di esporvi un’immagine cruda della situazione e di trarre le durre conclusioni che guideranno le azioni del governo tedesco, come del popolo tedesco. Noi stiamo affrontando una grave sfida militare ad Est. La crisi, al momento, è ampia, simile per molti versi ma non identica a quella dell’inverno scorso. Più avanti ne discuteremo le cause. Adesso dobbiamo accettare le cose come sono e scoprire e applicare i modi, e impiegare i mezzi per svolgere le cose di nuovo a nostro favore. Non ha senso mettere in discussione la serietà della situazione. Io non voglio darvi una falsa impressione della situazione che potrebbe condurre a conclusioni altrettanto ingannevoli, magari dando al popolo tedesco una falso senso di sicurezza che è del tutto fuori luogo nella situazione attuale. La tempesta che infuria dalle steppe contro il nostro venerabile continente, quest’inverno sovrasta tutte le precedenti esperienze umane e storiche. L’esercito tedesco ed i suoi alleati sono l’unica difesa possibile. Nel suo proclama del 30 gennaio il Führer ha chiesto in un modo solenne e irresistibile cosa sarebbe divenuta la Germania e l’Europa se, il 30 gennaio del 1933, fosse andato al potere un governo borghese e democratico invece dei Nazionalsocialisti! Quali pericoli ne sarebbero derivati, più rapidamente di quanto avessimo potuto sospettare, e quali capacità difensive avremmo avuto per affrontarli? Dieci anni di Nazionalsocialismo sono stati sufficienti a rendere evidente al popolo tedesco la serietà del pericolo rappresentato dal bolscevismo all’Est. Ora si può comprendere perché noi parlavamo così di frequente della lotta contro il bolscevismo ai nostri raduni di Norimberga. Alzavamo le nostre voci per mettere in guardia il popolo tedesco e il mondo, sperando di risvegliare i popoli d’Occidente dalla paralisi della volontà e dello spirito in cui erano precipitati. Abbiamo provato ad aprir loro gli occhi sul pericolo orrendo del bolscevismo orientale, che ha assoggettato una nazione di quasi 200 milioni di persone al terrore degli ebrei e che stava preparando una guerra d’aggressione contro l’Europa. Quando il Führer ordinò all’esercito l’attacco ad Est il 22 giugno 1941, noi tutti sapevamo che questa sarebbe stata la battaglia decisiva della nostra grande lotta. Conoscevamo i pericoli e le difficoltà. Ma sapevamo anche che i pericoli e le difficoltà sarebbero cresciuti col tempo e non diminuiti. Mancavano due minuti a mezzanotte. Attendere ancora avrebbe senz’altro condotto alla distruzione del Reich ed alla bolscevizzazione totale del continente europeo. E’ comprensibile che, come risultato delle vaste azioni fuorvianti e di occultamento del governo bolscevico, noi non abbiamo valutato in modo adeguato il potenziale bellico dell’Unione Sovietica. Soltanto adesso ci rendiamo conto della sua dimensione reale. Questo è il motivo per cui la battaglia che affrontano i nostri soldati ad Est oltrepassa per durezza, pericoli e difficoltà ogni umana immaginazione. Essa richiede la nostra completa potenza nazionale. Questa è una minaccia per il Reich e per il continente europeo che getta nell’ombra ogni pericolo precedente. Se falliamo, noi avremo fallito la nostra missione storica. Tutto ciò che abbiamo costruito e realizzato nel passato impallidisce di fronte a questo compito gigantesco che affrontano direttamente l’esercito tedesco e meno direttamente il popolo tedesco. Io parlo innanzitutto al mondo e proclamo tre tesi per quanto riguarda la nostra lotta contro il pericolo bolscevico all’Est. La prima: se l’esercito tedesco non fosse in condizione di stroncare il pericolo dall’Est, il Reich cadrebbe preda del bolscevismo e tutta l’Europa lo seguirebbe in poco tempo. La seconda: soltanto l’esercito tedesco, il popolo tedesco e i loro alleati hanno la forza di salvare l’Europa da questa minaccia. La terza: il pericolo incombe. Dobbiamo agire rapidamente e con decisione oppure sarà troppo tardi. Torno alla prima tesi. Il bolscevismo ha sempre dichiarato apertamente la propria meta: provocare la rivoluzione non soltanto in Europa ma nel mondo intero e precipitarlo nel caos bolscevico. Questa meta è stata evidente fin dalla nascita dell’Unione Sovietica bolscevica ed è stato il fine ideologico e pratico della politica del Cremlino. Evidentemente più Stalin e gli altri capi sovietici ritengono di essere prossimi a realizzare i loro obiettivi di distruzione del mondo più tentano di celarli e nasconderli. Non possiamo farci ingannare. Noi non siamo come quegli animi timidi che attendono, come fa il coniglio ipnotizzato finché il serpente non lo divora. Noi preferiamo riconoscere il pericolo in tempo e compiere un’azione efficace. Noi vediamo attraverso non solo l’ideologia del bolscevismo, ma anche attraverso la sua azione; per questo, con esso, abbiamo ottenuto grandi successi nelle lotte nazionali. Il Cremlino non può ingannarci. Abbiamo al nostro attivo quattordici anni di lotte per il potere e i dieci anni successivi, per smascherare le sue intenzioni e i suoi inganni infami. La meta del bolscevismo è la rivoluzione mondiale ebraica. Essi vogliono portare il caos nel Reich e in Europa, utilizzando la disperazione conseguente per instaurare la loro tirannia capitalista internazionale, mascherata di bolscevismo. Non c’è bisogno che vi dica cosa ciò rappresenterebbe per il popolo tedesco. La bolscevizzazione del Reich sarebbe la liquidazione della nostra intera intellighenzia e della Führung e la caduta dei nostri lavoratori nella schiavitù giudaico-bolscevica. A Mosca loro trovano operai per i battaglioni di lavori forzati nella tundra siberiana, come ha detto il Führer nel suo proclama del 30 gennaio. La rivolta delle steppe si sta preparando al fronte, e la tempesta dall’Est che ogni giorno irrompe contro le nostre linee con forza crescente non è altro che una ripetizione della devastazione storica che tanto spesso, in passato, ha messo in pericolo la nostra parte del mondo. Quella è una minaccia diretta all’esistenza di ogni potenza europea. Nessuno pensi che il bolscevismo si fermerebbe ai confini del Reich, se riuscisse vittorioso. La meta della sua politica aggressiva e delle sue guerre è la bolscevizzazione di tutte le terre e tutti i popoli al mondo. A dispetto di queste intenzioni innegabili, noi non ci facciamo impressionare dalle dichiarazioni scritte del Cremlino o dalle garanzie di Londra e Washington. Noi sappiamo che ad Est stiamo affrontando una crudeltà politica infernale che non ammette le norme che governano le relazioni fra i popoli e le nazioni. Quando, per esempio, l’inglese Lord Beaverbrook sostiene che l’Europa dev’essere lasciata in mani sovietiche, o quando il principale giornalista ebreo americano, Brown, aggiunge cinicamente che la bolscevizzazione dell’Europa potrebbe risolvere tutti i problemi del continente, noi sappiamo cosa essi hanno in mente. Le potenze europee stanno fronteggiando il problema più critico. L’Occidente è in pericolo. E non fa alcuna differenza se i governi e gli intellettuali se ne rendono conto oppure no. Il popolo tedesco, in ogni caso, non vuole rassegnarsi a questo pericolo. Dietro le divisioni sovietiche che avanzano verso di noi vediamo i commando ebraici liquidatori e dietro di loro il terrore, lo spettro della fame di massa e della totale anarchia. L’ebraismo internazionale è il fermento diabolico della decomposizione che prova una cinica soddisfazione nel trascinare il mondo del caos più profondo e nel distruggere antiche culture nella cui edificazione non ha avuto ruolo alcuno. Noi sappiamo anche qual è la nostra responsabilità storica. Duemila anni di civiltà occidentale sono in pericolo. Non si può sopravvalutare il pericolo. È indicativo che quando lo si smaschera per ciò che è veramente, il giudaismo internazionale protesta a gran voce in tutto il mondo. Le cose sono andate così lontano in Europa che non si può definire il pericolo come tale quand’esso è provocato dagli ebrei. Ciò non ci fermerà dal trarre le necessarie conclusioni. Questo è quanto abbiamo fatto nelle nostre prime lotte in Germania. Gli ebrei democratici del Berliner Tageblatt e del Vossischen Zeitung servivano gli ebrei comunisti minimizzando e sottovalutando un pericolo crescente, cullando nel sonno il nostro popolo minacciato e riducendo la sua capacità di resistenza. Noi vedremo, se il pericolo non sarà sopraffatto, lo spettro della fame, la sofferenza ed il lavoro forzato per milioni di tedeschi. Vedremo crollare la nostra veneranda parte del mondo e seppellire fra le rovine l’antica eredità d’Occidente. Questo è il pericolo che affrontiamo oggi. La mia seconda tesi: soltanto il Reich tedesco ed i suoi alleati sono in grado di resistere a questo pericolo. Le nazioni europee, compresa l’Inghilterra, ritengono di essere forti abbastanza da resistere con efficacia alla bolscevizzazione dell’Europa, se vi si dovesse giungere. Questa convinzione è puerile e neppure meritevole di essere confutata. Se neanche il più forte corpo militare al mondo è in grado di spezzare la minaccia del bolscevismo, chi altro potrebbe farlo? (lo Sportpalast grida: “Nessuno!”). Le nazioni europee neutrali non hanno né il potenziale né i mezzi militari né la forza spirituale per opporre neppure la più piccola resistenza al bolscevismo. Le divisioni bolsceviche, che agiscono come automi, le rovescerebbero in pochi giorni. Nelle capitali degli stati europei medi e più piccoli si consolano con l’idea che bisogna essere armati spiritualmente contro il bolscevismo (risate). Questo ci rammenta le dichiarazioni dei partiti borghesi nel 1932, che pensavano di poter combattere e vincere la battaglia contro il comunismo con le armi spirituali. Cosa fin troppo stupida per valere la pena di una confutazione. Il bolscevismo orientale non è solo una dottrina terroristica, è anche una pratica terroristica. Esso si batte per i propri fini con precisione infernale, utilizzando ogni risorsa a sua disposizione, a dispetto del benessere, della prosperità o della pace dei popoli che opprime implacabilmente. Cosa farebbero l’Inghilterra e l’America se, nel peggiore dei casi, l’Europa cadesse in mani bolsceviche? Forse Londra convincerebbe i bolscevichi a fermarsi sul Canale della Manica? Ho già detto che il bolscevismo ha le proprie legioni straniere sotto forma dei partiti comunisti in ogni nazione democratica. Nessuno di questi stati può ritenersi immune dal bolscevismo interno. In una recente elezione suppletiva per la Camera dei Comuni, un candidato indipendente, cioè un comunista, ha ottenuto 10.741 dei 22.371 voti espressi. E’ accaduto in un distretto che, in altri tempi, era stato una roccaforte conservatrice. In poco tempo 10.000 votanti, quasi la metà, sono stati perduti a favore dei comunisti. Questa è la prova che il pericolo bolscevico esiste anche in Inghilterra e che non scomparirà semplicemente perché lo si ignora. Noi non riponiamo alcuna fiducia in nessuna delle promesse territoriali che possa fare l’Unione Sovietica. Il bolscevismo fissa dei confini sia ideologici che militari che mettono in pericolo ogni nazione. Il mondo non ha altra scelta che precipitare di nuovo nella sua vecchia frammentazione o accettare un ordine nuovo per l’Europa sotto la guida dell’Asse. L’unica alternativa, oggi, è tra vivere sotto la protezione dell’Asse oppure in un’Europa bolscevica. Sono fermamente convinto che i lamentosi lord e gli arcivescovi di Londra non hanno la benché minima intenzione di resistere al pericolo bolscevico che deriverebbe dall’entrata in Europa dell’esercito sovietico. Gli ebrei hanno infettato così profondamente gli stati anglosassoni, sia spiritualmente che politicamente, che essi non posseggono più la capacità di vedere il pericolo. Esso si maschera da Bolscevismo in Unione Sovietica e da capitalismo plutocratico negli stati anglo-sassoni. La razza ebraica è pratica d’imitazioni. Loro mettono a dormire i popoli che li ospitano, paralizzando le loro capacità difensive. Il nostro intuito su questa questione ci ha condotto presto alla consapevolezza che la cooperazione fra la plutocrazia ed il bolscevismo internazionale non era una contraddizione bensì il segno di profonde comunioni d’interessi. La mano degli ebrei pseudo-civilizzati dell’Europa occidentale stringe quella degli ebrei dei ghetti orientali sulla Germania. L’Europa si trova in pericolo mortale. Non mi compiaccio di credere che le mie osservazioni influenzeranno l’opinione pubblica degli stati neutrali, men che meno quella degli stati nemici. Questo non è né il mio fine né la mia intenzione. So che, dati i nostri problemi sul Fronte dell’Est, domani la stampa inglese mi attaccherà furiosamente con l’accusa di aver sondato il terreno per la pace (risate). Non è affatto così. Nessuno in Germania pensa più ad un vile compromesso. Il popolo tutto pensa soltanto ad uno strenuo combattimento. Come portavoce della nazione che guida il continente, tuttavia, rivendico il diritto di chiamare pericolo il pericolo sia che esso minacci oppure no non soltanto la nostra terra ma l’intero continente. Noi Nazionalsocialisti abbiamo il dovere di dare l’allarme contro il tentativo dell’Internazionale ebraica di sprofondare nel caos il continente europeo e di ammonire che gli ebrei hanno nel bolscevismo una potenza militare terroristica il cui pericolo non può essere sopravvalutato. La mia terza tesi è che il pericolo è immediato. La paralisi delle democrazie europee occidentali già prima di questa minaccia mortale era spaventosa. L’ebraismo internazionale sta facendo di tutto per favorire questa paralisi. Durante la nostra lotta per il potere in Germania, i giornali ebraici cercavano di nascondere il pericolo finché il Nazionalsocialismo non ha risvegliato il popolo. Oggi accade lo stesso nelle altre nazioni. Gli ebrei ancora una volta si rivelano come l’incarnazione del male, come l’artificioso demone della decadenza e i portatori di un caos internazionale distruttore di culture. Questo spiega, a proposito, la nostra coerente politica ebraica. Noi vediamo gli ebrei come una minaccia diretta per ogni nazione. A noi non importa cosa facciano gli altri popoli per questo pericolo. Ciò che facciamo per difenderci è affar nostro, comunque, e non tolleriamo obiezioni da altri. Gli ebrei rappresentano un’infezione contagiosa. Le nazioni nemiche possono sollevare ipocrite proteste contro le nostre misure contro gli ebrei e piangere lacrime di coccodrillo, ma non ci impediranno di fare ciò che è necessario. La Germania, in ogni caso, non ha intenzione di rassegnarsi a questa minaccia, bensì intende prendere i provvedimenti più radicali, se necessari, finché è in tempo. Le sfide militari del Reich ad Est sono al centro di ogni cosa. La guerra dei robot meccanizzati contro la Germania e l’Europa ha raggiunto il culmine. Nel resistere a questa grave minaccia diretta il popolo tedesco ed i suoi alleati dell’Asse stanno adempiendo, nel senso più autentico del termine, una missione europea. La nostra battaglia, coraggiosa e giusta, contro questo flagello universale non sarà impedita dai clamori mondiali dell’ebraismo internazionale. Essa può e deve terminare soltanto con la vittoria. La tragica battaglia di Stalingrado è un simbolo dell’eroica, virile resistenza alla rivolta delle steppe. Essa, per il popolo tedesco, ha un significato non soltanto militare, ma anche intellettuale e spirituale. Là i nostri occhi sono stati aperti sulla vera natura della guerra. Noi non vogliamo ulteriori false speranze e illusioni. Vogliamo guardare coraggiosamente in faccia i fatti, per quanto duri e spaventosi possano essere. La storia del nostro Partito e del nostro Stato prova che un pericolo riconosciuto è un pericolo sconfitto. Le nostre dure battaglie future ad Est saranno nel segno di questa resistenza eroica. Ciò richiederà prima sforzi inauditi da parte dei nostri soldati e delle nostre armi. Ad Est infuria una guerra spietata. Il Führer aveva ragione quando dichiarò che alla fine non vi saranno né vincitori né vinti, bensì la vita o la morte. La Nazione tedesca lo sa. I suoi salutari istinti l’hanno guidata attraverso l’odierna confusione delle difficoltà intellettuali e spirituali. Oggi sappiamo che la Blitzkrieg in Polonia e la Campagna in Occidente hanno solo limitato il senso della battaglia ad Est. La Nazione tedesca sta combattendo per tutto ciò che ha. Sappiamo che il popolo tedesco sta difendendo i suoi beni più sacri: le proprie famiglie, donne e bambini, la campagna magnifica e intatta, le proprie città e i villaggi, i duemila anni della propria cultura, tutto ciò che rende la vita davvero degna. Il bolscevismo naturalmente non ha il minimo rispetto per i nostri tesori nazionali e non presterebbe loro alcuna attenzione qualora se ne appropriasse. Non l’ha fatto neppure per il proprio popolo. L’Unione Sovietica negli ultimi 25 anni ha accresciuto il proprio potenziale militare ad un livello inimmaginabile e noi lo abbiamo valutato erroneamente. In Russia i terroristi ebrei hanno 200 milioni di persone che li servono. Essi hanno usato con cinismo i propri sistemi per far nascere dall’imperturbabile durezza del popolo russo un serio pericolo per le nazioni civili europee. All’Est una nazione intera è stata spinta in guerra. Uomini, donne e perfino bambini vengono impiegati non soltanto nelle fabbriche d’armi ma nelle battaglie. Duecento milioni che vivono nel terrore della GPU, in parte prigionieri di una visione del mondo infernale, in parte di una stupidità assoluta. Le masse di carri armati che abbiamo affrontato ad Est sono il risultato di 25 anni di sventura sociale e sofferenza del popolo bolscevico. Noi dobbiamo rispondere con misure analoghe se non vogliamo rinunciare e darci per vinti. La mia ferma convinzione è che non possiamo vincere il pericolo bolscevico se non usiamo metodi equivalenti, anche se non identici. Il popolo tedesco ha di fronte la domanda più grave della guerra, vale a dire trovare la determinazione d’usare tutte le nostre risorse per proteggere tutto quanto abbiamo e tutto ciò di cui avremo bisogno in futuro. L’esigenza del momento è la guerra totale. Dobbiamo metter fine all’atteggiamento borghese che abbiamo visto anche in questa guerra: Lavami la schiena, ma non bagnarmi! (Ogni frase viene accolta con applausi crescenti ed approvazioni). Il pericolo che ci è di fronte è enorme. Gli sforzi da fare per affrontarlo lo devono essere altrettanto. E’ venuto il momento di toglierci i guanti di velluto e usare i pugni. (Si levano grida di assenso. I canti, provenienti dalle gallerie e dalla platea testimoniano la piena approvazione della folla). Non possiamo più fare un uso parziale e negligente del potenziale bellico in patria e in aree significative d’Europa che controlliamo. Dobbiamo utilizzare appieno le nostre risorse, tanto più rapidamente ed accuratamente quanto organizzativamente e praticamente possibile. Le preoccupazioni superflue sono del tutto fuori luogo. Il futuro dell’Europa è condizionato dal nostro successo ad Est. Noi siamo pronti a difenderlo. Il popolo tedesco sta versando il proprio sangue più prezioso in questa battaglia. Il resto d’Europa dovrebbe lavorare almeno per sostenerci. In Europa vi sono molte voci serie che già se ne sono rese conto. Altri ancora resistono. Ciò non può avere influenza su di noi. Se il pericolo fosse di fronte solo a loro, potremmo considerare la loro riluttanza come una assurdità letteraria senza senso. Ma il pericolo ci minaccia tutti e noi tutti dobbiamo fare ciascuno la propria parte. Coloro che oggi non capiscono, domani ci ringrazieranno in ginocchio per esserci assunti questo compito con coraggio e fermezza. Non ci preoccupa affatto che i nostri nemici, all’estero, pretendano che i nostri provvedimenti di guerra totale ricordano quelli del bolscevismo. Con ipocrisia sostengono che ciò significa che non c’è alcun bisogno di combattere il bolscevismo. Qui non è una questione di metodo ma di meta, cioè di eliminare il pericolo. (applausi). La questione non è se i metodi sono buoni o cattivi, ma se hanno successo. Il Governo Nazionalsocialista è pronto ad usare qualsiasi mezzo. Non c’importa se qualcuno obietta. Non vogliamo indebolire il potenziale bellico della Germania con provvedimenti che mantengano un livello di vita alto, quasi da tempo di pace, per una certa classe, mettendo in tal modo in pericolo il nostro sforzo bellico. Noi stiamo volontariamente rinunciando ad una parte significativa del nostro livello di vita per aumentare lo sforzo bellico più rapidamente e completamente possibile. Ciò non è fine a se stesso, piuttosto un mezzo per raggiungere un fine. Il nostro livello di vita sociale sarà perfino più elevato dopo la guerra. Noi non abbiamo bisogno di imitare i metodi bolscevichi, poiché noi abbiamo un popolo e capi migliori, cosa che ci dà un grande vantaggio. Ma le cose hanno dimostrato che dobbiamo fare molto di più di quanto abbiamo fatto finora per volgere decisamente a nostro favore la guerra nell’Est. Come hanno dimostrato innumerevoli lettere dall’interno e dal fronte, a questo proposito, l’intero popolo tedesco è d’accordo. Ognuno sa che se perdiamo, tutto sarà distrutto. Il popolo e i suoi capi sono determinati a prendere le misure più radicali. Le grandi masse lavoratrici del nostro popolo non sono infelici perché il Governo e troppo duro. Caso mai lo sono perché è troppo rispettoso. Chiedete a chiunque in Germania e vi dirà: Ciò che è più radicale lo è quanto basta e ciò che è totale lo è a sufficienza per ottenere la vittoria. Lo sforzo totale di guerra è divenuto una questione riguardante l’intero popolo tedesco. Nessuno ha scusanti per ignorare le sue esigenze. Un applauso tempestoso ha salutato, il 30 gennaio scorso, il mio appello alla guerra totale. Posso perciò assicurarvi che i provvedimenti della leadership sono in pieno accordo coi desideri del popolo tedesco sia in patria che al fronte. Il popolo vuole portare qualsiasi peso, anche il più grande, fare qualsiasi sacrificio, se ciò conduce alla grande meta della vittoria. (Intenso applauso). Ciò naturalmente presuppone che i fardelli siano equamente suddivisi. (Forti approvazioni). Noi non possiamo tollerare una situazione in cui la maggior parte del popolo sopporta il peso della guerra, mentre una piccola e passiva porzione di esso tenta di sfuggire ai propri fardelli e alle responsabilità. Le misure che abbiamo preso, e quelle che ancora prenderemo, saranno caratterizzate dallo spirito della giustizia Nazionalsocialista. Noi non badiamo alla classe o al rango. Ricco o povero, alto o basso devono dividere egualmente i sacrifici. Ognuno, in questo grave momento, deve compiere il proprio dovere, o per scelta o altrimenti. Noi sappiamo che ciò ha il pieno appoggio del popolo. Piuttosto che fare troppo poco per ottenere la vittoria faremo addirittura troppo. Nessuna guerra nella storia è stata perduta a causa di troppi soldati o troppe armi. E’ vero però che molte sono state perse per il motivo contrario. E’ tempo di far muovere i fannulloni. Devono essere scrollati dai loro comodi agi. Non possiamo attendere che rinsaviscano da soli. Potrebbe avvenire troppo tardi. L’allarme deve echeggiare da un capo all’altro della Nazione. Milioni di braccia devono mettersi al lavoro in tutto il paese. I provvedimenti che abbiamo preso e quelli che ora prenderemo, e di cui discuterò più avanti in questo discorso, sono critici per l’intera nostra vita pubblica e privata. L’individuo dovrà fare grandi sacrifici, ma essi sono minuscoli se paragonati a quelli che dovrebbe fare se, rifiutandoli, si abbattesse su di noi il più grande disastro nazionale. E’ meglio agire al momento giusto che aspettare fin quando la malattia abbia attecchito. Non ci si può lagnare col medico o fargli causa per una ferita fisica. Egli non taglia per uccidere, bensì per salvare la vita del paziente. Lasciatemi ripetere che fra i più pesanti sacrifici che il popolo tedesco dovrà fare, il più urgente è che questi siano equamente suddivisi. Il popolo vuole così. Nessuno resiste ai più pesanti carichi della guerra. Ma il popolo si arrabbia quando pochi tentano sempre di sfuggire a questi sacrifici. Il Governo Nazionalsocialista ha il dovere sia morale che politico di opporsi a tali tentativi, se necessario con pene draconiane. Qui l’indulgenza sarebbe del tutto fuori luogo, portando in men che non si dica a confondere i sentimenti e gli atteggiamenti del popolo, il che sarebbe un serio pericolo per il morale nazionale. Siamo perciò obbligati ad adottare una serie di misure che non sono essenziali in se, per lo sforzo bellico, ma appaiono necessarie a sostenere il morale in patria e al fronte. L’ottica della guerra, cioè come le cose appaiono esteriormente, è d’importanza decisiva in questo quarto anno di guerra. In considerazione dei sacrifici sovrumani che il fronte compie ogni giorno, esso ha il diritto fondamentale di attendersi che nessuno in patria reclami il diritto d’ignorare la guerra e le sue esigenze. E ciò non lo richiede soltanto il fronte ma anche una parte schiacciante della madrepatria. Chi è attivo ha il diritto di aspettarsi che se lavora dieci o dodici o quattordici ore al giorno, un indolente non gli stia vicino ritenendolo stupido. La patria deve rimanere pura e integra nella sua interezza. Niente può turbare questa immagine. Vi sono quindi una serie di misure da tenere in considerazione nell’ottica della guerra. Abbiamo ordinato, per esempio, la chiusura dei bar e dei locali notturni. Io non posso immaginare che chi sta facendo il proprio dovere per lo sforzo bellico abbia ancora energie per rimaner fuori la notte in posti del genere. Posso solo concludere che non starebbero prendendo sul serio le proprie responsabilità. Noi abbiamo chiuso questi esercizi perché cominciavano ad offenderci e perché disturbano l’immagine della guerra. Non abbiamo nulla contro i divertimenti come quelli. Dopo la guerra seguiremo di nuovo, felicemente, la regola “Vivi e lascia vivere”. Ma durante la guerra, lo slogan deve essere “Combatti e lascia combattere!”. Abbiamo chiuso anche i ristoranti di lusso che richiedono più risorse di quanto sia ragionevole. Può essere che, occasionalmente, qualcuno pensi che, perfino in tempo di guerra, il proprio stomaco sia la cosa più importante. Non possiamo prestargli alcuna attenzione. Al fronte ognuno, dal soldato semplice al generale Feldmaresciallo, mangia alle cucine da campo. Non posso credere che sia chiedere troppo insistere che noi, in patria, prestiamo attenzione almeno alle leggi fondamentali della vita comunitaria. Potremo tornare ad essere gourmet di nuovo quando la guerra sarà finita. Adesso abbiamo cose più importanti da fare che preoccuparci dei nostri stomaci. Sono stati chiusi anche innumerevoli negozi di lusso. Spesso offendevano i compratori. Generalmente non c’era nulla da comprare, a meno che, magari, non si pagasse qui e là con burro o uova invece di danaro. A che servono dei negozi che non hanno più nulla da vendere, ma usano soltanto elettricità, riscaldamento e il lavoro delle persone che è insufficiente in tutti gli altri posti, in particolare nell’industria bellica? Ed è una scusa affermare che tenere aperti qualcuno di questi negozi dia un’impressione attraente agli stranieri. Gli stranieri saranno impressionati soltanto da una vittoria tedesca! (applauso). Tutti vorranno essere nostri amici se vinciamo la guerra. Ma se perdiamo, potremo contare gli amici sulle dita di una mano. Abbiamo messo fine a tali illusioni. Vogliamo mettere questa gente che stava in negozi vuoti a fare un lavoro utile per l’economia bellica. Questo processo è già in moto e sarà completato entro il 15 marzo. Naturalmente questa è una significativa trasformazione della nostra intera vita economica. Stiamo seguendo un piano. Non vogliamo accusare nessuno ingiustamente o dar luogo a reclami ed accuse da ogni parte. Stiamo solo facendo ciò che è necessario. Ma lo stiamo facendo rapidamente e completamente. Piuttosto indosseremo abiti usati per qualche anno che far vestire il nostro popolo di stracci per qualche secolo. A che servono oggi i saloni di moda? Usano solo luce, riscaldamento e lavoratori. Riapriranno quando la guerra finirà. A che servono gli istituti di bellezza che incoraggiano un culto della moda e sottraggono una quantità enorme di tempo ed energia? In tempo di pace sono meravigliosi, durante la guerra sono uno spreco di tempo. Le nostre donne e le nostre ragazze saranno in grado di salutare i nostri soldati che tornano vittoriosi senza gli abiti di gala dei tempi di pace (applausi). Gli uffici governativi lavoreranno più rapidamente e con minor burocrazia. Non fa una buona impressione quando un ufficio chiude in orario dopo otto ore. Il popolo non sta lì per gli uffici, sono gli uffici che sono lì per il popolo. Si deve lavorare finché il lavoro non è finito. Questa è un’esigenza della guerra. Se il Führer può fare una cosa del genere, possono farla anche i suoi impiegati retribuiti. Se non c’è lavoro sufficiente per coprire l’orario prolungato, allora il 10 o il 20 o il 30 per cento dei lavoratori possono essere trasferiti alla produzione di guerra e sostituire altri uomini al servizio al fronte. Ciò vale per tutti gli uffici della Nazione. Questo da solo può far procedere il lavoro in alcuni uffici più rapidamente e facilmente. Dobbiamo apprendere dalla guerra ad agire alla svelta, non solo accuratamente. Il soldato al fronte non ha settimane per meditare sulle cose, per organizzare i propri pensieri o lasciarli riposare in polverosi archivi. Egli deve agire immediatamente o perdere la vita. In patria noi non perdiamo la vita se lavoriamo lentamente, ma mettiamo in pericolo la vita del nostro popolo. Ognuno deve imparare a badare al morale e prestare attenzione alle giuste esigenze del popolo che combatte e lavora. Noi non siamo guastafeste ma non tollereremo neppure coloro che ostacolano i nostri sforzi. Per esempio, è intollerabile che certi uomini e certe donne stiano settimane nelle stazioni termali a scambiare chiacchiere, prendendo il posto a soldati in permesso o a lavoratori che hanno diritto ad una vacanza dopo un anno di duro lavoro. Ciò è intollerabile e noi vi abbiamo messo fine. La guerra non è tempo di divertimenti. Fin quando non sarà finita, trarremo la nostra più profonda soddisfazione nel lavoro e nella battaglia. A coloro che non lo comprendono da soli si deve insegnare a capirlo, a forza, se necessario. Potrebbero essere necessarie le misure più severe. Non appare bello, per esempio, quando dedichiamo enormi sforzi propagandistici al tema: “Le ruote devono girare per la vittoria!”, col risultato che la gente evita i viaggi superflui soltanto per vedere dei vitelloni senza lavoro trovare più posti liberi sui treni. Le ferrovie servono per trasportare beni di guerra e viaggiatori per motivi bellici. Solo coloro che hanno bisogno di riposarsi da un duro lavoro meritano una vacanza. Il Führer non si è preso un giorno di riposo dall’inizio della guerra. Dal momento che il primo uomo del paese prende il proprio lavoro con tanta serietà e responsabilità, ci si deve attendere che ogni cittadino segua il suo esempio. D’altra parte il Governo sta facendo tutto il possibile per dare ai lavoratori lo svago di cui hanno bisogno in questi tempi difficili. I teatri, i cinema e i music hall rimangono in piena attività. La radio sta lavorando per ampliare e migliorare la propria programmazione. Non abbiamo alcuna intenzione di infliggere un grigio stato d’animo invernale al nostro popolo. Ciò che serve al popolo e tiene alto la sua forza di combattere e lavorare è buono e fondamentale per lo sforzo bellico. Vogliamo solo eliminare l’opposto. Per equilibrare i provvedimenti di cui ho già discusso, ho quindi ordinato che gli istituti culturali e spirituali che servono al popolo non siano diminuiti, bensì aumentati. Fin quando contribuiscono invece che nuocere allo sforzo bellico, essi devono essere sostenuti dal Governo. Ciò vale anche per gli sport. Oggi gli sport non sono soltanto per particolari cerchie, ma una questione del popolo intero. Esoneri militari per gli atleti sono fuori luogo. Lo scopo dello sport è di indurire il corpo, certamente col fine di usarlo in modo appropriato nel momento del bisogno più grande. Il Fronte condivide i nostri desideri. L’intero popolo tedesco concorda con passione. Non è più disposto a compiere sforzi che sprecano solo tempo e risorse. Non sopporterà più complicati questionari per ogni eventuale problema. Non vuole più preoccuparsi per migliaia di faccende minori che possono avere la loro importanza in tempo di pace, ma sono totalmente futili durante la guerra. E non ha neanche bisogno che gli sia ricordato il proprio dovere con riferimenti ai grandi sacrifici dei nostri soldati a Stalingrado. Il popolo sa cosa deve fare. Ognuno, in alto e in basso, ricco o povero, vuole condividere uno stile di vita spartano. Il Führer dà a noi tutti l’esempio, un esempio che deve essere seguito da tutti. Egli conosce soltanto lavoro e preoccupazione. Noi non vogliamo lasciare tutto a lui, ma piuttosto vogliamo togliergliene quella parte che siamo in grado di sopportare. I tempi odierni hanno una straordinaria somiglianza, per ogni autentico Nazionalsocialista, col periodo della lotta per il potere. Abbiamo sempre agito allo stesso modo. Eravamo con il popolo nella buona e nella cattiva sorte e questo è il motivo per cui il popolo ci seguiva. Abbiamo sempre portato i nostri fardelli insieme al popolo, per questo non ci sembravano pesanti, ma leggeri. Il popolo vuole essere guidato. Mai nella storia il popolo ha abbandonato una leadership coraggiosa e risoluta nei momenti critici. Lasciatemi dire poche parole in merito alle misure concrete relative allo sforzo per la guerra totale che abbiamo già preso. Il problema è rendere disponibili soldati per il fronte e lavoratori per l’industria degli armamenti. Questi sono gli scopi primari, anche a costo del nostro livello di vita sociale. Ciò non significa un declino permanente del nostro livello di vita. Significa soltanto raggiungere un fine, quello della guerra totale. Come parte di questa campagna sono state revocati centinaia di migliaia di esoneri militari. Questi esoneri erano stati concessi perché non avevamo sufficienti manodopera esperta per coprire le posizioni che sarebbero rimaste scoperte revocandoli. La ragione dei nostri provvedimenti attuali è di mobilitare i lavoratori necessari. Questo è il motivo per cui abbiamo fatto appello agli uomini che non lavoravano nel settore bellico e alle donne che non lavoravano del tutto. Essi non ignoreranno e non potranno ignorare il nostro appello. Il dovere di lavorare per le donne è grande. Ciò non significa, comunque, che solo quelle previste dalla legge debbano lavorare. Tutte sono benvenute. Più donne si associano allo sforzo bellico, più soldati possiamo rendere disponibili per il Fronte. I nostri nemici sostengono che le donne tedesche non sono in grado di sostituire gli uomini nell’economia di guerra. Ciò può esser vero per certi settori di lavoro pesante. Ma io sono persuaso che la donna tedesca è risoluta ad occupare il posto lasciato dall’uomo che parte per il Fronte e di farlo al più presto possibile. Noi non abbiamo bisogno di far notare l’esempio bolscevico. Per anni, milioni delle migliori donne tedesche hanno lavorato nella produzione bellica ed esse attendono con impazienza di essere raggiunte ed aiutate da altre di loro. Tutte coloro che partecipano al lavoro stanno solo dando il giusto ringraziamento a quelli che sono al fronte. Centinaia di migliaia hanno già iniziato, ed altre centinaia di migliaia inizieranno. Speriamo di svincolare presto interi eserciti di lavoratori che, a loro volta, renderanno disponibili eserciti di combattenti al fronte. Avrei scarsa considerazione delle donne tedesche se pensassi che non vogliono ascoltare il mio appello. Loro non cercheranno di seguire la lettera della legge o di scivolare attraverso le sue maglie. Le poche che potrebbero tentare non ci riusciranno. Non accetteremo permessi medici. Neppure accetteremo l’alibi che qualcuna debba aiutare il marito o i parenti o degli amici come sistema per evitare il lavoro. Risponderemo appropriatamente. Le poche che tenteranno cose del genere riusciranno soltanto a perdere il rispetto di quelli che le circondano. Il popolo le disprezzerà. Nessuno si aspetta che una donna manchi della forza fisica necessaria per andare a lavorare in una fabbrica di carri. Vi sono comunque anche numerose attività, nella produzione bellica, che non richiedono una particolare forza fisica e che una donna può svolgere perfino se proviene dalla migliore società. Nessuno è troppo bravo sul lavoro e tutti noi dobbiamo scegliere fra rinunciare a ciò che abbiamo oppure perdere tutto. E’ giunto anche il momento di chiedere alle donne che hanno dei domestici se effettivamente ne hanno bisogno. Ci si può prendere cura della casa e dei bambini anche da sole, lasciando libera la servitù per altri compiti, oppure si può affidare la cura della casa e dei figli alla servitù o alla NSV ed andare a lavorare. La vita può non essere piacevole come in tempo di pace. Ma noi non siamo in pace, noi siamo in guerra. Potremo metterci comodi dopo che avremo vinto la guerra. Ora dobbiamo sacrificare le nostre comodità per conquistare la vittoria. Le mogli dei soldati certamente lo comprendono. Loro sanno che è loro dovere verso i propri mariti sostenerli svolgendo un lavoro che è importante per lo sforzo bellico. Ciò è particolarmente vero in agricoltura. Le mogli dei contadini devono dare un buon esempio. Sia gli uomini che le donne devono essere sicure che nessuno faccia meno durante la guerra di quanto loro facevano in tempo di pace; invece deve essere svolta una quantità maggiore di lavoro in ogni settore. Non si può, in proposito, commettere l’errore di lasciare ogni cosa al Governo. Il Governo può soltanto disporre le direttive di massima. Dar vita a queste direttive è compito del popolo che lavora, sotto la guida stimolante del Partito. E’ essenziale un’azione rapida. Si deve andare al di là dei requisiti legali. “Volontario!” è lo slogan. Come Gauleiter di Berlino, io qui faccio appello soprattutto ai miei camerati berlinesi. Essi hanno dato a sufficienza buoni esempi di nobile condotta e coraggio durante la guerra, tali da non fallire ora. Il loro comportamento concreto ed il buon umore perfino durante la guerra hanno fatto loro guadagnare una buona fama in tutto il mondo. Questa bella reputazione deve essere mantenuta e rafforzata! Se io chiedo ai miei berlinesi di fare qualche lavoro importante rapidamente, accuratamente e senza proteste, io so che tutti loro obbediranno. Noi non vogliamo lamentarci delle difficoltà giornaliere o brontolare l’un con l’altro. Vogliamo piuttosto comportarci bene non solo come berlinesi, ma come tedeschi, cercando il lavoro, agendo, prendendo l’iniziativa di fare qualcosa, non lasciandola a qualcun altro. Quale donna tedesca vorrebbe ignorare il mio appello a favore di coloro che lottano al Fronte? Chi vorrà anteporre i propri agi personali al dovere nazionale? Chi, di fronte alla grave minaccia che affrontiamo, vorrà considerare le proprie private necessità invece che le esigenze della guerra? Io respingo con disprezzo l’asserzione del nemico, che noi stiamo imitando il bolscevismo. Noi non vogliamo imitare il bolscevismo, noi vogliamo sconfiggerlo, con qualsiasi mezzo sia necessario. La donna tedesca comprenderà meglio ciò che intendo, perché sa da tempo che la guerra che stanno combattendo oggi i nostri uomini è soprattutto una guerra per proteggere i suoi figli. Il suo bene più sacro è difeso dal sangue più prezioso del nostro popolo. La donna tedesca deve proclamare spontaneamente la propria solidarietà coi suoi uomini che combattono. Essa farebbe meglio a unirsi ai milioni di lavoratori nell’esercito della patria, e dovrebbe farlo domani piuttosto che dopodomani. Attraverso il popolo tedesco deve scorrere un fiume di sollecitudine. Mi aspetto che innumerevoli donne e soprattutto uomini, che non stiano facendo un lavoro fondamentale per la guerra, si presentino alle autorità. Chi dà rapidamente dà il doppio. La situazione generale dell’economia si sta rafforzando. Ciò riguarda in particolare il sistema bancario ed assicurativo, il sistema delle imposte, i giornali e le riviste che non sono essenziali allo sforzo bellico, le attività governative e di Partito superflue e richiede anche una ulteriore semplificazione del nostro stile di vita. Io so che molti nel nostro popolo stanno compiendo grandi sacrifici. Comprendo i loro sacrifici e il Governo sta cercando di fornir loro il minimo necessario. Ma qualcosa deve restare e deve essere sopportato. Quando la guerra sarà finita, ricostruiremo ciò che ora stiamo eliminando, più generosamente e magnificamente, e lo Stato farà la propria parte. Io respingo energicamente l’accusa che i nostri provvedimenti elimineranno la classe media o si risolveranno in una economia monopolistica. La classe media riacquisterà la propria posizione economica e sociale dopo la guerra. Le misure attuali sono necessarie per lo sforzo bellico. Esse non mirano ad una trasformazione strutturale dell’economia ma semplicemente a vincere la guerra prima possibile. Non discuto il fatto che questi interventi causeranno preoccupazioni nelle prossime settimane. Ma ci daranno un periodo di respiro. Stiamo posando le fondamenta per la prossima estate, senza prestare attenzione alle minacce e alle vanterie del nemico. Io sono felice di rivelare questo piano per la vittoria (applauso) al popolo tedesco. Esso non soltanto accetta queste misure, ma le ha richieste, esigendole più energicamente che prima della guerra. Il popolo vuole l’azione! E’ tempo di dargliela! Dobbiamo usare il nostro tempo per preparare le sorprese future. Mi rivolgo ora all’intero popolo tedesco, e in particolare al Partito, come capo della totalizzazione del nostro sforzo bellico interno. Questo non è il primo importante compito che avete affrontato. Voi lo sosterrete con il consueto slancio rivoluzionario. Voi saprete trattare la pigrizia e l’indolenza che di quando in quando potranno mostrarsi. Il Governo ha promulgato delle regole generali, ed altre saranno emesse nelle prossime settimane. Le questioni minori non regolamentate con questi provvedimenti devono essere preoccupazione del popolo, sotto la guida del Partito. C’è una legge morale che presiede tutto, per ciascuno di noi: non fare nulla che nuoccia allo sforzo bellico e fare qualsiasi cosa che avvicini la vittoria. Negli anni scorsi abbiamo spesso richiamato l’esempio di Federico il Grande, sui giornali e alla radio. Non avevamo il diritto di farlo. Durante la Guerra di Slesia, per un po’, Federico II aveva cinque milioni di Prussiani, secondo Schlieffen, schierati contro 90 milioni di nemici. Nel secondo dei sette anni infernali egli patì una sconfitta che scosse la Prussia fin dalle fondamenta. Egli non ha mai avuto soldati ed armi a sufficienza per combattere senza rischiare ogni cosa. La sua strategia era sempre quella dell’improvvisazione. Ma il suo principio era di attaccare il nemico ogni volta che fosse possibile. Patì delle sconfitte ma ciò non fu determinante. Ciò che fu decisivo è che il Grande Re rimase indomito, che fu incrollabile di fronte alle mutevoli fortune della guerra, che il suo cuore forte vinse ogni pericolo. Alla fine dei sette anni di guerra egli aveva 51 anni, non aveva più denti, soffriva di gotta, ed era afflitto da mille dolori ma rimase in piedi sul campo di battaglia devastato e fu il vincitore. Come possiamo paragonare la nostra situazione con la sua? Mostriamo la sua stessa volontà, la sua stessa risolutezza e quando verrà il momento facciamo come lui, restiamo irremovibili a tutti i cambiamenti del fato e come lui vinciamo la battaglia anche nelle circostanze più avverse. Non dubitiamo mai della nostra grande causa. Io sono fermamente convinto che il popolo tedesco è stato profondamente commosso dal colpo del destino a Stalingrado. Ha visto in faccia la durezza e la crudeltà della guerra. Ora conosce l’orribile verità ed è deciso a seguire il Führer nella buona e nella cattiva sorte. La stampa inglese e americana nei giorni scorsi ha scritto a lungo dell’atteggiamento del popolo tedesco durante questa crisi. Gli inglesi sembrano ritenere di conoscere il popolo tedesco molto meglio di noi che lo guidiamo. Essi danno ipocriti consigli su cosa dovremmo o non dovremmo fare. Credono che il popolo tedesco di oggi sia lo stesso popolo tedesco del novembre 1918 quando cadde vittima dei loro persuasivi inganni. Non ho bisogno di dimostrare la falsità delle loro affermazioni. Essa scaturirà dalla lotta e dal lavoro del popolo tedesco. Per giungere alla pura e semplice verità, camerati tedeschi, voglio porvi una serie di domande. Voglio che voi rispondiate loro, al meglio della vostra consapevolezza e secondo la vostra coscienza. Quando il pubblico mi acclamò lo scorso 30 gennaio, la stampa inglese, il giorno successivo, riferì che era tutto uno spettacolo propagandistico che non rappresentava la reale opinione del popolo tedesco. Ho invitato al raduno di oggi un gruppo rappresentativo del popolo tedesco nel senso migliore del termine. Di fronte a me vi sono file di soldati tedeschi feriti sul Fronte dell’Est, che hanno perduto gambe e braccia, coi corpi feriti, quelli che hanno perduto la vista, quelli che sono venuti con le infermiere, uomini nel fiore della gioventù che stanno in piedi con le stampelle. Fra loro, 50 hanno meritato la Croce di Ferro con Fronde di Quercia, esempi luminosi del nostro fronte combattente. Dietro di loro gli operai delle fabbriche di carri di Berlino. Ancora dietro vi sono dirigenti del Partito, soldati dell’esercito, medici, scienziati, artisti, ingegneri e architetti, insegnanti, funzionari e impiegati degli uffici, orgogliosi rappresentanti di ogni settore della nostra vita intellettuale che, perfino in mezzo ad una guerra, creano miracoli di umano genio. In ogni parte dello Sportpalast vedo migliaia di donne tedesche. I giovani sono qui insieme ai vecchi. Nessuna classe, nessuna attività, nessuna età è rimasta fuori. Posso a buon diritto affermare che di fronte a me è raccolto un campione rappresentativo della popolazione tedesca, sia dalla patria che dal fronte. E’ vero? Sì o no? Voi che mi ascoltate in questo momento rappresentate la Nazione tutta. Voglio farvi dieci domande cui voi risponderete per il popolo tedesco in ogni parte del mondo ma specialmente per i nostri nemici che ci stanno ascoltando alla radio. Gli inglesi sostengono che il popolo tedesco ha perduto la fede nella vittoria. Vi chiedo: Credete voi, insieme al Führer ed a noi, nella vittoria finale e totale del popolo tedesco? Vi chiedo: siete decisi a seguire il Führer nella buona e nella cattiva sorte fino alla vittoria e accettate spontaneamente i più pesanti fardelli personali? Secondo: gli inglesi dicono che il popolo tedesco è stanco di combattere. Vi chiedo: siete pronti a seguire il Führer come falangi della patria, seguendo i combattenti, e a muovere guerra con determinazione selvaggia nonostante tutti gli accidenti del fato finché la vittoria non sarà nostra? Terzo: gli inglesi affermano che il popolo tedesco non vuole più accettare le crescenti richieste del Governo di lavorare per la guerra. Vi chiedo: voi e il popolo tedesco, volete lavorare, se il Führer lo ordina, 10, 12 e se necessario 14 ore al giorno e dare tutto per la vittoria? Quarto: gli inglesi dichiarano che il popolo tedesco sta resistendo ai provvedimenti del Governo per la guerra totale. Esso non vorrebbe la guerra totale ma la capitolazione!. Vi chiedo: volete la guerra totale? Se necessario, volete una guerra più totale e radicale di quanto mai oggi possiamo neppure immaginare? Quinto: gli inglesi sostengono che il popolo tedesco ha perduto la propria fede nel Führer. Vi chiedo: La vostra fiducia nel Führer è più grande, più sincera e più incrollabile di prima? Siete assolutamente e completamente pronti a seguirlo ovunque e fare tutto ciò che è necessario per giungere alla vittoria? Sesto: vi chiedo: siete pronti da ora in avanti a darvi completamente per fornire al Fronte orientale gli uomini e le munizioni necessarie per sferrare al bolscevismo un colpo mortale? Settimo: vi chiedo: voi prestate un sacro giuramento al Fronte che la patria rimarrà compatta dietro di esso e che darete tutto ciò di cui ha bisogno per raggiungere la vittoria? Ottavo: vi chiedo: voi, e specialmente voi donne, volete che il governo faccia tutto che può per incoraggiare le donne tedesche a mettersi al completo al lavoro per sostenere lo sforzo bellico e liberare gli uomini per il Fronte ogni volta che sia possibile, aiutando quindi gli uomini al Fronte? Nono: vi chiedo: approvate, se necessarie, le misure più radicali contro un piccolo gruppo di scansafatiche e borsari neri che fingono vi sia la pace in mezzo ad una guerra e usano i bisogni della Nazione per i loro scopi egoistici? Siete d’accordo che coloro che ledono lo sforzo bellico debbano rimetterci la testa? Decimo e ultimo: vi chiedo: siete d’accordo che soprattutto in guerra, secondo il programma del Partito Nazionalsocialista, si debbano applicare gli stessi diritti e doveri a tutti, che la patria debba sopportare tutta insieme i pesanti fardelli della guerra e che tali fardelli debbano essere equamente divisi fra chi sta in alto e chi sta in basso e fra ricchi e poveri? Ho chiesto; voi mi avete dato le vostre riposte. Voi siete parte del popolo e le vostre risposte sono quelle del popolo tedesco. Voi avete detto ai nostri nemici ciò che avevano bisogno di udire, così da non farsi né illusioni né false idee. Ora, proprio come nelle prime ore di governo e durante i dieci anni seguenti, noi siamo fermamente legati dalla fratellanza col popolo tedesco. Il più potente alleato al mondo, il popolo stesso, è dietro di noi ed è deciso a seguire il Führer, qualunque cosa avvenga. Esso accetterà i più pesanti sacrifici per raggiungere la vittoria. Quale forza al mondo può impedirci di raggiungere il nostro scopo? Ora dobbiamo e vogliamo riuscire! Io sono davanti a voi non soltanto come portavoce del Governo, ma come portavoce del popolo. I miei vecchi amici del Partito sono qui intorno a me, investiti degli alti incarichi del popolo e del Governo. Il camerata Speer è seduto vicino a me. Il Führer gli ha conferito il grande compito di mobilitare l’industria tedesca degli armamenti e rifornire il fronte di tutte le armi necessarie. Il camerata Ley è seduto accanto a me. Il Führer lo ha incaricato di guidare la manodopera tedesca, istruendola ed addestrandola ad un lavoro infaticabile per lo sforzo bellico. Ci sentiamo profondamente debitori col camerata Sauckel che è stato incaricato dal Führer di portare centinaia di migliaia di lavoratori nel Reich per sostenere la nostra economia nazionale, una cosa che il nemico non può fare. Anche tutti i capi del Partito, dell’esercito e del Governo si uniscono a noi. Noi siamo tutti figli del nostro popolo, forgiati insieme dall’ora più critica della nostra storia nazionale. Noi promettiamo a voi, al Fronte, al Führer che insieme plasmeremo la patria in una forza su cui il Führer e i suoi combattenti possano fare assegnamento completamente e ciecamente. Noi promettiamo solennemente di fare, nella nostra vita e nel lavoro, tutto ciò che è necessario alla vittoria. Riempiremo i nostri cuori con la passione politica, col fuoco eterno che ardeva durante le grandi battaglie del Partito e dello Stato. Mai durante questa guerra cadremo preda del falso e ipocrita oggettivismo che ha condotto la Nazione tedesca a così grandi sventure nella sua storia. Quando la guerra iniziò volgemmo lo sguardo alla Nazione sola. Ciò che serve alla sua lotta per la vita è buono e deve essere incoraggiato. Ciò che nuoce alla sua lotta per la vita è cattivo e deve essere eliminato ed escluso. Noi supereremo i principali problemi di questa fase della guerra con animi ardenti e mente fredda. Siamo sulla strada della vittoria finale. Questa vittoria si basa nella nostra fede nel Führer. Questa sera io ricordo ancora una volta il proprio dovere alla Nazione. Il Führer si aspetta che facciamo tanto da mettere in ombra quanto abbiamo fatto in passato. Noi non vogliamo abbandonarlo. Come noi siamo orgogliosi di lui, lui dovrà essere orgoglioso di noi. Le grandi crisi e gli sconvolgimenti della vita nazionale mostrano chi siano i veri uomini e le vere donne. Non abbiamo più diritto di parlare del sesso più debole, poiché ambedue i sessi stanno mostrando la stessa determinazione e forza spirituale. La Nazione è pronta per qualsiasi cosa. Il Führer ha ordinato e noi lo seguiremo. In quest’ora di riflessione e meditazione nazionali, noi crediamo saldamente e incrollabilmente nella vittoria. La vediamo davanti a noi, dobbiamo solo afferrarla. Dobbiamo risolverci a subordinargli ogni cosa. Questo è il dovere di quest’ora. Che lo slogan sia: Ora popolo sorgi, tempesta scatenati!

venerdì 26 dicembre 2025

Giacomo Leopardi, Inno ai patriarchi, o de' principii del genere umano.

INNO AI PATRIARCHI, O DE’ PRINCIPII DEL GENERE UMANO E voi de’ figli dolorosi il canto, Voi dell’umana prole incliti padri, Lodando ridirà; molto all’eterno Degli astri agitator più cari, e molto Di noi men lacrimabili nell’alma Luce prodotti. Immedicati affanni Al misero mortal, nascere al pianto, E dell’etereo lume assai più dolci Sortir l’opaca tomba e il fato estremo, Non la pietà, non la diritta impose Legge del cielo. E se di vostro antico Error che l’uman seme alla tiranna Possa de’ morbi e di sciagura offerse, Grido antico ragiona, altre più dire Colpe de’ figli, e irrequieto ingegno, E demenza maggior l’offeso Olimpo N’armaro incontra, e la negletta mano Dell’altrice natura; onde la viva Fiamma n’increbbe, e detestato il parto Fu del grembo materno, e violento Emerse il disperato Erebo in terra. Tu primo il giorno, e le purpuree faci Delle rotanti sfere, e la novella Prole de’ campi, o duce antico e padre Dell’umana famiglia, e tu l’errante Per li giovani prati aura contempli: Quando le rupi e le deserte valli Precipite l’alpina onda feria D’inudito fragor; quando gli ameni Futuri seggi di lodate genti E di cittadi romorose, ignota Pace regnava; e gl’inarati colli Solo e muto ascendea l’aprico raggio Di febo e l’aurea luna. Oh fortunata, Di colpe ignara e di lugubri eventi, Erma terrena sede! Oh quanto affanno Al gener tuo, padre infelice, e quale D’amarissimi casi ordine immenso Preparano i destini! Ecco di sangue Gli avari colti e di fraterno scempio Furor novello incesta, e le nefande Ali di morte il divo etere impara. Trepido, errante il fratricida, e l’ombre Solitarie fuggendo e la secreta Nelle profonde selve ira de’ venti, Primo i civili tetti, albergo e regno Alle macere cure, innalza; e primo Il disperato pentimento i ciechi Mortali egro, anelante, aduna e stringe Ne’ consorti ricetti: onde negata L’improba mano al curvo aratro, e vili Fur gli agresti sudori; ozio le soglie Scellerate occupò; ne’ corpi inerti Domo il vigor natio, languide, ignave Giacquer le menti; e servitù le imbelli Umane vite, ultimo danno, accolse. E tu dall’etra infesto e dal mugghiante Su i nubiferi gioghi equoreo flutto Scampi l’iniquo germe, o tu cui prima Dall’aer cieco e da’ natanti poggi Segno arrecò d’instaurata spene La candida colomba, e delle antiche Nubi l’occiduo Sol naufrago uscendo, L’atro polo di vaga iri dipinse. Riede alla terra, e il crudo affetto e gli empi Studi rinnova e le seguaci ambasce La riparata gente. Agl’inaccessi Regni del mar vendicatore illude Profana destra, e la sciagura e il pianto A novi liti e nove stelle insegna. Or te, padre de’ pii, te giusto e forte, E di tuo seme i generosi alunni Medita il petto mio. Dirò siccome Sedente, oscuro, in sul meriggio all’ombre Del riposato albergo, appo le molli Rive del gregge tuo nutrici e sedi, Te de’ celesti peregrini occulte Beàr l’eteree menti; e quale, o figlio Della saggia Rebecca, in su la sera, Presso al rustico pozzo e nella dolce Di pastori e di lieti ozi frequente Aranitica valle, amor ti punse Della vezzosa Labanide: invitto Amor, ch’a lunghi esigli e lunghi affanni E di servaggio all’odiata soma Volenteroso il prode animo addisse. Fu certo, fu (nè d’error vano e d’ombra L’aonio canto e della fama il grido Pasce l’avida plebe) amica un tempo Al sangue nostro e dilettosa e cara Questa misera piaggia, ed aurea corse Nostra caduca età. Non che di latte Onda rigasse intemerata il fianco Delle balze materne, o con le greggi Mista la tigre ai consueti ovili Nè guidasse per gioco i lupi al fonte Il pastorel; ma di suo fato ignara E degli affanni suoi, vota d’affanno Visse l’umana stirpe; alle secrete Leggi del cielo e di natura indutto Valse l’ameno error, le fraudi, il molle Pristino velo; e di sperar contenta Nostra placida nave in porto ascese. Tal fra le vaste californie selve Nasce beata prole, a cui non sugge Pallida cura il petto, a cui le membra Fera tabe non doma; e vitto il bosco, Nidi l’intima rupe, onde ministra L’irrigua valle, inopinato il giorno Dell’atra morte incombe. Oh contra il nostro Scellerato ardimento inermi regni Della saggia natura! I lidi e gli antri E le quiete selve apre l’invitto Nostro furor; le violate genti Al peregrino affanno, agl’ignorati Desiri educa; e la fugace, ignuda Felicità per l’imo sole incalza. Sarà l’Inno ai patriarchi a sancire una volta per tutte che l’infelicità è nata insieme alla società e quindi la felicità non è mai esistita nella storia dell’uomo. È esistita solamente nelle aggregazioni preistoriche che vivevano in simbiosi con l’ambiente naturale. Nei tempi moderni resiste tra le popolazioni primitive delle lontane Americhe non toccate dalla civiltà; tuttavia anche lì la sua sopravvivenza sarà di breve durata, perché il progresso le incalza e non si acquieterà finché non le avrà colonizzate rendendole infelici. Il pessimismo leopardiano fino al 1823 scaturisce da una visione sconsolata della storia, potremmo dire da una filosofia della storia, anche se la negazione dei valori storici non è ancora la negazione di ogni valore. Sullo sfondo, come mito, e pur minacciata da vicino, la natura, depositaria di tutti i veri valori, è ancora vitale, è ancora la «saggia natura». Ma nell’Ultimo canto di Saffo la poetessa greca si uccide accusando la natura di averla resa infelice, senza sua colpa, avendole negato il dono della bellezza e dell’amore corrisposto. Bruto aveva svelato l’inganno della virtù, Saffo, innocente, mette in dubbio la ‘saggezza’ della natura e con ciò insinua che, forse, non è l’uomo il colpevole della sua storia infelice. L'equilibrio essere umano- natura si realizzerà soltanto con una realtà economico-sociale che renda l'essere umano socializzato nella produzione e nel consumo socializzati che rendano il rapporto con la natura inteso non al suo sfruttamento ma al suo sviluppo per il benessere di tutta l'umanità che utilizzi per il bene comune le capacità umane.

martedì 23 dicembre 2025

Il visionario costruisce ciò che i sognatori immaginano.

Il visionario costruisce ciò che i sognatori immaginano “La realtà è ciò che vedono le persone che mancano di visione.” Anonimo Nella storia, man mano che le forze produttive si sviluppavano, la classe che stava per prendere il sopravvento andava avanti secondo una nuova visione di società. Le vecchie tradizioni e i costumi precedenti venivano archiviati ideologicamente e realmente per lasciare il posto ai nuovi. In molti casi il passaggio avveniva con scontri cruenti tra vecchio e nuovo. Si pensi alla rivoluzione francese e all’avvento della borghesia. La realtà odierna mostra la classe dominante senza alcuna visione, impegnata strenuamente a difendere i suoi interessi nei confronti della classe lavoratrice e a lottare al suo interno per difendere l’ordine mondiale, istituito dopo la seconda guerra mondiale, dal sorgere di nuove potenze sulla scena. Questo scontro porta a guerre medie e piccole in tutto il globo, coinvolgendo la classe lavoratrice come “palle da cannone”. Il mondo, ormai, si divide tra chi sta con “ l’ occidente” e gli altri, che vogliono contare di più negli organismi internazionali. Questo scenario può prefigurare nel medio termine uno scontro bellico di proporzioni immani. In Europa il dibattito è su come cercare di rafforzare l’Unione per essere capace di avere un ruolo nella partita non secondario. Nei vari Paesi, tra cui l’Italia, il dibattito è tra chi vuole un ‘Europa più federale e compatta e chi cerca di boicottarla. Gli ultimi sono aiutati dagli USA che, sembra strano, ma così è, vedono in un’ Europa unita e forte un concorrente molto agguerrito. I vari partiti, i mass-media, i vari pugilatori a pagamento con lingua da schiavi discutono solo di questi temi senza alcuna visione di nuova società, senza proporre nulla di nuovo se non la realtà attuale, fatta di divisione in classi, di sfruttamento dell’essere umano sull’essere umano, di ricchi, pochi, e poveri, molti, di guerre, di precariato del lavoro, di disoccupazione. Si spacciano per riformatori, ma sono i peggiori reazionari, difatti le loro riforme non hanno significato altro per chi lavora che peggiori condizioni di lavoro e di vita. I cittadini, la classe lavoratrice si lasciano abbindolare dal giogo delle false ideologie, della falsa rappresentanza della realtà e, che partecipi alla farsa del voto o che non partecipi, lascia campo libero alla classe dominante e alle sue idee. Milioni di persone si rifugiano nella delusione, nella frustrazione, nella speranza di un futuro migliore, ma “ Chi di speranza vive, di speranza muore”, nelle religioni, pensando che nulla si possa fare per cambiare. Non vedono costoro che, come nella storia, proprio l’attrito degli interessi contrapposti è la base di una nuova realtà socio-economica. “La conoscenza porta alla visione e la visione fa vedere cose che sembrano impossibili!” Fa vedere che la classe lavoratrice, padrona della conoscenza-coscienza, dell’organizzazione, della strategia, della tattica; consapevole della forza del numero degli appartenenti alla classe e libera dagli orpelli ideologici della borghesia o, peggio ancora, della piccola borghesia può liberare se stessa e l’intera umanità, “prendendo dai quattro lati la tovaglia del tavolo e buttando tutto per aria.” “Gli inferiori si ribellano per poter essere uguali…” Aristotele “Affinchè qualcosa arrivi è necessario che qualcosa finisca. Non bisogna aver paura della fine, in ispecie se questa non fa assaporare il vero gusto della vita. Ogni fine è un nuovo inizio.” Anonimo Se la classe lavoratrice non sarà in grado nel breve e medio termine di organizzarsi strategicamente e tatticamente, l’umanità intera sarà costretta a subire le angherie di ogni tipo del “Tallone di ferro”.

Solo per conoscenza...

LETTERA APERTA DI JEFFREY SACHS AL CANCELLIERE FRIEDRICH MERZ: “LA SICUREZZA È INDIVISIBILE E LA STORIA CONTA” Cancelliere Merz, Lei ha ripetutamente parlato della responsabilità della Germania per la sicurezza europea. Tale responsabilità non può essere assolta attraverso slogan, memorie selettive o la costante normalizzazione dei discorsi di guerra. Le garanzie di sicurezza non sono strumenti unidirezionali. Vanno in entrambe le direzioni. Questa non è una tesi russa, né americana; è un principio fondamentale della sicurezza europea, esplicitamente sancito nell’Atto finale di Helsinki, nel quadro dell’OSCE e in decenni di diplomazia del dopoguerra. La Germania ha il dovere di affrontare questo momento con serietà e onestà storica. Su questo punto, la retorica e le scelte politiche recenti risultano pericolosamente carenti. Dal 1990, le principali preoccupazioni della Russia in materia di sicurezza sono state ripetutamente ignorate, diluite o direttamente violate, spesso con la partecipazione attiva o l’acquiescenza della Germania. Questa storia non può essere cancellata se si vuole porre fine alla guerra in Ucraina, e non può essere ignorata se si vuole evitare che l’Europa si trovi in uno stato di conflitto permanente. Alla fine della Guerra Fredda, la Germania diede ai leader sovietici e poi russi ripetute ed esplicite assicurazioni che la NATO non si sarebbe espansa verso est. Queste assicurazioni furono fornite nel contesto della riunificazione tedesca. La Germania ne trasse enormi benefici. La rapida unificazione del vostro Paese – all’interno della NATO – non sarebbe avvenuta senza il consenso sovietico, fondato su quegli impegni. Fingere in seguito che queste assicurazioni non abbiano mai avuto importanza, o che siano state solo osservazioni superficiali, non è realismo. È revisionismo storico. Nel 1999, la Germania partecipò ai bombardamenti della NATO sulla Serbia, la prima grande guerra condotta dalla NATO senza l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Non si trattò di un’azione difensiva. Fu un intervento che creò un precedente e che alterò radicalmente l’ordine della sicurezza del dopo Guerra Fredda. Per la Russia, la Serbia non era un’astrazione. Il messaggio era inequivocabile: la NATO avrebbe usato la forza oltre il suo territorio, senza l’approvazione delle Nazioni Unite e senza tener conto delle obiezioni russe. Nel 2002, gli Stati Uniti si ritirarono unilateralmente dal Trattato antimissile balistico (TABM), un pilastro della stabilità strategica per tre decenni. La Germania non sollevò alcuna seria obiezione. Eppure, l’erosione dell’architettura di controllo degli armamenti non si verificò in un vuoto. I sistemi di difesa missilistica schierati più vicino ai confini russi furono giustamente percepiti dalla Russia come destabilizzanti. Liquidare tali percezioni come paranoia era propaganda politica, non sana diplomazia. Nel 2008, la Germania riconobbe l’indipendenza del Kosovo, nonostante gli espliciti avvertimenti secondo cui ciò avrebbe minato il principio di integrità territoriale e creato un precedente che si sarebbe ripercosso altrove. Ancora una volta, le obiezioni della Russia furono liquidate come malafede, anziché affrontate come serie preoccupazioni strategiche. La costante spinta all’espansione della NATO in Ucraina e Georgia – formalmente dichiarata al vertice di Bucarest del 2008 – ha oltrepassato il limite più netto, nonostante le obiezioni forti, chiare, coerenti e ripetute sollevate da Mosca per anni. Quando una grande potenza individua un interesse di sicurezza fondamentale e lo ribadisce per decenni, ignorarlo non è diplomazia. È un’escalation deliberata. Il ruolo della Germania in Ucraina dal 2014 è particolarmente preoccupante. Berlino, insieme a Parigi e Varsavia, ha mediato l’accordo del 21 febbraio 2014 tra il presidente Yanukovich e l’opposizione, un accordo volto a porre fine alla violenza e preservare l’ordine costituzionale. Nel giro di poche ore, l’accordo è crollato. Ne è seguito un violento rovesciamento. Un nuovo governo è emerso con mezzi extracostituzionali. La Germania ha riconosciuto e sostenuto immediatamente il nuovo regime. L’accordo che la Germania aveva garantito è stato abbandonato senza conseguenze. L’accordo di Minsk II del 2015 avrebbe dovuto essere la correzione: un quadro negoziato per porre fine alla guerra nell’Ucraina orientale. La Germania ha nuovamente svolto il ruolo di garante. Eppure, per sette anni, Minsk II non è stato attuato dall’Ucraina. Kiev ne ha apertamente respinto le disposizioni politiche. La Germania non le ha applicate. Ex leader tedeschi e di altri paesi europei hanno poi riconosciuto che Minsk è stato trattato più come un’azione di contenimento che come un piano di pace. Questa sola ammissione dovrebbe imporre una resa dei conti. In questo contesto, gli appelli a un uso sempre maggiore di armi, a una retorica sempre più dura e a una “determinazione” sempre maggiore suonano vuoti. Chiedono all’Europa di dimenticare il passato recente per giustificare un futuro di confronto permanente. Basta con la propaganda. Basta con l’infantilizzazione morale dell’opinione pubblica. Gli europei sono pienamente in grado di comprendere che i dilemmi di sicurezza sono reali, che le azioni della NATO hanno conseguenze e che la pace non si ottiene fingendo che le preoccupazioni della Russia per la sicurezza non esistano. La sicurezza europea è indivisibile. Questo principio implica che nessun Paese può rafforzare la propria sicurezza a scapito di quella di un altro senza provocare instabilità. Significa anche che la diplomazia non è un atto di condiscendenza e che l’onestà storica non è un tradimento. La Germania un tempo lo aveva capito. L’Ostpolitik non era debolezza, ma maturità strategica. Riconobbe che la stabilità dell’Europa dipende dall’impegno, dal controllo degli armamenti, dai legami economici e dal rispetto dei legittimi interessi di sicurezza della Russia. Oggi, la Germania ha di nuovo bisogno di quella maturità. Smettetela di parlare come se la guerra fosse inevitabile o virtuosa. Smettetela di esternalizzare il pensiero strategico ai punti di discussione dell’alleanza. Iniziate a impegnarvi seriamente nella diplomazia, non come un esercizio di pubbliche relazioni, ma come un autentico sforzo per ricostruire un’architettura di sicurezza europea che includa, anziché escludere, la Russia. Una rinnovata architettura di sicurezza europea deve partire da chiarezza e moderazione. In primo luogo, richiede la fine inequivocabile dell’allargamento della NATO verso est: all’Ucraina, alla Georgia e a qualsiasi altro Stato lungo i confini della Russia. L’espansione della NATO non fu una caratteristica inevitabile dell’ordine post-Guerra Fredda; fu una scelta politica, presa in violazione delle solenni assicurazioni fornite nel 1990 e perseguita nonostante i ripetuti avvertimenti che avrebbe destabilizzato l’Europa. La sicurezza in Ucraina non deriverà dal dispiegamento avanzato di truppe tedesche, francesi o di altri paesi europei, che non farebbe altro che consolidare la divisione e prolungare la guerra. Verrà dalla neutralità, supportata da credibili garanzie internazionali. La storia è inequivocabile: né l’Unione Sovietica né la Federazione Russa hanno violato la sovranità degli Stati neutrali nell’ordine postbellico – né Finlandia, Austria, Svezia, Svizzera o altri. La neutralità ha funzionato perché ha affrontato le legittime preoccupazioni di sicurezza di tutte le parti. Non c’è alcuna seria ragione di fingere che non possa funzionare di nuovo. In secondo luogo, la stabilità richiede smilitarizzazione e reciprocità. Le forze russe dovrebbero essere tenute ben lontane dai confini della NATO, e le forze NATO – compresi i sistemi missilistici – devono essere tenute ben lontane dai confini della Russia. La sicurezza è indivisibile, non unilaterale. Le regioni di confine dovrebbero essere smilitarizzate attraverso accordi verificabili, non saturate con un numero sempre maggiore di armi. Le sanzioni dovrebbero essere revocate nell’ambito di una soluzione negoziata; non sono riuscite a portare la pace e hanno inflitto gravi danni all’economia europea. La Germania, in particolare, dovrebbe respingere la sconsiderata confisca dei beni statali russi, una sfacciata violazione del diritto internazionale che mina la fiducia nel sistema finanziario globale. Rilanciare l’industria tedesca attraverso scambi commerciali legali e negoziati con la Russia non è una capitolazione. È realismo economico. L’Europa non dovrebbe distruggere la propria base produttiva in nome di un atteggiamento morale. Infine, l’Europa deve tornare ai fondamenti istituzionali della propria sicurezza. L’OSCE – non la NATO – dovrebbe tornare a fungere da foro centrale per la sicurezza europea, il rafforzamento della fiducia e il controllo degli armamenti. Autonomia strategica per l’Europa significa proprio questo: un ordine di sicurezza europeo plasmato dagli interessi europei, non una subordinazione permanente all’espansionismo della NATO. La Francia potrebbe giustamente estendere il suo deterrente nucleare come ombrello di sicurezza europeo, ma solo in una posizione strettamente difensiva, senza sistemi schierati in avanti che minacciano la Russia. L’Europa dovrebbe insistere con urgenza per un ritorno al quadro INF e per negoziati globali sul controllo strategico degli armamenti nucleari che coinvolgano Stati Uniti e Russia e, col tempo, anche la Cina. Ma soprattutto, Cancelliere Merz, impari la storia e sia onesto al riguardo. Senza onestà, non può esserci fiducia. Senza fiducia, non può esserci sicurezza. E senza diplomazia, l’Europa rischia di ripetere le catastrofi da cui afferma di aver imparato la lezione. La storia giudicherà ciò che la Germania sceglierà di ricordare e ciò che sceglierà di dimenticare. Questa volta, lasciamo che la Germania scelga la diplomazia e la pace, e rispetti la parola data. Rispettosamente, Jeffrey D. Sachs Professore universitario Columbia University scheerpost.com — Traduzione a cura di Old Hunter Condividi

lunedì 15 dicembre 2025

L' umanità merita un mondo nuovo!

L’umanità merita un mondo nuovo! Le calamità economiche, politiche, sociali, naturali che si abbattono con violenza sulla società capitalista, espressione del grado di sviluppo delle forze produttive, costringono l’essere umano a riflettere sull’esigenza oggettiva di una forma superiore , razionale di organizzazione sociale verso la quale l’umanità intera dovrà evolvere. E’ la classe lavoratrice, dominata, sfruttata, immiserita, in tanti casi privata di una vita dignitosa, che dovrà riflettere sul suo ruolo insostituibile nella lotta per liberare se stessa e l’intera umanità. Le varie forme politiche statali del dominio della borghesia sul proletariato, al di là della facciata, hanno sempre cercato e cercano di mettere al centro dell’universo economico-sociale il profitto e, di conseguenza, la ricerca di massima estrazione di plusvalore e di sfruttamento. L’effetto è la disuguaglianza, l’asservimento, l’ingiustizia, la disoccupazione, la povertà materiale e spirituale. Essendo il grado di sviluppo delle forze produttive tale da permettere un’economia amministrata direttamente dai produttori e senza proprietà privata, è possibile eliminare il disordine economico, lo spreco, il parassitismo ed assicurare il benessere per tutti. E’ realistico economicamente e scientificamente instaurare una società senza rapporti di produzione in cui ognuno dia secondo i suoi bisogni e riceva secondo le sue capacità. La società comunista non cadrà dal cielo, ma sarà un prodotto della terra, della natura, della lotta. Sono proprio i grandi movimenti della natura e della storia dell’umanità, il suo più alto risultato, a portare alla nascita della concezione comunista. La conseguenza dell’elevazione dell’interesse a vincolo unificante dell’umanità, fin quando esso rimarrà soggettivo ed egoistico, porta alla dispersione universale, alla concentrazione degl’individui su se stessi, all’isolamento, alla trasformazione dell’umanità in un aggregato di atomi che si respingono a vicenda. L’interesse particolare si concentra nella proprietà privata ed il suo dominio è il dominio della proprietà. La dissoluzione della servitù feudale ha fatto del denaro l’unico vincolo dell’umanità. Il denaro, questa estrazione vuota ed estraniata dalla proprietà, è stato fatto il signore del mondo. Le costituzioni e le pubbliche opinioni costituzionali non sono altro che vuote menzogne, che vengono nascoste con altre menzogne minori allorchè esse si rivelano nelle loro vere nature con troppa chiarezza. E persino quando ci si convince che tutti questi articoli non sono che vane falsità e finzioni ci si ostina a non volersene distaccare. Ci si aggrappa più saldamente che mai affinchè quelle parole vuote e messe li senza criterio non si dissolvano, poiché esse sono i cardini del mondo borghese e, se crollassero, sarebbe una sciagura per chi detiene il potere. Da questo insieme di falsità aperte ed occulte, di ipocrisia ed autoinganno ci si può fuggire soltanto superando l’attuale realtà economico-sociale. La democrazia, altra faccia della forma autoritaria del sistema, è incapace di sanare i mali sociali, essendone essa stessa la causa. L’uguaglianza democratica è una chimera, la lotta dei poveri contro i ricchi non può essere combattuta sul terreno della democrazia o della politica borghese. Questo grado è un grado transitorio, l’ultimo mezzo, puramente politico che ancora deve essere sperimentato e dal quale deve svilupparsi un nuovo elemento, un principio che oltrepassa la politica. Questo principio è il comunismo. “Il comunismo, in quanto effettiva soppressione della proprietà privata quale autoalienazione dell’uomo e però in quanto reale appropriazione dell’umana essenza da parte dell’uomo e per l’uomo; e in quanto ritorno completo, consapevole, compiuto conservando tutta la ricchezza dello sviluppo precedente, dell’uomo per se quale uomo sociale, cioè uomo umano… è compiuto naturalismo, umanismo. Esso è la verace soluzione del contrasto dell’uomo con la natura e con l’uomo; la verace soluzione del conflitto tra esistenza ed essenza, fra oggettivazione e affermazione soggettiva, fra libertà e necessità, fra individuo e genere. E’ il risolto enigma della storia e si sa come tale soluzione”. K. Marx Le guerre che si stanno combattendo in questa fase sono frutto della realtà nuova delle potenze economiche. Il vecchio ordine mondiale, scaturito dopo la seconda guerra mondiale è in declino e un nuovo ordine si prospetta in base alla nuova realtà economica che vede gli U.S.A. e l’Europa in decadimento progressivo rispetto a nuove potenze come la Cina. Molte persone sono palle di cannone al servizio dei vari capitalisti. Anche questa realtà è insita nel capitalismo che vede interessi contrapposti e divisivi. Il capitalismo è guerra! Se si vuole la pace è necessario superarlo e unire gli interessi. Questo puo’ avvenire solo instaurando un sistema comunista. “Il comunismo, per noi, non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti.” K.Marx Mettete uno specchio nell’anima, basato sulla conoscenza, e lottate per essere felici!

"Libera chiesa in libero Stato"!

I COSTI PUBBLICI DELLA CHIESA elenco alfabetico dei costi Altre esenzioni fiscali e doganali 45.000.000 Altri contributi erogati dai Comuni 257.000.000 Altri contributi erogati dalle Province 70.700.000 Altri contributi erogati dalle Regioni 242.200.000 Altri contributi statali 100.000.000 Ambasciate presso la Santa Sede 10.000.000 Benefici concessi da enti, fondazioni e società a partecipazione pubblica 200.000.000 Benefici statali per gli oratori 2.500.000 Benefici statali sulle pubbliche affissioni 2.000.000 Beni immobili statali adibiti a edifici di culto 200.000.000 Cambi di destinazione d’uso 150.000.000 Cerimonie di culto in orario di lavoro nelle amministrazioni pubbliche, negli enti e nelle società controllate dallo Stato 1.500.000 Cinque per mille 54.500.000 Consumi idrici ed energetici del Vaticano 10.000.000 Contributi comunali per i cappellani cimiteriali 6.000.000 Contributi comunali per l’edilizia di culto (oneri di urbanizzazione secondaria) 94.100.000 Contributi delle amministrazioni locali alle scuole cattoliche 500.000.000 Contributi regionali agli oratori 50.000.000 Contributi regionali per i cappellani negli ospedali 35.000.000 Contributi statali all’editoria cattolica 31.000.000 Contributi statali alle scuole cattoliche 430.000.000 Contributi statali alle università cattoliche 41.827.905 Contributi statali per i cappellani nella Polizia di Stato 9.000.000 Contributi statali per i cappellani nelle carceri 8.000.000 Contributi statali per i cappellani nelle Forze armate 20.000.000 Contributi statali per i “grandi eventi” della Chiesa cattolica - Convenzioni pubbliche con la sanità cattolica 167.000.000 Edifici di proprietà comunale concessi a condizioni di favore a enti e associazioni cattoliche 15.000.000 Esenzioni Imu (Ici, Tares, Tasi) 620.000.000 Esenzioni Irpef per erogazioni liberali 10.000.000 Esenzioni Iva 100.000.000 Finanziamenti statali all’associazionismo sociale 880.128 Insegnamento della religione cattolica nelle scuole 1.250.000.000 Interessi sul debito 72.000.000 Legge “mancia” 1.000.000 Otto per mille 990.953.330 Otto per mille di competenza dello Stato - Pensioni 85.000.000 Riduzione del canone TV 370.000 Riduzione Irap 150.000.000 Riduzione Ires 100.000.000 Sconti comunali per l’accesso a zone a traffico limitato 2.000.000 Servizi appaltati in convenzione ad organizzazioni cattoliche 300.000.000 Servizio civile 20.000.000 Sicurezza delle gerarchie e delle proprietà ecclesiastiche 40.000.000 Spese straordinarie delle amministrazioni locali in occasione di importanti eventi cattolici 20.000.000 Tariffe postali agevolate 7.500.000 Utilizzo dei fondi strutturali europei 107.000.000 I COSTI DELLA CHIESA Finanziamenti pubblici ed esenzioni, otto per mille, ICI, ora di religione, oneri di urbanizzazione. I costi annui della Chiesa € 6.629.031.363 Inchiesta UAAR -

sabato 13 dicembre 2025

"Il potere politico moderno è solo un comitato che amministra gli affari comuni dell'intera classe borghese... Se il denaro, secondo Augier, viene al mondo con una macchia di sangue sulla guancia, il capitale nasce grondante di sangue e fango dalla testa ai piedi" K. Marx

La democrazia è il sistema dei capitalisti, il comunismo del genere umano. La democrazia viene decantata come la migliore organizzazione sociale, in cui l’essere umano possa vivere la vita pienamente. Sicuramente è il miglior involucro per il capitalismo e per coloro che vivono sul profitto, per la stragrande maggioranza del genere umano è una rincorsa continua alla ricerca della soddisfazione dei propri bisogni materiali. Nel mondo più di un miliardo di persone soffre la fame ed ogni diciassette secondi un bambino muore di fame.Basterebbe questa realtà per dire che il capitalismo, necessario nello sviluppo storico dell’umanità per la frontiera di forme economico-sociali superiori, per affermare che il sistema attuale, qualsiasi forma assumi, più libertaria o dittatoriale, non è la società di cui l’umanità ha bisogno.Sempre più esso appare agli occhi dei cittadini del mondo nudo nelle sue ideologie di libertà, uguaglianza, benessere per tutti, giustizia e si mostra nel sua cruda dimensione di società in cui i ricchi sono sempre più ricchi ed i poveri sempre più poveri. Le guerre attuali, quelle di cui si parla e quelle di cui non si parla, mettono in risalto, ancora una volta, che i governi dei vari paesi e le organizzazioni internazionali rappresentano gl’interessi del profitto. Vengono messi in campo fiumi di denaro, miliardi e miliardi, per gli armamenti dei vari Paesi. Per milioni di lavoratori e lavoratrici lo stato sociale è sempre più povero. La scuola, la sanità, i trasporti, il lavoro sono in peggioramento continuo. Milioni di persone non riescono a curare le loro malattie! Milioni di lavoratori, pur lavorando, non arrivano a fine mese! Dicono che l’occupazione è in aumento. Il calcolo avviene nel modo di seguito specificato, tenendo conto del trimestre preso in esame: • avere svolto almeno un’ora di lavoro a fronte di un corrispettivo economico o in natura; • avere svolto almeno un’ora di lavoro non retribuito nella ditta di un familiare; • vi rientra anche chi sia stato assente da lavoro per più di tre mesi (soglia massima dopo cui, di solito, si viene considerati non occupati) se giustificato da maternità, malattia, part time verticale, formazione pagata dal datore di lavoro, congedo parentale se retribuito. • A ciò si aggiunga l’inserimento delle ore di cassa integrazione, in aumento. • Quelle che contano sono le ore lavorate, che sono in calo da anni! • Intanto i salari italiani sono tra i più bassi del mondo e negli ultimi anni hanno avuto un ulteriore decremento. Negli ultimi tre anni più dell’ 8 % . Questa non è democrazia, intesa come libertà dai bisogni materiali e spirituali, uguaglianza reale, fratellanza, giustizia vera, ma è dittatura del capitale. “La libertà materiale e la libertà spirituale sono intimamente legate l’una all’altra. La civiltà presuppone uomini liberi, perché soltanto da uomini liberi essa può venire concepita e realizzata.” Albert Schweitzer Rispetto per la vita Senza cibo per la pancia e per la mente non vi potrà mai essere libertà, figuriamoci la civiltà! E’ solo enunciazione! “Nessuno è più schiavo di chi si ritiene libero senza esserlo.” Affermava Goethe ne “ Le affinità elettive” Nell’attuale società l’autonomia, l’emancipazione, la libertà sono dovute allo “schiavo giallo”, il denaro, così battezzato da Shakespeare, che affermava:” Questa prodigiosa materia è capace di rendere nero il bianco, bello il brutto, diritto il torto, nobile il basso, giovane il vecchio e valoroso il codardo.”E il fatto stesso che “lo schiavo giallo” esista fa sì che non esista libertà, uguaglianza, fratellanza, giustizia, pace per il genere umano, ma solo asservimento, disuguaglianza,odio ed ipocrisia, ingiustizia, guerre.In questa società il puro e semplice avere un lavoro è un privilegio molto grande, ma partecipare all’attività produttiva dovrebbe essere un diritto, così come avere una casa, poter conoscere, poter vivere senza condizionamenti e costrizioni varie. Molte persone nella situazione attuale non sono contente della vita in questa società, si allontanano dai partiti borghesi, dalle associazioni sindacali, si rifugiano nell’egoismo, nell’individualismo,nel razzismo, pensando di difendere meglio le proprie esigenze, ma non fanno altro che rafforzare il capitale.Per lottare per una vita nuova bisogna invece unire le forze, perché il numero è la nostra arma più grande, indebolire le frazioni borghesi all’interno dei movimenti sindacali, ponendo come obiettivi immediati la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, per contrastare la disoccupazione, e il salario garantito per chi perde il lavoro. Le crisi se le paghi il capitale, non le paghino i lavoratori e le lavoratrici! Ma se vogliamo un mondo nuovo dobbiamo costruire l’unità dei cittadini e lavorare per una dimensione sociale senza profitto e senza salario. “Le forze obiettive ed estranee che sinora hanno dominato la storia passano sotto il controllo degli uomini stessi. Solo da questo momento gli uomini stessi faranno con piena coscienza la loro storia, solo da questo momento le cause sociali da loro poste in azione avranno prevalentemente, e in misura sempre crescente, anche gli effetti che essi hanno sempre voluto. E’ questo il salto dell’umanità dal regno della necessità al regno della libertà”. F. Engels “ Antiduring

domenica 7 dicembre 2025

La democrazia: l'altra faccia della medaglia del sistema capitalistico.

La democrazia: un inganno nel sistema capitalistico. La parola democrazia deriva dal greco e significa letteralmente governo del popolo. Ovvero la maggioranza del popolo dovrebbe decidere forme di governo e governi. In quasi tutti i Paesi, cosiddetti democratici, la maggioranza o gran parte dei cittadini, si astiene dal voto. Il partito più votato o la coalizione, come in Italia, rappresenta una minoranza di coloro che hanno diritto al voto. Il governo quindi non rappresenta la maggioranza, ma la minoranza. Si aggiunga, come in Italia, che il cittadino non vota il proprio rappresentante e non sceglie il parlamentare. Si dice “ una testa, un voto”, ma la classe borghese, detentrice dei mass-media, è in grado d’ influenzare più votanti e di dirigere le elezioni. In democrazia governa, di conseguenza, non la maggioranza, ma la minoranza. I governi rappresentano le classi dominanti, mai quelle dominate. Nella stesura delle liste dei vari partiti per le elezioni parlamentari ultime le alte gerarchie dei raggruppamenti politici, in molti casi, hanno chiesto, solo per essere posti in lista, somme dai 30000,00 € ai 50000, 00 €. Si comprende bene che nessun lavoratore o lavoratrice sarebbe in grado di mettere sul piatto una tale somma. Difatti le liste sono piene di rappresentanti delle borghesia, della media borghesia, di liberi professionisti, di personaggi indagati o già condannati in alcuni gradi di giudizio. Costoro versano la somma richiesta, investono denaro per la campagna elettorale e lo fanno non certo per un ideale, ma o per rappresentare interessi o per il proprio tornaconto. Se poi si va ad analizzare le varie promesse elettorali sembra di assistere ad uno spettacolo di piazzisti. Si promettono meno tasse, ma solo per le imprese e per i ricchi, dimenticando totalmente i milioni di cittadini che evadono od eludono il fisco per centinaia di miliardi di euro. Equitalia ha un credito verso questi ladri di tasse non pagate e di servizi di oltre 1200,00 miliardi, ma nulla si fa per riscuoterlo. Anzi le ultime leggi hanno incoraggiato l’evasione e l’elusione fiscale. Si diceva di voler abolire la legge Fornero, ma, nei fatti, si va in pensione a 70 anni. Se uno ha 25 anni di contributi nella sua vita lavorativa dovrebbe, di conseguenza, andare in pensione a 75 anni. Molti si scagliano contro la precarietà, sprecano lacrime di coccodrillo per i giovani, ma nessuno si pone l’obiettivo di abolire le ultime leggi sul lavoro e ritornare al contratto a tempo indeterminato, full-time o part-time che sia e lasciare il tempo determinato solo per aumenti di produzione stagionali o per sostituzioni temporanei di personale, tipo la maternità. Alcuni mettono in risalto come priorità il lavoro, ma le nuove leggi sul pensionamento hanno peggiorato addirittura la legge Fornero; se non si aboliscono le ultime leggi sul lavoro; se non si rivendica la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, la realtà porta a maggior sfruttamento, precarietà, disoccupazione. Alcuni si riempiono la bocca della necessità di alzare gli stipendi, ma nulla fanno perché ciò avvenga. Si dichiarano per la pace e intanto le spese per le armi aumentano a dismisura a svantaggio dei servizi sociali. E’ una fiera di piazzisti, di illusionisti e di apprendisti stregoni. Nonostante tutto il marcio che si vede galleggiare sulle acque sporche del sistema, i pugilatori a pagamento con lingua da schiavi dicono che “la democrazia ha i suoi difetti, ma non vi sono altri tipi di società”. Come dire “ accontentatevi di questa minestra o buttatevi dalla finestra”. Invece proprio la realtà capitalistica mostra la necessità di superarla. E’ inaccettabile che vi siano esseri umani che muoiano per fame, esseri umani trattati come schiavi, esseri umani con la pancia piena ed esseri umani con la pancia vuota, esseri umani morti in guerre; che il diritto alla soddisfazione dei bisogni materiali e spirituali siano negati. L’aspirazione ad una società in cui ogni essere umano possa vivere nella soddisfazione delle necessità materiali e spirituali è stata sempre nei cuori e nelle menti degli esseri umani. Tanti nella coscienza delle dinamiche socio-economiche hanno lottato teoricamente e praticamente per realizzarla, partendo dalle contraddizioni del capitalismo, sapendo, scientificamente, che situazioni di rottura con l’attuale sistema si sono determinate e si presenteranno nella storia. Tanti esseri umani non si sono fermati allo sdegno per le brutture dell’attuale realtà, si sono indignati, s’indignano e non si fermano a spiegare il mondo, ma lottano per cambiare lo stato di cose presente. Lo sdegno porta alla rassegnazione ed all’isolamento individualistico, l’indignazione porta alla ribellione, supportato dalla conoscenza, ed alla volontà di costruire un mondo migliore. Ogni essere umano cerca nella vita serenità e soddisfazione dei propri bisogni, ma ogni giorno di più si rende conto che questa semplice aspirazione è frustrata dalla realtà che lo circonda. Tanti non vedono vie d’uscita e trovano rifugio nella fede, nel dare fiducia a chi promette meglio situazioni migliori, nell’astensione dalla vita politica e sociale. La politica deriva dal greco e vuol dire “ difesa degl’interessi”. La borghesia fa politica ogni giorno e difende i suoi interessi, che si condensano nel raggiungimento del profitto. Tutte le leggi in democrazia mirano a salvaguardare il profitto. Negli ultimi vent’anni in Italia abbiamo ascoltato tante promesse e tanti falsi sogni. In realtà per i lavoratori ciò ha significato perdere diritti, occupazione e riduzione di stipendi e pensioni. In questi giorni questo gioco continua da parte dei vari partiti borghesi e dei mass-media ed è un’offesa all’intelligenza umana, che non può accettare di sentirsi ripetere la solita “solfa”. Anche chi lavora deve fare politica, se non la fa, lascia campo libero e pallone all’avversario. Ma la politica dei lavoratori deve basarsi su riduzione dell’orario di lavoro, a parità di salario, abolizione delle ultime leggi sulle pensioni e ritorno alla situazione precedente, per aumentare l’occupazione; abolizione delle leggi sul lavoro degli ultimi anni; su aumenti salariali che recuperino quanto perso in questi anni; su salario garantito per i disoccupati, affinchè le crisi se le paghino i borghesi e non i lavoratori; su una vera lotta all’evasione ed elusione fiscale con leggi già in vigore in altri Paesi, che facciano una dura ed intransigente lotta a questi ladri. Questo per l’immediato. Nello storico costruire e sviluppare un’organizzazione che lotti, in momenti storici ben precisi, per una società comunista, l’unica che può garantire lavoro obbligatorio per tutti, case per tutti e soddisfazione dei bisogni materiali e spirituali per tutti. Oggi con lo sviluppo tecnologico e produttivo raggiunto, basterebbe che tutti lavorassero per due ore al giorno ed il necessario per l’umanità intera sarebbe garantito. L’essere umano non può ottenebrare la sua mente ed il suo cuore in giornate intere di lavoro, ha bisogno di vivere la vita e di dedicarsi nella giornata anche allo studio, allo sport, al tempo libero, a fare ciò che più gli piaccia. La vita è bella e merita di essere vissuta in tutto il suo splendore!

venerdì 5 dicembre 2025

La democrazia borghese

La democrazia borghese. Lo Stato non è un organismo al di sopra delle classi. Lo stato è sorto proprio dall’inconciliabilità degl’interessi di classe , come strumento di dominio di una classe sull’altra. La democrazia è una forma particolare del potere col quale la borghesia tiene sottomessi i lavoratori. Democrazia e fascismo sono due facce della stessa medaglia. I capitalisti, i partiti borghesi, i pugilatori a pagamento con lingua da schiavi sostengono che con il suffragio universale, con le schede elettorali, i lavoratori possono condizionare il capitale, possono esercitare il loro potere. Gli opportunisti esaltano la democrazia delle schede elettorali, organizzano elezioni in tutti i luoghi ed in tutti i modi purchè non si tocchi il potere reale dei capitalisti, lo sfruttamento dei lavoratori. “… va da sé che la borghesia si compiace di definire libere, uguali, democratiche, universali le elezioni effettuate in tali condizioni, poiché tali parole servono ad occultare il fatto che la proprietà dei mezzi di produzione e il potere politico rimangono nelle mani degli sfruttatori e che è quindi impossibile parlare di effettiva libertà, di effettiva uguaglianza per gli sfruttati, cioè per la stragrande maggioranza della popolazione.” Democrazia e dittatura Lenin I partiti parlamentari sommergono i lavoratori di schede elettorali, di voti on line, di discorsi sulla democrazia per impedire loro di vedere il vero centro del potere, che non risiede nell’urna, ma nelle banche, nelle associazioni finanziarie e nei consigli di amministrazione delle aziende. Parlare di democrazia pura, di democrazia generale, di uguaglianza, di libertà, universalità mentre i lavoratori vengono affamati, mentre i capitalisti continuano a detenere la “proprietà” e l’apparato del potere statale, significa prendersi gioco dei lavoratori e degli sfruttati. La democrazia è un immenso progresso storico rispetto al feudalesimo, ma non bisogna mai dimenticare il suo carattere borghese. Lo Stato, persino nella repubblica più democratica, è soltanto una macchina di oppressione di una classe su un’altra. I partiti borghesi ed opportunisti dimenticano questa verità e si riempiono la bocca di discorsi sulla democrazia e sullo Stato. Sostengono che la realtà oggi è cambiata, è complessa; che bisogna affrontare il presente ed il futuro con nuove strategie e nuove tattiche. Sono solo vecchi discorsi, vecchie formule, vecchie ideologie trite e ritrite che gli opportunisti hanno sempre utilizzato per tenere sottomessi i lavoratori al “Dio Profitto”. Essi parlano di maggioranza, pensando che l’uguaglianza delle schede elettorali significhi uguaglianza tra lo sfruttato e lo sfruttatore, tra il lavoratore ed il capitalista, tra il povero ed il riccone, tra l’affamato e chi ha la pancia piena. Secondo loro i miti, leali, nobili, pacifici capitalisti non impiegherebbero mai la forza della ricchezza, del denaro, del capitale, il giogo della burocrazia e della dittatura militare, ma risolverebbero gli affari secondo “ la maggioranza”. Sia per ipocrisia sia per estrema ottusità imbellettano la democrazia borghese, il parlamentarismo borghese, la repubblica borghese, e presentano le cose come se i capitalisti risolvessero le questioni di Stato secondo la volontà della maggioranza e non secondo la volontà del capitale per mezzo dell’inganno, dell’oppressione, della violenza dei ricchi sui poveri. La borghesia è sempre stata ipocrita ed ha chiamato democrazia un’uguaglianza formale, in cui i lavoratori subiscono varie forme d’inganno, di oppressione, di sfruttamento. Chi propina il miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori, dei disoccupati, delle donne in democrazia per mezzo di riforme è un ingannatore e nasconde la verità. Non si può condizionare lo Stato con il Parlamento. Non è in Parlamento che si prendono le decisioni, ma nelle banche , nelle società finanziarie, nei consigli di amministrazione delle aziende. “Tutta la storia dei Paesi a parlamentarismo borghese mostra che i cambiamenti di ministeri o di ministri non hanno che pochissima importanza, perché tutto il lavoro effettivo, tutta l’amministrazione si trova nelle mani di un gigantesco esercito di funzionari. Volere , attraverso siffatto apparato statale realizzare delle trasformazioni sociali significa illudersi al più alto grado e nello stesso tempo illudere i lavoratori. Questo apparato può servire ad una borghesia repubblicana per creare una repubblica sotto forma di una monarchia senza monarca. E’ assolutamente incapace di realizzare delle riforme che, sia pure senza abolire, semplicemente limitino in modo più o meno effettivo i diritti del capitale.” Lenin I partiti borghesi, su spinta degl’interessi borghesi, utilizzano a piene mani varie ideologie per dividere i lavoratori, l’antisemitismo, il razzismo, il maschilismo, la contrarietà ai migranti, in modo da nascondere la vera causa delle condizioni di vita e di lavoro di chi vive mettendo nel mercato del lavoro la proprie braccia e la propria intelligenza. Se non tutti hanno un lavoro decente, se vi sono bassi salari, se vi è disoccupazione, se vi è miseria per miliardi di persone, se vi sono le guerre, la causa è da ricercarsi nel sistema capitalistico e non altrimenti. Se gli effetti sono disastrosi è inutile sognare di risolverli con palliativi. L’unica soluzione logica e razionale è superare la causa. “Il marxismo è una guida per l’azione” Lenin Marxista è colui che estende il riconoscimento della lotta di classe al riconoscimento della lotta per il comunismo. Solo in una dimensione sociale, economica e politica tale tutti avranno un lavoro, tutti potranno soddisfare i bisogni della pancia e della mente, tutti potranno assaporare il dolce sapore del cielo.